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lunedì 19 aprile 2021

..chissà cosa avrebbe detto Gianni Brustolin



 ..chissà cosa avrebbe detto Gianni Brustolin 


 
 
..chissà 
cosa avrebbe detto Gianni Brustolin alla vista di tanto ardore artistico...
Sicuramente e ne siamo certi, avrebbe portato cioccolatini alle signore.. poi col suo fare cortese e sornione avrebbe sciorinato il suo pensiero sull'opportunità o meno  di intaccare un'Opera d'Architettura..
Poi ancora avrebbe raccontato di Le Corbusier,  del suo approccio con l'Architettura, con l'Arte,.

Avrebbe raccontato del senso e del significato di fare murales e dove e il come ed il perchè: a cosa servono e quando servono. 
Si sarebbe cortesemente e col sorriso, dichiarato contro le mode effimere: contro tutte le mode e gli ammiccamenti facili, utili a risolvere problemi complessi con spot compiacenti.

Avremmo noi ringraziato  Gianni.
Avremmo detto grazie al suo rigore, alla sua intelligenza sapendo che  ci trovavamo di fronte ad una moda quella della così detta strettart e ad un operazione senza senso. 

Va detto che questo fenomeno di importazione prova a diffondersi, oggi in particolare, anche grazie alla facilità di penetrazione tra le maglie di amministrazioni che intravedono le possibilità facili di consenso e di aggregazione a buon mercato. 
Dobbiamo anche dire che questo fenomeno socio-culturale ha guadagnato spazio tramite le sue influenze sulla pubblicità e sui media. Le motivazioni che spingono tanti giovani in particolare ad intraprendere questo percorso non canonico dell'arte sono varie. 
Per alcuni è una forma di critica e occasione di contestazione contro la società, per altri invece è più semplicemente un modo per esserci, senza vincoli di gallerie e/o musei, quindi una maniera per promuovere il proprio lavoro e operare in piena autonomia. 
Da considerare poi una specificità non secondaria, la carica eversiva della street art in condizioni contro, sempre e di nascosto, senza autorizzazioni. 
Era questo il senso e l’essenza del fare street art. Con l'ingresso e l'uso massiccio di internet nel primo decennio del 2000, la street art si diffonde con grande facilità, e Arte di strada è riferita a quelle forme di arte che si manifestano in luoghi pubblici, come dicevamo illegalmente, con le tecniche più disparate: bombolette spray, adesivi artistici...ora invece e da noi tutto sembra soft..
 cui prodest?

PS.

Caro Gianni, 
ai tuoi cioccolatini e al tuo dire, questo avremmo sicuramente aggiunto...oltre a considerazioni che riguardano l'urbano, il recupero e il rigenerare, che è risaputo essere operazioni che  si praticano in luoghi abbandonati, marginali, di periferia. ....da rigenerare, da recuperare.
Ma oggi caro Gianni tutti fanno tutto e la confusione regna alla grande. 

Alle amiche artiste Piera Vertecchi e  Paola Acciarino  che si stanno impegnando su quella parete brutalista in cemento, i nostri auguri e buon lavoro!

Naturalmente siamo a Latina in Via san Tommaso D'Acquino 33 ed è qui che abbiamo avuto il nostro primo studio professionale: era il 1974 in un piccolissimo monolocale al primo piano dell'edificio brutalista . 
Il progetto a firma Architetto Riccardo Cerocchi con molto disegno di Gianni Brustolin...e sapore infinito della scuola Corbuseriana: una citazione forte per una città allora come oggi, alla ricerca di se stessa, della propria anima e di segni d'identità.

lunedì 21 gennaio 2019

sovrapposizioni




 SOVRAPPOSIZIONI


SOVRAPPOSIZIONI
STRATIFICAZIONI 
SOVRAPPOSIZIONISTRATIFICAZIONI

..andare oltre, sapendo bene che  la ricerca della perfezione urbana è un obiettivo improprio per il significato insito di “città”. Le nostre citta non sono altro che il risultato di stratificazioni…..e di luoghi da raccontare. Diceva Giancarlo Bovina, che qui a Latina tutti conoscono : Esplorare per me significa ritrovare la sacralità del luogo. “
 ….la sacralità dei luoghi…..”  ed è quello di cui abbiamo bisogno.  Può sembrare strano, ma abbiamo bisogno di luoghi, di storie, di racconti e di nuove narrazioni…. La città è fatta di segni e di volontà, volontà politiche e di scelte nuove, di cambiamenti. Le stratificazioni danno origine a nuovi sguardi a nuove interpretazioni per nuove strategie di trasformazione dello spazio urbano....
Sovrapporre, stratificare e lo spazio pubblico deve essere inteso come complesso di relazioni.  Relazioni e nuovi racconti.  Solo producendo narrazioni e sguardi politici diversi si possono immaginare strategie, reti e città possibili.....





.....interessante imbattersi nel blog 
 "formicarossa"
la formica rossa alla riscossa  
di Teresa Faticoni e leggere quanto qui riportiamo....

“niente preesiste alle cose: né forme, o idee, né necessità né ragione di essere” LEOPARDI (Zib., 1616),
La foto la vedete in apertura, racconta del palazzo Key, ovvero lo scheletro che ne rimane sul quale la stessa Maria Corsetti scrisse un memorabile pezzo in una delle nostre vite precedenti; il grattacielo Bianconi, dal quale una mattina di tanti anni fa vidi il mare e le colline e cantai Terra mia (il link per chi volesse deliziarsi con la splendida canzone di Pino Daniele che fa da perfetta colonna sonora a queste mie quindici righe); i tetti delle case intorno a Piazza San Marco, magari uno è proprio dell’asilo dove le due suore aspettano di andar via mentre due parti, una sinceramente e una strumentalmente vorrebbero trattenerle; e una luna bianca e tonda che saluta il cielo rosa del mattino che angustia e appassiona come quella di Leopardi.
…non si può osservare un’onda senza tener conto degli aspetti complessi che concorrono a formarla e di quelli altrettanto complessi a cui essa da luogo.» Calvino, Palomar
Ecco, questa è la città che amo, dove ho scelto che le mie figlie passeranno l’infanzia: tetti marroni e grattacielo di ferro e specchi, frutto dell’opera ingegnosa degli uomini che l’hanno costruita, che ne hanno fatto la storia che non si ferma a quella manciata di anni di regime, ma continua e continua con noi gente di questa provincia, venuta dai Lepini, dagli Aurunci (e da Napoli, dalla Sicilia, oltre che dalle terre del nord svuotate col sogno della terra bonificata) a fare di questi posti, dei luoghi dei vivi…


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stratificazionistratificazionistratificazioni 
stratificazioni
sovrapposizioni










giovedì 11 gennaio 2018

partecipazione a latina



...partecipazione 
ed anni settanta a Latina...le case popolari
al Quartiere Nicolosi







La libertà non è uno spazio libero
Libertà è partecipazione.

[parlato]: Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Come l'uomo più evoluto
Che si innalza con la propria intelligenza
E che sfida la natura
Con la forza incontrastata della scienza
Con addosso l'entusiasmo
Di spaziare senza limiti nel cosmo
E convinto che la forza del pensiero
Sia la sola libertà.

La libertà non è star sopra un albero
Non è neanche un gesto o un'invenzione
La libertà non è uno spazio libero
Libertà è partecipazione.

La libertà non è star sopra un albero
Non è neanche il volo di un moscone
La libertà non è uno spazio libero
Libertà è partecipazione.
giorgio gaber













mercoledì 1 marzo 2017

latina


LATINA
...quando eravamo belli, biondi e con gli occhi blu!

