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lunedì 4 marzo 2013

a proposito di ponte genovese a borgo sabotino




......L’idea di environnement di Massimo Palumbo, consistente nell’ipotizzare un ponte-mongolfiera, virtualmente in grado di spiccare il volo in ogni momento, a causa dei grandi palloni aerostatici bianchi ad esso collegati in punti strategici, e miranti “ad infinitum”, gioca, com’è prassi consolidata in altre installazioni di questo nostro originale rappresentante della land-art, con un’arrière pensée fortemente polemica, com’è del resto intuibile dall’osservazione della serie di foto “parlanti” a documentazione della bellezza architettonica e quasi sensoriale del manufatto romano del ponte. Piccoli blocchi di laterizio caldo, aggettanti e rientranti ad interpretare il movimento dei brevi piloni e l’armonioso svolgimento delle arcate, piombato, il tutto, nel magma di un desolante degrado di periferia urbana, tra  stracci, canneti  e roulottes . Vola via, pontile romano, nell’oscurità della notte, prendi il largo per lidi più ospitali…questo un possibile messaggio, tra i tanti  ipotizzabili per il progetto di Massimo Palumbo...
Marcella Cossu*

*Marcella Cossu Curatore, Storico dell'Arte,
direttrice della Raccolta Manzù,Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma 


lunedì 30 luglio 2012

La sedia di Polifemo 1996


“La sedia di Polifemo”  1996 






Installazione 5,00X5,00x5,00  ferro, tubolari innocenti
Massimo Palumbo

Latina, Parco di Fogliano
L’identità, il riconoscersi ecco …
ricordo sul pontile proteso verso le acque del lago l’installazione … la sedia di Polifemo, il silenzio assoluto che solo lì in quel luogo magico, si può cogliere, occasione che considerammo unica e particolare, quella di poter godere di quello spazio, di quello scenario naturale patrimonio di noi che viviamo questo territorio …
…e poi il dialogo privilegiato con il lago, il parco letterario, i luoghi carichi di storia : Ulisse, l’Odissea.
La mia sedia, la sedia dalle dimensioni fuoriscala, era un invito a sedersi, un invito a fermarsi e riflettere per un attimo …  ascoltare il rumore del silenzio.
La struttura in ferro, il cubo  era il desiderio di chiudere, di circoscrivere uno spazio ideale, uno spazio psicologico con in lontananza il profilo inconfondibile del Circeo …
Massimo Palumbo 


1996_2012 .....sedici anni dopo, " la sedia di Polifemo"  dovevamo rimontarla  questa volta sul Lungomare di Latina sulle dune ....ma non è stato così.
A vincere è stato il pressapochismo ...purtroppo dilagante e la burocrazia: pali in ferro del tipo tubolari innocenti non si possono infilare  nella duna!
Il permesso anche se provvisorio per un mese non c'è................... e " la sedia di Polifemo" non si monta: tanto lavoro preparatorio è andato a monte.   Non ci sono parole.
29.07.2012.
ps. sicuramente  se avessimo voluto realizzare una casa abusiva avremmo avuto più fortuna.







"l'acqua negata"
2012
Installazione
Massimo Palumbo

al MAD PROCOIO 2012


sabato 2 giugno 2012



".....dove  stiamo  andando? "
2012
installazione 2.00x2.00
tecnica mista: ferro, gomma, materiali riciclati su tavola
MASSIMO PALUMBO

LATINA MADARTECONTEMPORANEA

.............L’installazione di Massimo Palumbo si inserisce coerentemente nella poetica dell’artista/architetto, per molti versi assimilabile all’Arte Povera, volta a dialogare con la società attraverso un linguaggio formale composto da materiali semplici, comuni, quali, in questo caso, il ferro e la gomma. “…Dove stiamo andando?” è una domanda tanto fondamentale quanto universale, un interrogativo che nei momenti di crisi –ma non solo- ognuno si pone. Le risposte possono essere molteplici , le possibilità innumerevoli e flessibili, così come è flessibile il materiale gommoso di cui è composta parte dell’installazione. I grovigli di gomma implicano la potenzialità di percorrere strade diverse, di assumere forme differenti, dipendenti dalle scelte individuali; denotano un’apertura e uno sguardo attento e consapevole rivolto all’attuale periodo storico e sociale, che sempre più spesso viene definito, non a caso, critico. La riflessione sul presente e il dialogo che ne deriva sottintende la capacità di prospettare ciò che avverrà, e soprattutto la difficoltà di prefigurare un determinato tipo di futuro. La flessibilità della gomma e le distinte forme che questa può assumere ci pone di fronte all’incertezza attualmente dilagante,  indica la possibilità che potrebbe accadere qualcosa che non vorremmo, come l’avvitamento su noi stessi suggerito dalla treccia di ferro, materiale duro, rigido, impossibile da indirizzare, al contrario della gomma, treccia che simboleggia chiusura mentale, assenza di comunicazione, isolamento e individualismo imperanti.
Laura Cianfarani





mercoledì 30 maggio 2012




".......senza parole"


............il testo qui sotto riportato di Francesco Manfredi-Selvaggi, è tratto dal catalogo : KALENARTE XX Edizioni Palladino 2010.