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.....la città e prima ancora la Bonifica da Palude (Baldini&Castoldi, prima edizione Donzelli, 1995). di Antonio Pennacchi

"A dire il vero, non è poi affatto vero che l’abbia fondata Mussolini, la città. Lui non la voleva proprio. Gli è nata per sbaglio. Anzi, non è proprio figlia sua. E’ di un altro. Anche se dopo ci si è affezionato per davvero e le ha voluto bene come a una figlia. Anzi di più, visto che a quella vera l’ha fatta diventare vedova. Vedova Ciano.
Mi spiego. La bonifica delle Paludi l’ha voluta lui. E’ vero, anche qui, che i progetti ed i disegni di legge erano stati già approntati qualche anno prima che venisse su il fascismo. Ma loro, poi, l’hanno voluta per davvero. Ci hanno investito in capitali - dello Stato, naturalmente - ma soprattutto in energie e volontà politiche. C’è qualche storico che sostiene che solo uno stato forte - quale era indiscutibilmente il loro - poteva essere in grado di bonificare le Paludi Pontine, sia per gli enormi interessi che si andavano a toccare, sia per gli ancor più enormi sacrifici umani che si andavano ad imporre: masse di operai bonificatori e, dopo, di coloni, sottoposte a migrazioni, malaria, duro lavoro e stenti. Con problemi, oltretutto, di governabilità di questi flussi e di vero e proprio ordine pubblico.
La Bonifica, comunque, va ascritta a lui (anche se, nella realtà effettuale, l’hanno fatta gli operai. E le cifre vere dei morti per malaria, nel periodo 1928-32, il fascio le ha sempre tenute ben nascoste).
Ma la città, no. Nel progetto originario non era assolutamente prevista la costruzione di città. Solo di piccoli borghi, con la chiesa, la dispensa, Casa del Fascio ed osteria. Punto e basta. Dovevano servire soltanto come appoggio alle comunità rurali.
Difatti era questa la parola magica, risolutrice d’ogni problema italiano: la ruralizzazione. La città era male, la campagna era bene. (Più o meno come Pol-Pot, che anche lui saranno affari suoi quando arriva da San Pietro.) E poi in città, nei quartieri operai, la gente s’ammassava. E mormorava. E gli venivano idee balzane. E poi rompevano le scatole. In campagna, invece, la gente lavorava. E basta. Dissodava la terra, andava a messa e faceva il suo dovere. La ruralizzazione, in pratica, era il nocciolo dell’ideologia fascista. E quando gli sono arrivate la sanzioni - a causa dell’aggressione all’Abissinia - a loro non è sembrato vero: hanno piantato il grano in tutte le aiuolette di tutti i giardinetti di tutta Italia. E obbligavano pure gli impiegati, i dottori e i commercianti ad andare a zappettare. Tutti contadini, in un modo o nell’altro. Era la mistica fascista che si reificava.
Quindi il Duce le città non le voleva. Solo borghi di campagna. Niente città. Non erano previste, almeno in questa plaga che il fascismo stava redimendo, e che doveva plasmare a sua immagine e somiglianza. L’Agro Redento - là dove prima stava l’inferno delle Paludi Pontine - doveva esserne l’emblema. E il monumento millenario. Del fascismo.
Tutto il lavoro venne affidato all’Opera Nazionale Combattenti (Onc). Regolare: come Giulio Cesare, che premiava i veterani delle sue legioni assegnandogli delle terre, così le nuove terre del Pontino venivano assegnate ai reduci della Grande Guerra. E non solo i poderi già bonificati e da coltivare, ma l’intera impresa. Da programmare, da organizzare, da gestire. E ci voleva, a capo, qualcuno all’altezza del compito (in fin dei conti erano secoli che ogni tanto si tentava la bonifica, ma tutti ci avevano sbattuto le corna: Cornelio Cetego, Giulio Cesare, Nerone, Teodorico, i frati Cistercensi, Leonardo da Vinci, Pio VI).
Il Duce nominò a presidente dell’Opera Combattenti e Commissario straordinario di Governo il conte Valentino Orsolini Cencelli. (Da non confondere assolutamente col Cencelli che, qualche anno dopo, diede vita al famigerato Manuale che serviva di base - come una bussola - alle correnti democristiane per procedere alle cosiddette lottizzazioni e spartizioni di ogni genere. Questo, di Cencelli, era solo omonimo.)
Il conte Cencelli era un uomo grosso. Alto. Robusto. Un pezzo d’uomo. Intelligente. E intraprendente. Era fascista fino al midollo. Ma era uno con un altissimo senso dello Stato, oggi si direbbe un grand commis, un manager efficientissimo, che troppo spesso - purtroppo per lui - pensava pure con la sua testa. Era uno di quei fascisti che adesso vengono definiti “di sinistra”, nel senso che era proprio convinto di fare gli interessi del popolo. E che, anzi, quello era l’unico modo di farli davvero: visto che il popolo - ma non è colpa sua, poverino - è fatto di gente ignorante e che non ci arriva, chi ci arriva deve pensare anche per lui. Deve sferzarlo, a volte, purtroppo. Per sforzarlo in qualche modo a fare il suo interesse. Che da solo non lo farebbe. Come i ragazzini d’altronde.
I coloni lo vedevano col fumo agli occhi. Ma - prima di loro - col fumo agli occhi c’erano stati tutti i coinvolti nei lavori di bonifica: maestranze, subappaltatori, imprese appaltatrici, progettisti, direttori e assistenti vari. E le famiglie nobiliari, vecchie proprietarie dei fondi. Gli aveva fatto vedere i sorci verdi.
Stava dappertutto. Con la frusta in mano; letteralmente. Non vestiva la divisa. E nemmeno la camicia nera. Era un eccentrico. Andava in borghese. Su una Balilla. Ed a cavallo. In mezzo al fango, nei pantani, tra le selve. Piombava come un falco nei cantieri, su ogni squadra di operai. Con un vestito marrone a righe, e la cravatta. Il Borsalino in testa. Gli stivali di cuoio nero, a mezzagamba, sui pantaloni alla cavallerizza. Ed il frustino. Pareva un fattore, non il presidente. Tirava sempre fuori dalla sacca il disegno giusto, ed il contratto. Controllava. E dopo baccagliava. Sempre. Trovava sempre qualcosa che non andava. Come i carabinieri quando ti fermano per strada, con la macchina. Pareva Charlton Heston nei Dieci comandamenti, prima che scopre d’essere un ebreo.
Si narra che qualche volta lo abbia proprio usato, quel frustino. Sulla faccia di un paio di capoccia che accampavano scuse per giustificare dei ritardi, nello scavo dei canali. E più nessuno ha tentato di menarlo per il naso, dopo i primi tre mesi di lavoro.
Pare che non facesse troppe storie, con le imprese, per i prezzi delle opere. Non ha mai tentato di strozzarle e di estorcere sconti risicati. Ma la regolarità e la qualità dell’esecuzione e - soprattutto - la data di consegna dei lavori, prevista dal contratto, erano, per lui, qualcosa di sacro ed inviolabile. Guai a chi sgarrava. Guai a chi non rispettasse un patto. Fosse pure solo quello di spalare un po’ di fango.
Le famiglie nobiliari le aveva messe all’angolo all’inizio. Aveva fatto convocare il principe Caetani - erano loro, da secoli, i maggiori proprietari delle Paludi, insieme agli Annibaldi, ai Borghese ed ai Colonna - dal ministro dei Lavori pubblici, il giorno dopo che il Duce lo aveva nominato. Il ministro cominciò con un po’ di convenevoli. Ma lui lo interruppe subito e prese di petto il principe: “Le chiacchiere stanno a zero. O le tue terre le bonifichi tu, coi soldi tuoi, oppure le bonifico io, coi soldi miei.” (Lui si sentiva proprio l’Onc.) “Ma poi ti esproprio tutto”.
“Fai quello che ti pare”, gli ha risposto il principe Caetani. “Ma chi si crede d’essere?” ha detto poi al ministro, quando Cencelli se ne è andato.
I Caetani erano lì da sempre. O, almeno, i loro amministratori, appostati dentro il castello di Sermoneta. Loro stavano sempre a Roma, a fare i papi. Nel senso che facevano la dolce vita; oltre alle camarille e alle congiure, e alle guerre contro gli altri nobili. Guerre vere, con le spade, i coltelli e gli archibugi. Per assicurare alla famiglia quanti più Papi veri, e cardinali.
I soldi per fare la dolce vita a Roma glieli davano le Paludi. Gliene davano in abbondanza. Così com’erano. Senza toccarle. Senza neanche vederle. Senza un po’ di melma o una zanzara. Glieli portavano direttamente a Roma i grossi mercanti di campagna. I soldi. Dentro i sacchetti. Poi si arrangiavano tra loro. I mercanti. Da bravi rapinatori. Coi disboscamenti, pel carbone. Con le mandrie di cavalli. Coi diritti di pascolo, di caccia nei boschi, di pesca nei laghi e nelle piscine. E ci combattevano loro col piccolo popolo malarico: pastori ciociari e abruzzesi, butteri burini e braccianti.
A prosciugare le paludi non ci avevano mai pensato. Fossero stati matti. E chi glielo faceva fare? Quando s’era intestardito papa Braschi, Pio VI, lo avevano sabotato in ogni modo. Mandavano ogni giorno bande di sezzesi, o di sermonetani, a far dighe nei canali, coi passoni di legno e con le frasche, come i castori. Complice Napoleone - che se l’era portato via, quel papa rompiballe - le guardie svizzere smisero ben presto di sparare ai sermonetani. E la palude riprese il sopravvento. Poi neanche Garibaldi - che pure ci si era messo - ce la fece contro di lei. E contro la malaria. E contro i principi Caetani. “E’ buono Cencelli... La palude è lì da sempre”. Nessuno ce l’avrebbe spuntata. Era come voler far girare la terra all’incontrario. Era un voler buttare i soldi, come nel Fucino i Torlonia: “Ci provasse...”, era sicuro il principe Caetani.
Il conte Orsolini Cencelli non ci stette a pensar su. Suonò le trombe, e l’Opera Combattenti scattò all’assalto. Prima fu scavato il Canale Mussolini (adesso Canale delle Acque Alte), perché togliesse via e portasse per conto loro a mare tutte le acque che da nord, extra-palude, venivano a impantanarsi e dar fastidio qui. Poi fu aggredito il cuore: tutta la zona di Piscinara - quella, cioè, tra l’Appia e il mare e da Cisterna fino a Borgo Faiti, e che adesso è il Comune di Latina - e le Paludi del Quartaccio, da sotto Sezze fino a Terracina. In due anni era tutto seccato, disboscato e appoderato.
Quando s’accorse dell’aria che tirava, e che questo faceva per davvero, il principe Caetani si mise le mani nei capelli. Era tutto quanto suo, dai monti Lepini fino al mare. E quello glielo aveva confiscato.
Per conservarsi quelle poche migliaia d’ettari che stanno tra l’Appia e Sermoneta, dovette sbrigarsi a bonificarle lui, con fossi, canali, appoderamenti, dissodamenti, casali, stalle, bestiame, attrezzature e mezzadri, cercati di corsa in tutta Italia. E tutto sotto il rigido controllo di Cencelli, che si fece pure strapagare quel pezzo di Canale Mussolini che passa in quelle terre, e che aveva scavato lui. Quello che non aveva fatto in settecento anni, il principe Caetani s’è dovuto sbrigare a farlo in sette mesi.
Cencelli, intanto, andava di gran carriera. Dopo la bonifica idraulica ed il prosciugamento era partita, quasi assieme, la cosiddetta bonifica integrale. Le terre andavano messe subito a coltura. Già nel ‘31 cominciarono ad arrivare dal Veneto i primi coloni. E anche lì pretendeva precisione. Doveva essere una manovra militare, un meccanismo sincronizzato ad orologeria.
Partivano nelle tradotte. Famiglie intere. Con gli attrezzi e masserizie - poche, trattandosi di scannati - oche, galline, maiale, qualcuno anche il somaro. Tutti dentro i vagoni merci. Pure i miei. E quelli di Palude e Nino Delorto.
Alla stazione di Cisterna in primo tempo e poi a quella di Littoria Scalo, trovavano la banda con la musica, e i banconi di ristoro. Col pane e caffelatte. Col vino e con la grappa. Poi tutti sopra i camion, che li scaricavano a destinazione: ogni famiglia nel podere assegnato.
Quasi tutti ex-mezzadri o fittavoli - rovinati fin nel poco che avevano dalla crisi del ‘29 e, più ancora, dalla quota 90 - erano abituati a vivere in stamberghe decrepite, nei fienili e nelle stalle. A buon bisogno, però, lungo il viaggio avevano provato pure nostalgia, e un po’ di panico per quel che li aspettava: “Chi lascia la strada vecchia per la nuova” avranno rimuginato, chissà per quante volte, nelle lunghe ore dentro quei carri merci.
Scendevano dai camion ed ogni nostalgia restava dentro, sul cassone. I campi erano già stati tutti quanti arati. Dalla Motomeccanica. Con le Pavesi. E con le macchine ad argano, le Favole: una fissata al di qua e l’altra al di là della capezzagna, e gli argani trainavano avanti e indietro l’aratro da scasso conficcato nel terreno. Terra che da millenni - e forse mai - l’uomo non s’era permesso di sfiorare. La prima aratura. Il primo scasso. Aratura profonda più di un metro. Adesso bastava seminare.
I casolari - che subito hanno qui assunto il nome di poderi, significando la parte con il tutto - nuovi di zecca. Grossi, ariosi, pieni di stanze. Tutti dipinti con un bel celeste. Sull’aia il pozzo. Con la pompa di ferro a forma di fascio: la bocca sull’albio. Bastava riempirlo, l’albio, e sarebbero arrivate le bestie, ad abbeverarsi. E il secchio attaccato alla pompa, con dentro il mestolo di rame, per i cristiani. E porte, finestre, vetri e zanzariere. E gli arredi dentro. La madia, i tavoli, le sedie. E dentro la madia c’era già del pane fresco. E nel camino ancora immacolato c’era la legna pronta. E il paiolo attaccato. E la scatola di prosperi sul cornicione della cappa. Bastò accendere. Cencelli aveva pensato a tutto.
Ma non erano arrivati alle Maldive. E negli anni che seguirono tutti, più volte, affogarono nei rimpianti: “Chi me lo ha fatto fare”. E tante famiglie ripresero la via del Veneto: “S’agò da crepàr de fame, mejo che ‘l mora ‘nt’al me leto” (Se debbo morire di fame, meglio morire a casa mia). Subito nei primi giorni ognuno andò a prendersi, nei centri di raccolta, la vacche maremmane che spettavano. E poi dovette mettersi a lavorare. Col fiato dei fattori sempre sopra il collo: a controllare ogni lavoro, a rimarcare ogni inadempienza. Peggio che sotto la vita militare.
I primi raccolti furono anche scarsi. Una desolazione. Nessuno gli aveva detto che la terra vergine, messa a coltura, ci vuole un due o tre anni prima che renda qualche cosa. Si raccoglieva, letteralmente, meno frumento di quanto se n’era seminato. Neanche la soddisfazione. Ma i fossi andavano ugualmente puliti a perfezione. Perfino con la scopa. Tutti i fossi di confine, e quelli comunali o consortili prospicienti. Perfino le scoline. Era una mania, questa dei fossi, per Cencelli. Era fissato. Secondo lui dai fossi sarebbero dipese, in sempiterno, le sorti dell’Agro, o sarebbero tornate le Paludi. E rompeva le scatole a tutti, coloni ed ingegneri.