IL POETA DI CASACALENDA
Francesco Manfredi-Selvaggi

 Il colosso fatto di scaglie di pietra che si vede nella foto di Pasquale D'Imperio è un’opera dell’artista greco Costas Varotsos. Esso rientra nel progetto di museo all’aperto che si va realizzando attraverso le diverse edizioni di Kalenarte. Il bosco nel quale si trova, vicino a Casacalenda, è scuro e denso. In questo contesto che non è quello di un giardino, ma di una superficie boscata simile a tante altre, la visione di questo gigante è inaspettata. Non è che questa è la prima volta di statue di figure umane poste in ambienti naturali, perché vi sono luoghi come il famoso giardino manierista di Bomarzo dove le sculture popolano il paesaggio. Nel nostro caso, però, l’effetto è ancora maggiore sollecitando addirittura una esclamazione di meraviglia in quanto in una normale cerreta non si pensa di imbattersi in oggetti artistici. Siamo di fronte ad un’immagine surreale, quella di un manufatto in pietra dai lineamenti umani. Il titolo dato dall’autore all’opera di «poeta» deriva sicuramente dal fatto che questa è una cosa che deve essere completata nell’immaginazione: un invito a fantasticare sull’aspetto di questo uomo grande. Viene da pensare a qualcuno che se non è umano nella scala dimensionale è carico, comunque, di umanità il quale vive solo pur se circondato da una moltitudine di individui che poi sono gli alberi. Le piante, infatti, rappresentano cose vive e la personificazione, cioè l’identificare il non umano con l’umano, abbonda nella cultura popolare. Il sentire un albero come un uomo è, dunque, una operazione legittima. L’unico dubbio che viene rispetto a ciò è che il bosco è solo in apparenza un ambiente più durevole di altri essendo soggetto a tagli periodici; poiché è attraverso l’intorno che questa statua acquista significato c’è il rischio di una diminuzione di senso se si effettua la ceduazione. Pertanto, si ritiene necessario un vincolo sul bosco. Si è impressionati, lo si ripete, non solo per la taglia della statua, ma anche per la sua collocazione in un bosco. È da quest’ultima, quindi dalla integrazione con gli alberi che trae il suo significato, altrimenti, senza il rapporto con gli alberi, messo in una posizione isolata potrebbe venire letto quale evocazione del superuomo. Stalin e Saddam si erano fatti costruire statue di dimensioni simili ubicate in siti dominanti nei panorami urbani per comunicare il loro potere. Il “poeta”, al contrario, confuso tra gli alberi sembra proprio un tipo mite che non incute terrore. La sua umanizzazione va collegata anche all’assenza di piedistallo, immancabile nelle statue dei dittatori, fatto che lo avvicina agli alberi e, di qui, per quanto detto prima, agli uomini.

li.  2010

*  *  *



lunedì 27 febbraio 2012

public_art

Spazi a (dis)misura d’artista, chiacchierando di public art.  A Napoli, per i Martedì Critici, c’è Giancarlo Neri .




Giancarlo Neri, Lo scrittore, 2003-2005







Quella volta che invase via Krupp, a Capri, con centinaia di lampadine accese. O quell’altra in cui piazzò un maxi cavallo galleggiante tra le acque del golfo di Napoli, di fronte Castel dell’Ovo. Oppure quando mise in mezzo al Parco di Villa Ada, a Roma, uno scrittoio e una seggiola alte quanto un palazzo. Giancarlo Neri, protagonista del terzo appuntamento napoletano dei Martedì Critici, è uno che ama confrontarsi con la natura degli spazi, sfruttandone caratteristiche, limiti, possibilità e condizioni. Una vocazione al confronto col reale che punta al coinvolgimento –spesso ironico – dello spettatore e spinge verso la trasformazione radicale dei contesti. Più che collocare un’opera in uno spazio, Neri la utilizza come generatore di alterazioni percettive, scegliendo la via dell’arte pubblica come dimensione espressiva principale. In questa direzione vanno i suoi numerosi progetti in Italia e all’estero: da quello del Circo Massimo di Roma nel 2008, all’ultimo spettacolare intervento di Rio de Janeiro, nel gennaio 2012. Una ricerca che lo ha consacrato come uno dei più originali artisti italiani contemporanei.
28 febbraio 2012, ore 18
Palazzo delle Arti Napoli, via dei Mille 60
a cura di

Alberto Dambruoso e Marco Tonelli