Anche il seminato lo decidevano i fattori: “Qui l’orzo, là il grano, qui la canapa e là le barbabietole”. Guai a chi fiatava. Il raccolto andava all’ammasso. Tutto all’Opera. Loro poi assegnavano ad ognuno il sufficiente per andare avanti: un tanto di grano a persona; metà, per le donne e i bambini. Nessuno poteva piantarsi un po’ di vigna per conto suo. O andare a lavorare a giornata fuori. Chi veniva preso tornava in Veneto. Armi e bagagli. Con tutta la famiglia. Come chi rubava il grano, il giorno della trebbiatura, facendo sparire qualche sacco. Erano doberman, quei fattori. Ammaestrati da Cencelli. Che ogni tanto piombava pure su di loro. E sui coloni. A tradimento. Meglio la Legione Straniera.
Lo odiavano. Letteralmente. Ogni giorno, a Palazzo Venezia, arrivavano lettere anonime. A volte pure firmate. E qualche volta lettere anonime firmate (proprio così). Sgrammaticate. Senza una doppia. Con la calligrafia incerta e tutta storta: “Carro Duce pensaghe tì chesto el ne copa” (Caro Duce, pensaci tu, questo ci uccide).
Le proteste arrivavano da ogni parte: via parroco, via Podestà, via capimanipolo, via Federale, via maestre elementari, via medici condotti. E soprattutto tramite i sindacati, che nella zona di Pontinia arrivarono a proclamare una specie di sciopero. I sindacati fascisti, mica la Cgil che non c’era.
Il Duce faceva l’ingenuo. Faceva il magnanimo: “Ma non ci posso credere. Richiamerò Cencelli all’ordine”, diceva al Beato don Torello che s’era incazzato un po’. Ma dentro di sé pensava: “Vai col tango Cence’, che se la rivoluzione non è un pranzo di gala figùrati una bonifica. E che ti vai a mettere, i guanti di velluto?”
Il conte Valentino Orsolini Cencelli ha sempre goduto la massima stima e fiducia del Duce, del re e del governo. Gli hanno dato carta bianca. Almeno fino a quando non è arrivato al mare.
Poco dopo il ‘35 gran parte del lavoro era finito. Tutte le città già costruite, ed in progetto anche Pomezia. I poderi avevano ammassato un quarto raccolto. L’Agro era redento fino alla duna quaternaria, che corre parallela a quattro chilometri dalla costa.
Tra questa duna - che è una specie di pianoro a 30 metri s.l.m. - e la duna costiera o tumuleto, alta una quindicina di metri e che si affaccia sulle onde, c’è una vallata bassa, con quote al di sotto del livello del mare. L’acqua che arrivava qui - da millenni - qui si fermava. Era una specie di catino. Una laguna, da Torre Astura fino a Terracina. C’erano quattro laghi veri e propri e tutta una serie di pantani. Una laguna puzzolente - acqua stagnante - ed infernale. Il dottor Rossetti narra di un signorotto a cavallo, moro, coi baffi, che se ne veniva lungo il ciglio del tumuleto, all’altezza di Capoportiere. Il cavallo fa uno scarto. Ha inciampato. Sono scivolati giù, lungo la sabbia, cavallo e cavaliere. Non sembravano neanche preoccupati. Sono scivolati calmi. Sulla sabbia. Ma sono finiti dentro il lago di Fogliano. Prebonifica. Un metro solo d’acqua. E, sotto, una trentina di metri di fango. Limaccioso. Il pantano li ha imprigionati subito. Lentamente. Ma senza scampo. Hanno provato, gli altri, a dar soccorso. Niente da fare. Ingoiati in dieci minuti. Dal fango. Cavallo e cavaliere. Altro che sabbie mobili. Altro che i film di Tarzan.
Andavano innanzitutto bonificati i pantani e, per evitare che si impantanassero di nuovo, ne andava alzato il livello, con le colmate: milioni di metri cubi di terra da prendere da un’altra parte e trasportare qua. Poi irreggimentare i laghi. Con sponde fisse. E assicurare gli sbocchi al mare - con canali e pompe idrovore - e i flussi di acqua nuova e, per evitare ogni stagnazione, aumentare la profondità dei laghi stessi. Scavando.
Cencelli s’accinse pure a questo.
Chiamò i proprietari, le solite quattro famiglie nobiliari latifondiste: “O bonificate voi oppure bonifico io. Però vi esproprio tutto. Come l’altra volta”.
Com’è come non è, una settimana dopo lo chiama il Duce a Roma: “Ho deciso di accettare le tue dimissioni”.
“Duce, non ho capito. Io non ho dato nessuna dimissione”.
“Le proteste dei coloni hanno toccato il cuore del Partito ed anche il mio. Hai esagerato, con le tue angherie. Dimettiti!”
“Duce!” salutò Cencelli. Ed obbedì.
Il giorno dopo il presidente dell’Onc era Araldo di Crollalanza. Un altro nobile. Marchigiano-pugliese. Ministro dei Lavori pubblici.
I coloni smisero di protestare. E festeggiarono, insieme ai loro sindacati: “Il Duce sì che fa giustizia. Tutto sta a fargliele sapere. E’ il contorno...”
L’Opera Nazionale Combattenti - diretta da Crollalanza - ha bonificato a regola d’arte i laghi costieri. Interamente a spese sue. Ovvero nostre. E quello che ancora si chiama Pantano d’Inferno è, oggi, una delle zone più fertili d’Europa. Ma la proprietà dei laghi (Fogliano, dei Monaci, Caprolace, Sabaudia) è rimasta, naturalmente, dei vecchi proprietari. Alla faccia di Cencelli.
Il quale è tornato a casa sua. E c’è rimasto. Messo a riposo. A poco più di quarant’anni. Senza mai deflettere dalla sua fede nel Duce e nel fascismo. Sempre in attesa che qualcuno lo chiamasse, per tornare umilmente - secondo lui - a fare il servitore del popolo e dello Stato. Ma ha fatto le ragnatele per trent’anni, nel salotto di casa. Solo negli anni sessanta il Federale s’è ricordato di lui. E gli ha chiesto di candidarsi al Senato. Lui s’è prestato. Non gli pareva vero. Comizi dappertutto: “Ho lasciato questa terra che era un fiore”. Ma è stata una débâcle. Al Senato il Msi ha preso la metà dei voti della Camera. I coloni lo odiavano ancora. Altro che Democrazia Cristiana, piuttosto che votare lui avrebbero votato Giuseppe Stalin.
Resta, comunque, che la città l’ha fondata lui. E’ Cencelli il padre vero, non il Duce.
Nei progetti era prevista solo la costruzione dei borghi, come già detto. E a ognuno di questi borghi sarebbe stato dato il nome di una celebre - in quanto sanguinosa - battaglia del ’15-18: Borgo Piave, Podgora, Grappa e via di seguito. Uno però - quello posto al centro delle ex-Paludi - si sarebbe chiamato Borgo Littorio.
Una mattina dell’inverno 1932 - la bonifica era iniziata nel `28 - Cencelli s’è svegliato con un’idea: “Ma perché non facciamo una città?”
Non ci ha pensato sopra: “Ma quale Borgo Littorio...” e si è fatto chiamare un architetto: “Progettala!”
Quello non se l’è fatto dire due volte. Si chiamava Oriolo Frezzotti. Era il meno brillante, nella conversazione, dei suoi compagni di corso. Sembrava pure quello che avesse meno idee, perché aveva meno parole. Ma il mese dopo s’è presentato da Cencelli con tutti i disegni pronti. Pianta radiante e ottagonale della città. Piazze, vie, giardini. Rete fognante. Rete idraulica. Disposizione di tutti gli edifici pubblici. Quartieri residenziali. Era tutto previsto da qui ai prossimi cinquant’anni, per una città di 40 mila abitanti. Ed erano belli e pronti - insieme al piano regolatore e ai progetti urbanistici - tutti i disegni di tutti gli edifici: comune, chiesa, caserme, genio civile, casa del fascio, circolo ricreativo, albergo, bar, cinema-teatro, palazzi di abitazione per gli impiegati, case popolari, autostazione e vespasiani.
Il Duce non sapeva niente. Era rimasto ai borghi. Del resto, in quel periodo, aveva altro a cui pensare. Le Paludi le aveva affidate all’Onc, gli aveva dato i soldi, li aveva riempiti di potere: ci pensassero loro. E ci era venuto, sì e no, due o tre volte, in visita di cortesia.
“Chissà com’è contento quando glielo dico”, pensava Cencelli.
Quando il Duce, alla metà di giugno, è tornato da un viaggio all’estero, ha trovato sulla scrivania, nel salone del Mappamondo in Palazzo Venezia a Roma, un appunto che lo invitava ad essere in Palude, il 30 di quel mese, per mettere la prima pietra della città di Littoria. Manca poco e gli prende un colpo: “Che è sta storia?”, ha urlato al segretario.
Quello gli ha spiegato. E gli ha spiegato pure che Cencelli era un bel po’ di giorni che veniva lì, per vedere se lo trovava.
“S’è montato la capoccia? Questo fonda le città. Ma chi si crede d’essere, Giulio Cesare? E la ruralizzazione? Ma che per caso parlo arabo? Se lo prendo me lo mangio”.
Cencelli diventò uno straccio quando il segretario del Duce lo chiamò al telefono: “Mi sa che è meglio che non ti fai vedere per un po’.”
Provarono pure a fare marcia indietro. Ma era troppo tardi: i lavori appaltati, e piazze strade ed edifici già squadrati dagli agrimensori, coi picchetti di legno piantati nel terreno.
“Questa passi, per adesso”, disse il Duce: “Ma che sia la prima e l’ultima. E piccolina. Solo un borgo un po’ più grosso”.
E il 30 di giugno del 1932 Cencelli pose la prima pietra della torre comunale, che era pure la prima pietra della città. Ci sono le foto che lo ritraggono col Borsalino in testa e la cazzuola in mano. E un prete a fianco, che dà la benedizione.
Il Duce era rimasto a Roma. Incazzato nero. E aveva dato pure ordine che nessun giornale desse risalto alla notizia: “Noi bonifichiamo terre perché siamo un popolo rurale. Di città ne abbiamo pure troppe. Non sappiamo che farcene”.
Ma dopo neanche venti giorni la notizia aveva fatto il giro del mondo. La stampa estera la pompava a tutto spiano. Dagli Usa al Giappone, alla Cina, alla Russia, tutti non parlavano d’altro. Sulla bonifica in sé stessa nessuno aveva speso più di quattro righe. Ma il fatto che si stesse fondando una città nuova colpiva l’immaginario collettivo. In fin dei conti, le ultime fondazioni erano state quelle americane, ma spontanee, una casa appresso all’altra, quasi per caso, non con un disegno preordinato o con un atto d’imperio. Per questo bisognava risalire a qualche papa del Rinascimento. E soprattutto alla tradizione romana: Augusto, Giulio Cesare, Romolo e Remo con l’aratro.
Sai che fanfara. Era il 1932. In America Roosevelt - per far fronte ai guasti del ‘29 - stava appena appena pensando alla politica economico-sociale del new deal. E l’Unione Sovietica s’apprestava a colonizzare la Siberia. La fondazione di Littoria divenne il simbolo di tutto questo. Costruì, anche all’estero, l’immagine buona del fascismo, l’immagine sociale. (Immagine, peraltro, che andò a farsi benedire nel ‘35, quando aggredimmo l’Abissinia.) E vennero da tutto il mondo. Delegazioni tutti i giorni. E visite guidate. A vedere come si faceva. Pure la Russia comunista. Ministri e semplici colcosiani.
Quando ha visto tutto il baccano, e le relazioni entusiaste che inviavano i nostri ambasciatori dalle più sperdute capitali del pianeta, il Duce ha fatto lui la marcia indietro. In quattro e quattr’otto.
E’ andato subito a farsi un giro in zona (stavano ancora scavando le fondazioni) e a dare un’occhiata ai progetti. E appena si sono presentati a Palazzo Venezia i corrispondenti esteri, i cinegiornali, e gli ambasciatori stranieri, era pronto: “Ho fatto tutto io. Io ho avuto l’idea ed ho scelto il luogo. Ho chiamato Cencelli davanti a questa carta, su questo tavolo, e gli ho detto la voglio qua, proprio al centro delle ex-Paludi Pontine. Vero Cence’?”, e si voltava verso di lui.
“Duce! La vostra volontà piegherebbe il ferro”. E sembrava che ci credesse pure lui. Ma forse ci credeva per davvero.
E subito annunciò che, dopo Littoria, ne sarebbero state costruite altre quattro - Sabaudia, Pontinia, Aprilia, Pomezia - e ricostruita Ardea, che era abbandonata da due secoli. La notizia fece fracasso dappertutto. Perfino Le Corbusier scrisse al Duce, e si fece raccomandare dal governo francese, perché gliene facessero progettare almeno una, pure gratis, pure pagando di tasca sua anche i rotoli di carta lucida e le matite. Ha dovuto aspettare Chandigarh, trent’anni dopo. S’è tuffata a volo d’angelo tutta la congrega degli architetti ed ingegneri d’Italia: “Non passa lo straniero”. Tutti quelli che parlavano bene hanno cominciato a parlare più forte. Chi aveva avuto a che fare col futurismo, chi era stato marcia su Roma, chi si sentiva Antonio Sant’Elia o Michelangelo reincarnati. E tutti a sputare su Frezzotti. Non gli è riuscito di togliergli Littoria - perché oramai la cosa era andata troppo avanti - ma nelle altre città nuove non gli hanno fatto progettare nemmeno una fontanella. Poi - così è la vita - caduto il fascio quasi tutti sono diventati di sinistra. Eccetto lui. Che ha fatto il consigliere comunale insieme al Federale fino al giorno che è morto. (Abitava a Roma. E veniva a Latina per le riunioni del Consiglio a spese sue, in corriera. Non è mai mancato a una seduta.) Sui manuali di architettura e sui testi universitari ci stanno tutti - Piccinato, Mazzoni, Montuori, Piacentini - chi citato con un paragrafo, chi con un capitoletto a parte. Eccetto lui. Se lo sono scordato tutti. “Era un gregario”, dice Portoghesi.
Ma poi il Duce s’è innamorato per davvero. Non solo per finta. Per la bella figura, forse, gli è venuto in mente di fare anche le altre. Ma nel cuore gli è rimasta sempre Littoria.
Ha cominciato subito a mettere in croce Frezzotti. Voleva controllare ogni progetto. Aveva da ridire su ogni cosa. E il primo d’agosto - mentre quello già teneva la moglie in macchina per andare ai bagni di Viareggio - gli ha mandato un motociclista a convocarlo. Ha dovuto piantare lì moglie e valigie - sul marciapiede - e montare sul sellino di dietro. Palazzo Venezia. Il Duce lo aspettava sulle scale: “Bisogna cambiare tutto. Non va bene niente”.
“Come? Ma Cencelli...”
“Me ne frego di quel che v’ha detto Cencelli. Voi due pensate troppo in piccolo. Avete progettato un paesotto di campagna”. A Littoria, per fortuna, stavano ancora alle fondazioni. “Camerata Frezzotti: al tavolo da disegno! Ho deciso che sarà capoluogo di provincia”.
E Frezzotti è tornato a casa. Gomma da cancellare, matita, e inchiostro di china. Così è nata piazza della Libertà, la Prefettura, la Banca d’Italia, e l’idea definitiva della città."

sabato 8 febbraio 2014

latina, città vecchia



LETTERA DI LEA FICCA: A LATINA -

http://t.co/v7oQRTllYu
 
 

sabato 7 dicembre 2013

ce n'è di strada da fare


 
 
 
.... ce n'è di strada da fare.






Alla cortese attenzione del Direttore di
LatinaOggi
Dott. Alessandro Panigutti


Illustre Direttore, spesso capita anche a me d'essere scambiato per una persona molto pessimista, abituato a mettere in moto la giusta porzione di senso critico e in particolare nel guardare le cose che fanno il nostro quotidiano, quotidiano di chi vive Latina.
Sono entrato l'altra sera in quella sala del Circolo Cittadino, che, devo confessare, poco amo, per quel suo aspetto un po' ....stantio, ma l'incontro era li e non ci si poteva sottrarre. L'identità, il presente, il futuro, il centro storico, le illusioni, le speranze, progetti, piani....c'era di tutto, in una sorta di copia e incolla senza fine. Per fortuna poi siamo giunti indenni alla fine della giostra per poter sentire cento parole di fila con un minimo di costrutto e senso compiuto, legate alla verità storica di questa città, cento parole capaci di raccontare il dramma di un luogo. Un luogo che, come ben diceva Lei, racconta di una città, Latina, che sta morendo.
Abbiamo sentito il bisogno di farle i complimenti a fine serata e desidero anche ora rinnovare il mio grazie.
Purtroppo sembra ai più, che non sia chiaro quale è il dramma che vive oggi Latina, un non luogo generalizzato che attraversa tutti i quartieri, dalla periferia al centro e viceversa, senza distinzioni: quale l'anima, ci chiediamo, quale il sapore, l'atmosfera.....e perchè poi andare a Piazza del Popolo....per quali contenuti, per quali motivazioni....chi ci dovrebbe andare.
Qualcuno lamentava dei manifesti che invitavano a partecipare ad eventi nelle altre città del Lazio e si chiedeva perchè non avviene il contrario, dimenticando che l'evento lo fanno i cittadini, le donne, gli uomini che sono comunità. Lo fanno le persone che vivono il loro quotidiano riconoscendosi sotto l'identità di un luogo, persone proprietarie di quei beni immateriali che noi non conosciamo, che noi non possediamo.
Una cosa banale, troppo semplice, un valore solo culturale che sfugge ai più. Oggi questa cosa, a Latina diventa ancora più difficile da trovare perchè come giustamente diceva Lei, non solo non ci conosciamo, ma non sappiamo neanche chi siamo, non sappiamo quali i nostri desideri, le passioni....se abbiamo delle peculiarità, dei valori da raccontare da raccontarci. Chi è cosciente di questo purtroppo appena può va via, mette fine a momenti continui di umiliazione. E di esempi ne abbiamo tantissimi oramai.
Di sicuro siamo un ottimo dormitorio, una porzione di una grande periferia e le prospettive, i numeri, i sondaggi ci dicono che lo saremo ancora di più. Periferia strana però, perchè a volte ci si può imbattere anche in periferie vive, capaci di generare corti circuiti. La nostra è periferia dormiente, costantemente sotto farmaci anestetizzanti.... salvo occasioni particolari dove a tutti è permesso svegliarsi e salire su carrozzoni orribili che a volte di passaggio per Piazza del Popolo si fermano: e il popolo felice può godere a comando.
Altro che identità, presente, futuro, centro storico, illusioni, o speranze .....la città ha avuto respiro fino agli anni settanta, poi il nulla: una collezione infinita di carta, progetti, idee che da una parte rappresentano l'inconcludenza di chi ha governato questa città, dall'altra l'incapacità di fare quadrato intorno ad un'idea, anche minima, semplice, elementare. Avevamo, abbiamo bisogno di un progetto qualsiasi ma capace di trovare una città che ci crede, un progetto utile a creare quell'amalgama, quel terreno di coltura che da solo può tenere insieme le persone. E' mancato, manca, il segnale forte, quello strutturale, diremmo oggi quando pensiamo alle beghe nazionali...e purtroppo anche qui tutto torna anche se a scale diverse.
In cambio da diverso tempo, da troppo tempo pannetti caldi, pezze e toppe utili solo al tirare a campare. Manca il piacere della scommessa, il piacere di progettare un sogno, pensare ad un'utopia da realizzare, una calamita nei confronti di chi annoiato attraversa la città e non ne capisce il senso.
Oggi è più facile per i più dire a bassa voce alla Razzi....ma chi te lo fa fare!!!
Sono le opere pubbliche, come diceva Lei, Illustre Direttore, quelle che rappresentano una comunità; sono dieci anni o quasi che il Tribunale "nuovo" è lì, opera incompiuta....buttata lungo un autostrada come una " palazza " qualsiasi, cantiere incompiuto a rappresentare molto bene l'immagine di un'epoca, di questo momento storico tanto triste. Eppure un edificio come il Tribunale avrebbe dovuto avere un senso urbano, una sua dignità, una sua forza urbana in nome del significato che porta dietro....oppure anche qui, pur stando nelle retrovie dell'impero, respiriamo il vento dei tempi e il Tribunale può anche essere una palazza qualsiasi buttata lì senza un minimo di senso, entro un cantiere infinito...a ridosso di una strada a scorrimento veloce.
Per il resto deserto. Deserto assoluto.
Poi non più tardi di un anno fa, era il 12 dicembre se non sbaglio...e in quell'occasione l'ultima o la penultima perla. Il Comune di Latina, l'Ordine degli Architetti, il Premio Lusana, aprono ad un Concorso d'idee per una rivisitazione (?) della Piazza del Popolo. Agli atti ci sono i bandi, i partecipanti, i vincitori e quant'altro utile anche a capire sull'esistenza o meno di quel punto interrogativo posto un rigo sopra.
Di sicuro posso aggiungere di essermi sentito molto onorato, veder vincere la mia proposta....salvo poi imbattersi qualche ora dopo in un paio di persone.
La prima mi dice: Architetto ma è sicuro che gliela fanno fare? e l'altra a rinforzo : .....ma si è trattato di una esercitazione di stile.? Gliela fanno fare. Esercitazione.
Non riporto i pensieri di quei momenti, preso a godermi una situazione che ho voluto tra l'altro condividere con cinque giovani architetti della città, ne' ho voglia ora di aggiungere altro se non l'augurio ai tanti giovani a guardarsi intorno......Ulisse insegna. Per Latina attendiamo da loro un sanifico corto circuito "contemporaneo".
Si l'altra sera di tutto si è parlato, ma non abbiamo registrato un minimo d'anelito di contemporaneità, ne' volontà... visionarie.
...........Ottanta anni dopo, ed è tempo per riflessioni e sguardi visionari, tempo per nuovi segni capaci di rilanciare il messaggio della modernità, rappresentato proprio all’inizio del secolo scorso, dalla fondazione delle città nuove......
L' ironia della storia che vede Littoria più moderna di Latina.
Oggi, 24 Novembre 2011 il giorno dopo, il mio grazie al Dottor Damiano Coletta e a Rinascita Civile per la serata che ci ha permesso queste riflessioni, a lei Illustre Direttore il piacere di rinnovare la nostra stima.... ce n'è di strada da fare.
Massimo Palumbo
24.11.13
____________________________________
Massimo Palumbo Architetto Latina

latina e l'identità del suo centro storico: quale presente e quale futuro??

 ...
..............a margine della locandina
non sapendo quali i propositi, quali gli obiettivi di questa lodevole iniziativa, ci fa piacere pensare che un anno fa di questi tempi preparammo un progetto, un'idea per un futuro possibile per questo centro storico.
 

domenica 24 novembre 2013


 
 
......grande assente della serata l'anima di un luogo....
ce n'è di strada da fare


 
 
.........Ed è questo lo spazio della gente.  É il luogo d’incontro di chi a Latina frequenterà l’università e che troverà proprio nel centro storico il punto di riferimento, lo spazio di vitalità, il punto di incontro, di scambio e di relazioni. Mai come ora, Latina ha necessità di una scossa, di un corto circuito capace di farle girare pagina nel segno dell'evoluzione della propria storia, nel segno della contemporaneità.
 
Un luogo capace anche di favorire l'accoglienza e la solidarietà. Un luogo di uso quotidiano, di passaggio e di sosta, e la naturale vocazione di spazio aggregativo e di scambio......

 
 
 

lunedì 1 aprile 2013

latina, aprilia, pontinia, sabaudia, carbonia...






città di fondazione
........Latina, Aprilia, Pontinia, Sabaudia, Carbonia...
Sono le città italiane di fondazione: un progetto urbano edificato su un territorio praticamente vergine. Così nel Rinascimento nacquero Pienza e Sabbioneta, a fine Seicento dopo una serie di terremoti Cerreto Sannita, Noto e Ragusa.
Ma le vere "città di fondazione" sono quelle del Ventennio, fondate dal nulla o ristrutturate dal regime fascista: la bonifica dell'Agro Pontino fu una palestra eccezionale per gli architetti razionalisti dell'epoca. Come rileva Antonio Pennacchi in "Viaggio per le città del Duce", queste 143 città sono l'emblema dell'ordine: larghi viali che conducono al municipio, alla chiesa, alla caserma, alla casa del fascio. Un'architettura moderna e ambiziosa - si pensi all'imponenza dell'EUR a Roma - che prova a collegare la Roma antica e il Bauhaus, saltando a piè pari il Rinascimento e il Barocco, che la cultura dell'epoca riteneva periodi decadenti. Linee semplici e razionali, dunque.
Il regime rispondeva così all'esigenza di sanità pubblica in una delle zone più povere d'Italia: con nuove città intendeva portare uno sviluppo favorevole anche al resto dell'economia del paese. Ora, come giudicare questi agglomerati? Condannare l'architettura come si è condannato il fascismo? O accettare che dal regime sia nato qualche cosa di positivo? Credo sia condivisibile il pensiero rilasciato a Le Monde lo scorso anno da un grande architetto, Massimiliano Fuksas: "Non esiste uno stile fascista, ma solo un'architettura moderna. Si è confuso l'architetto e il fascista. Questa mescolanza di storicismo e Bauhaus era il parto di gente colta".......





giovedì 14 marzo 2013

palazzo delle poste a latina




“ ……l’incuria,
l’ignoranza degli uomini. Un frammento……per non dimenticare ”.


Proposta progettuale per un Museo d’Arte Contemporanea,
ex Palazzo delle Poste di Angiolo Mazzoni
a Latina

“littoria-latina: ieri,oggi…..domani.”
1994
architetto massimo palumbo

lunedì 4 marzo 2013

a proposito della biblioteca stirling








James Stirling, Michael Wilford, and Associates
Biblioteca Pubblica, Latina, Italy (1979-85)


diceva...

“…………. Sono proprio questi mediocri ideologi che ieri puntavano su una sorta di perbenismo per difendere privilegi e oggi vagheggiano aperture edonistiche come la droga, per esempio, per conservare l'esistente e ridurre il cambiamento a puro fenomeno di evasione e di provocazione, che cercano di impedire iniziative come queste con accuse e argomentazioni che, quando non sono risibili e demagogiche, sono provinciali ed astratte.
Il fatto di voler realizzare a Latina strutture per rendere la città più vivibile e porre in atto iniziative culturali d'alto livello che permettano un inserimento anche internazionale non è segno di megalomania o di 'mentalità' faraonica o cesarea come è stato detto da qualcuno con scarsa fantasia o molta mediocrità da piccolo 'borghese', ma è segno di acquisire maturità e di realistiche valutazioni delle potenziali possibilità della nostra provincia e di Latina in particolare: potenzialità che se ignorate ulteriormente, renderanno ancora più stridente il contrasto che già esiste tra la sua forza economica e demografica ed il livello delle attività che essa offre ed il ruolo regionale che le viene riconosciuto o assegnato.
La scelta di James Stirling quale progettista della ristrutturazione dell'isolato del vecchio Ospedale e della nuova Biblioteca Comunale, per chi sa appena qualcosa di urbanistica e di architettura appare quanto mai opportuna e giusta. Lo abbiamo scelto non soltanto perché si tratta di una grandissima personalità di livello mondiale, ma soprattutto per la qualità delle sue opere; esse infatti, al di là di ogni altra valutazione critica (che qui sarebbe comunque fuori luogo dal momento che ci sono decine di volumi su tale argomento) mostrano una grande capacità di interpretare l'attuale aspirazione (anche della nostra gente) ad un ambiente nuovo per un nuovo modo di vivere, combinando insieme la logica del manufatto a quelle funzioni proprie di spazi urbanistici non molto estesi e fortemente condizionati, con l'adattamento, la sperimentazione, ma anche il recupero di forme e figure, qualche volta addirittura di tipo, per così dire, "rinascimentale".
Non credo infine, che debba essere sottovalutato il fatto che egli ha progettato Università e biblioteche in quella Inghilterra che forse non sempre ci somiglia, ma che quasi sempre ci precede o suscita la nostra ammirazione, almeno nel modo di affrontare i problemi, sociali e quelli urbanistici…”
Antonio Corona
Sindaco di Latina

 

mercoledì 13 febbraio 2013

città di pietra biennale di venezia







Angiolo Mazzoni Palazzo delle Poste di Littoria,1932.



 
Angiolo Mazzoni Palazzo delle Poste di Littoria,1934.
Progetto di ampliamento non realizzato.
Ricostruzione in 3D esposta alla Biennale di Venezia alla 10 mostra di Architettura, nella mostra Città di Pietra a cura di Claudio D'Amato.





Oriolo Frezzotti Casa del Fascio Littoria,1942.
Progetto, prospetto principale 
Ricostruzione in 3D esposta alla Biennale di Venezia alla 10 mostra di Architettura, nella mostra Città di Pietra a cura di Claudio D'Amato

10.
Mostra internazionale di Architettura.
Biennale di Venezia 2006

“Città di Pietra"
a cura di
Claudio
D’Amato Guerrieri


“Città di Pietra”
.........sono per definizione
quelle città il cui principale
carattere è dato dall’essere state
pensate e costruite organicamente con la pietra,
fino a quando il declino di concezioni
strutturali basate sulla muratura portante
decretarono la fine della fortuna (critica e
costruttiva) di questo materiale. Un dato oggi
confermato dall’assestamento di termini contrapposti,
attraverso i quali viene riconosciuto
il valore di contemporaneità solo al primo di
essi: modernità-leggerezza-materiali artificiali
vs premodernità-massività-materiali naturali.
Sono città di pietra le città “mediterranee”,
quelle direttamente generate dalla civiltà greca
e romana, dalla loro particolare forma di razionalità
e i cui valori estetici sono diventati nel
tempo ideali condivisi della cultura occidentale.

...........con le città di fondazione: illustra l’idea di città
moderna mediterranea attraverso alcuni
esempi di città di fondazione, la cui natura
organica viene esplorata mettendo in relazione
il legame che intercorre fra architettura
e impianto urbano......

martedì 21 febbraio 2012

latina


 
                                                                         .....latina ?...si latina
                                                            
                              ph. Matteo Damiani


procoio


 
.....res non verba ,
dice Giorgio Maulucci pensando  alla cultura a Latina e poi si imbatte
......in un poderoso “scudo”costruito da un Vulcano cittadino con un’energia,
una creatività paragonabile (si fa per dire!) a quella del mitico dio. Parliamo
di Fabio D’Achille, che con l’operazione fantastica del MAD è riuscito a
costruire un’intera stagione artistico-culturale popolando
i più diversi spazi della città (comei giri o le zone dell’omerico scudo),
dal foyer del teatro, dalla Pinacoteca, aicaffè, bar e locali sui generis
fino al pregevole Procoio di Borgo Sabotino.....

Condividiamo le parole di Giorgio Maulucci e riportiamo qui di seguito un nostro
intervento del marzo 2003.

 L’inaugurazione (*)

Una inaugurazione durata una intera giornata per il MACL Il nuovissimo
Museo d’Arte Contemporanea di Latina.
Sono entrate, nell’arco della giornata, tante, tante persone. Una grande
festa collettiva tra suoni e musica, è stata una vera festa. Poi sono arrivati anche gli artisti.
È arrivato il Presidente della Repubblica. Il primo Cittadino e il Presidente
della Provincia scambiavano segni di intesa e di grande cordialità. Un'impresa
degna di Latina e di tutto il territorio Pontino. Miglior modo per ricordare il
18 Dicembre di quest’anno, data della fondazione, forse non c’era.
All’attenzione di tutti, il quartiere Nascosa, una volta Q5, ha ora il suo
gioiello, la periferia diventa sempre più città. E’ sicuramente un grande
giorno, Latina aggiunge un altro tassello di grande valore culturale per
l’intera provincia. L’intervento non ha nulla
da invidiare alle meraviglie e ai prodigi architettonici sorti nei vari
angoli del mondo in questi ultimi decenni. Oggi l’inaugurazione. La festa a
tarda sera, si è conclusa con i fuochi d'artificio. Infine, con gli ultimi
spettatori che si lasciavano alle spalle le agili e imponenti strutture,
tornavano i suoni lontani delle moto e delle auto che sfrecciano sulla Pontina.
I cancelli ora sono chiusi.
Quelle grandi strutture, gli spazi del nostro Museo, sono ripiombati nel
silenzio. Tutto cominciò con la passata amministrazione, un progetto serio di
grande respiro ha bisogno di tempi giusti. il Consiglio Comunale scelse il luogo.
Fu bandito un concorso internazionale ad inviti. Poi arrivò il 11 Luglio di tre
anni fa ed il gruppo “bonjour tristesse”, giovanissimi architetti under40, si
aggiudicarono il concorso per la costruzione del Museo d’Arte Contemporanea di
Latina, il MACL. Presero avvio i lavori, seguiti direttamente dal Sindaco, poi
lo scorso anno,l'ultima accelerazione. Mancava un ulteriore finanziamento,
poteva passare altro tempo, ma si è fatto quadrato, tutte le componenti
politiche hanno speso il loro impegno a favore di tale obiettivo e si è
compiuto il miracolo avviato in questi ultimi anni.
Nessuno, potremmo dire ha “remato contro”,
come per chi ben ricorda era la norma in anni non molto lontani.
Ognuno poteva avere un’idea e lo sport preferito era pensare e proporre il contrario.
Il risultato era che per decenni e decenni non si riuscì a concludere nulla: ogni iniziativa, ogni progetto era
sacrificato e moriva in partenza.
Per fortuna le cose col tempo cambiano e questo per Littoria-Latina è un vero
Rinascimento: dopo aver riportato a nuovo splendore il Palazzo delle Poste di
Angiolo Mazzoni, e realizzata la Biblioteca di James Sterling, ora è la volta di questo
importante edificio. Grande il nostro stupore: grandi gli ambienti espositivi,
spazi architettonici eccezionali, sale laboratorio per interventi work-in
progress. Un lungo percorso che ricuce il tutto: una promenade di sapore
mediterraneo che ben si snoda tra i giardini, profumi di limoni e ginestre ovunque.
Interessante lo spazio caffetteria e la terrazza ristorante ben integrati agli spazi per l’Arte.
Riconosciamo quasi a correre alcune opere di artisti del secolo scorso; nutrito
il gruppo dei contemporanei, intravediamo i sacchi di carbone di Kounnelis, in fondo sicuramente
un’opera di Mauro Staccioli : la sagoma è inconfondibile…e poi Mattiacci, e i nostri……...gli artisti del territorio
Pontino. Torneremo poi con calma a goderci le opere, le tante installazioni sparse un po’ ovunque lungo il percorso.
La nostra attenzione in questa giornata, è rapita dallo spazio architettonico, questa è l’occasione in cui l’architettura è cultura, cultura come conflitto di inquietudini, e di interpretazioni.
L’oggetto architettonico di qualità trasforma la cronaca in storia: davanti ai nostri occhi si concretizza l’evento, avviene il passaggio dall’utopia alla coscienza del quotidiano……Alcune riflessioni.
Ma uscendo da uno dei varchi che porta all’esterno, sullo sfondo si intravede uno specchio d’acqua.
Il canale di bonifica oramai da anni reso navigabile, porta con sé due vele verso il lago di Fogliano.
Nello skay-line di questo rosso tramonto di fine anno, la sagoma del Circeo è ben visibile; il bianco del MACL è forte, di grande effetto e a legarsi tra loro sono i materiali diversi, scelti con grande sapienza: il legno
di betulla, il piombo delle coperture, il travertino, il ferro corten, l’acciaio.
La tecnologia utilizzata è la migliore che esiste.
Il museo è stato pensato come vero e proprio tempio dell’arte, monumento per eccellenza sul
quale la città potrà rafforzare e rilanciare la sua immagine.
Spente le luci, ad inaugurazione avvenuta, il Museo, chiude gli occhi.
Il rumore del silenzio emette suoni siderali.
È un silenzio che si fa nostalgia di suoni scomparsi, forse sono brandelli dell'Inno di Mameli suonati poche ore prima, che spezzanole tante voci, i tanti suoni del popolo dei visitatori.
Tanti i visitatori, mai visti tanti, l’intera provincia ma anche l’interland dell’area metropolitana
romana. Latina è sempre più capitale, capoluogo culturale di area vasta.
Ilsenso di appartenenza è sempre più forte e l’orgoglio di riconoscersi in
momenti-evento come questo è patrimonio collettivo.
I giovani architetti hanno saputo interpretare a pieno il genius-loci e questo capolavoro d’architettura
con il suo plastico biancore mediterraneo, è un monumento all’Arte.
All’Arte dioggi, a tutte le espressioni che fanno il Contemporaneo, che altro non è se non
il nostro vivere, il nostro modo di essere e di esprimerci.
Per un giorno è stata festa, una grande festa accompagnata dalla musica e da suoni svariati.
L'augurio che bisogna fare al magnifico spazio costruito e fortemente voluto
dalle Amministrazioni che si sono succedute, è che là dentro si possano ammirare
e possano vedere la luce opered’arte dai suoni e rumori contemporanei.
Un luogo laboratorio e fucina di idee: guai se si chiudesse in se stesso, diventando
solo e soltanto un sempliceMuseo.
Le bianche forme, i forti volumi del Museo d’Arte Contemporanea di
Latina, sono di un organismo vivo, a cui il tempo e le intemperie cambieranno
il colore, muteranno aspetto alla materia. I progettisti hanno accettato la
sfida e hanno fatto in modo che le aggressioni della natura, col passare degli
anni, finiscano per dare più carisma, più vita. Un’opera essenziale ed elegante,
che solo l’arte raffinata del sottrarre assicura l’architettura.
Latina con questa opera oltre a riaffermare il ruolo leader sul territorio, si pone
all’attenzione del paese intero.
E’, questa opera d’Architettura luogo deputato ad accogliere la produzione culturale del nostro tempo.
Il museo d’Arte Contemporanea di Latina è anche un grande investimento nell’idea contemporanea
della città in cui il Museo, come affermava anni addietro Aldo Rossi, svolge il ruolo che un tempo
ricoprivano le cattedrali.
E’ luogo d’incontro privilegiato, che da semplice contenitore d’arte può essere vissuto come centro articolato di comunicazione e simbolo di rinnovamento della città.
Siamo certi che aiuterà anche ad attirare pubblico e a creare consenso,
oltre che ad essere soggetto attivo ed economicamente operante.
Negli anni passati, questo è già avvenuto, non solo in città poco attraente come Bilbao,
in Spagna, trasformata con il Guggenheim in una meta di primo piano del turismo
culturale, ma anche a Groningen, città del nord Olandese, nella quale il nuovo
museo disegnato all’inizio degli anni novanta da Alessandro Mendini porta ben
cinquecentomila turisti in più ogni anno.
Lo splendido Museo d’Arte Contemporanea di Latina, oggi inaugurato, è
come un grande strumento musicale che sicuramente darà “suono” alla sensibilità degli uomini di
oggi, di domani.
Il suono...…..Il “suono” a volte è forte…..ci scuote e ci sveglia,
interrompe…… il nostro sogno, ci riporta alla realtà, fa in modo che sentiamo i
nostri piedi saldi in terra.
Abbiamo recuperato la dimensione, l’aria, gli odori del nostro quotidiano. Torniamo a casa… tra le tante carte che portiamo dietro, l’ultimo numero di Casabella.
Il giornalaio del Q5 è sempre lì:….
il grande piazzale d’asfalto, la scacchiera disegnata dai ragazzi con un po’ di gesso, il cartello vendesi, un cane randagio che abbaia.
Le vele, scomparse oltre l’orizzonte.... Latina quattro settembre duemiladue.


MassimoPalumbo

“…cos’ è per te la speranza?
Per Aristotele, è un sogno fatto da svegli. ……
La speranza allora, non è metafisica, ma è la capacità di
progettare e di battersi per realizzare il Sogno…

” Da una conversazione tra Renzo Cassigoli e Renzo Piano"
“ La responsabilità dell’architetto”  Passigli editori 2002
__________
(*) L’inaugurazione
di Massimo Palumbo da Littoria poi Latina CONTEMPORANEA 1945-2003
Riflessioni per una storia delle arti visive.
Marzo 2003

lunedì 20 febbraio 2012

la fiamma








 

“ … la fiamma del carabiniere…”
… L’intervento è minimale e rispettoso dell’impianto urbanistico di fondazione.
L’isola, è sottolineata da un cordolo sagomato in travertino, rafforzato lungo tutto il perimetro da una lastra, ancora in travertino, con funzione di raccordo con l’asfalto della sede stradale. Sulla sommità un semplice prato verde accog quello che l’autore, Massimo Palumbo,  definisce un segno urbano. Si tratta di due sagome sovrapposte e lievemente inclinate rispetto al piano di posa, una in acciaio corten e l’altra in acciaio inox, che raggiungono in altezza le dimensioni di 3 metri
Le sagome evocano un simbolo ben noto e riconoscibile, la fiamma del carabiniere ….
…Proiettata nella città, la fiamma supera la referenzialità all’oggetto, essere simbolo dell’Arma, bloccata nella divisa,  per ritornare ad essere l’espressione di un sentimento, in questo caso di riconoscimento per quegli uomini, figli del popolo, della città, che bruciano le loro vite nel servizio ….
Così Massimo Palumbo con il materiale della tradizione, il travertino  tipico del periodo di fondazione di Latina, il materiale della natura, il prato verde ed il materiale dell’innovazione e della forza efficiente e di molte espressioni artistiche contemporanee, l’acciaio, si confronta con il tema del “monumento”.
Si tratta di un tema contraddittorio per l’arte contemporanea e per molti aspetti imbarazzante, bandito per anni, perché non si tratta soltanto di un’arte fine a se stessa ma di un’arte che deve confrontarsi con un contenuto ufficiale, entro certi limiti con criteri di leggibilità e riconoscibilità, e con tutta una tradizione. Si tratta poi di un elemento destinato a durare nel tempo.
Bene ha fatto Massimo Palumbo ad accettare questo confronto e ad esporsi in tal modo in pubblico, consapevole da architetto-artista quale è, che ogni monumento è essenzialmente un segno che, nel riassumere un luogo, lo qualifica come spazio, momento di sintesi della qualità urbana ….
Teresa Zambrotta    Critico, storico dell’arte.
Latina giugno 2004


 



foto by Annamaria De Luca