venerdì 14 maggio 2021

Fuksass, Corviale ed una chiacchierata di alcuni anni fa' con Daniele Zerbinati.



L'altra sera intervistato in televisione, Massimiliano Fuksass pontifica su Corviale e sul quartiere Zen a Palermo di Gregotti. 
"I quartieri  generatori  di dolore vanno demoliti"  Diciamo subito che ci è sembrata singolare e talebana  questa posizione, specialmente se si pensa che Fuksass sa bene che le responsabilità del degrado e delle emarginazioni in quei quartieri non sono frutto e responsabilità dell'Architettura, dell'Architetto. Una posizione scorretta e solo funzionale a conflitti per egemonie culturali in essere e personalismi che nulla hanno a che fare col problema vero.  Corviale come lo Zen avevano ed hanno bisogno di servizi. Sono progetti incompleti.  Bisognava da subito aggiungere servizi e mettere in essere la qualità del vivere. Tutti sappiamo compreso Fuksass che la politica, le amministrazioni locali hanno fatto finta di non sapere che una casa data, era tanto..ma non sufficiente a risolvere i problemi dell'urbano, del vivere. "Dare casa alla gente: quella era l’utopia degli anni ’70 ".
Mi sono ricordato al proposito di un' intervista  di qualche hanno fa che mi fece Daniele Zerbinati. Tra le cose dette, si parlava anche di Corviale. Si un sogno per Corviale...




....un futuro da costruire: appuntamento con Massimo Palumbo,
l'uomo e l'architetto si raccontano di Daniele Zerbinati 

                           ." se  hai delle visioni, devi saperle raccontare, o quantomeno ci devi provare a raccontarle a rappresentarle".
Un’altra intervista per conoscere la città di Latina. E’ la volta di un maestro: Massimo Palumbo.

Continuità e discontinuità
"Il mio è stato un percorso continuo e discontinuo, colmo di contraddizioni nate da una curiosità e da un interesse rispetto a valori sostanzialmente culturali. Nasco architetto, frequentai il liceo scientifico e scelsi poi l’architettura.. potevo mescolare i vari interessi che avevo curato durante gli studi, coniugare i tanti contenuti l'architettura  con gli argomenti di altri campi, e questo mi piaceva...L’architettura, dopotutto, non è che lo specchio della società, la sommatoria di tanti discorsi legati a problematiche sociali, culturali, antropologiche, e ogni oggetto architettonico realizzato nella storia è tale perché riesce a rappresentare l’immagine di un’epoca, di un momento in cui l’uomo ha costruito il luogo dove vive e lo ha fatto portandosi dietro una serie di significati.
Questo mio essere colmo  di curiosità diverse, mi porta a vivere alternativamente momenti di grande raziocinio e momenti fortemente irrazionali..
Epoca di sognatori
Personalmente ritengo di essermi formato in un momento particolare  della mia vita, quei maledetti sei anni di università, meravigliosi, perché la mia generazione ha sognato. Molti di noi, hanno abbandonato il sogno; tanti altri hanno continuato a coltivarlo e lo fanno ancora: io appartengo a quelli che non riescono a rinunciare all’idea che quello è stato un periodo bello, particolare  per tutta una serie di spinte che ci sono state e che avrebbero potuto, dovuto  far avanzare la società.... se solo non fossero state bruciate, congelate, abortite.
E’ evidente che del buono si è fatto, perché,  la realtà di oggi non è identica a quella della fine degli anni ’60, ma è sempre poco..
..bisognerebbe riannodare i fili e andare oltre, mettere sul tavolo bianco del fare la parola più importante, “futuro”, e su quella costruire una qualunque cosa..
Verso il futuro: l’utopia
..Insieme al progetto, l’utopia è ciò che costruisce la quadratura di un ragionamento: la rapporti al tuo pensiero nel momento in cui proponi qualcosa di apparentemente impossibile, irraggiungibile, ma che, portato avanti con costanza, raziocinio, impegno, fatica e tutta una serie di piccole grandi cose messe insieme, possono diventare realtà..
 Ci sono delle situazioni che rappresentano la ‘tua’ utopia, in cui riesci a vederla tanto possibile che, quando poi la racconti può accadere che ti prendono  per  pazzo:  del resto  nel corso della nostra storia è evidente che ci siano stati momenti in cui qualcuno fu visionario, momenti di scarto. Renzo Piano che ti fa il Beaubourg, a Parigi: non era un’utopia, quella? Lo era, un’utopia realizzata e tangibile.
Per cui, non bisogna aver paura: se uno ha delle visioni, deve saperle raccontare, o quantomeno ci dovrebbe provare. Non importa che gli altri rispondano di non aver capito o che non vogliano capire, perché è grazie alle utopie che il mondo cammina. Momenti di cortocircuito, che non fanno la quotidianità, ma ogni tanto avvengono».
“Soli a Corviale”





"Sono stato coinvolto, da un gruppo di amici, nell’iniziativa di ristrutturazione del complesso di Corviale: un concorso internazionale, indetto dall’Istituto Autonomo Case Popolari di Roma. Intorno a quel nome sappiamo cosa c’è, pensiamo a quel che si è fatto o non si è fatto, e la mia generazione, anche rispetto all’architettura, ha sempre guardato a come l’uomo potrebbe e dovrebbe vivere. Dare casa alla gente: quella era l’utopia degli anni ’70. Proprio in quest’ottica, nacque il chilometro di Corviale.
Ciò di cui oggi Corviale ha più bisogno è il rientrare nella città, farne parte, raccontarsi come pezzo di un contesto immenso. Così, il segno è stato quello non di un sole, ma di due soli, perché mi piaceva giocare con le parole: “soli”, la condizione di chi, a Roma, è stato solo in un luogo per molto tempo, senza l’attenzione di chi avrebbe dovuto farlo sentire parte della città a tutti gli effetti".
 ..la mia idea era di rappresentare visivamente e fisicamente quello che, in un certo senso, potrebbe essere visto come un altro obelisco..... : quando venivano realizzati a  Roma gli obelischi andavano a ricucire situazioni problematiche e ad individuare nuove centralità.."
















"...la voglia di sognare"




erano le giornate di Stirlig a Latina, gli presentano fieri il plastico della città del domani
...non eravamo d'accordo forse, siamo stati critici, dubbiosi
ma dobbiamo ammettere che c'era ...la voglia di sognare, di immaginare un futuro
per il territorio, per la nostra città.
..la voglia di sognare.


 

venerdì 30 aprile 2021

per Gianni Brustolin, per Tonino D'Erme…per l’Architettura.

 






per Gianni Brustolin, per Tonino D'Erme…per l’Architettura.

Abbiamo letto in questi giorni che la nostra città si appresta a ricordare Giancarlo Bovina intitolandogli una parte del nostro lungomare. Una buona notizia. Per la città e per quanti hanno a cuore la natura, i beni ambientali. Un evento del genere fa tornare alla mente un desiderio che siamo certi è patrimonio di molti che viviamo questo territorio. Bovina parlava del valore dei “luoghi, noi aggiungiamo che la qualità dei luoghi è espressa anche da valori come l’Architettura. Perché allora questa nostra città non ricorda il senso e il valore etico, sociale dell’Architettura individuando un piccolissimo spazio che ricordi Gianni Brustolin e Tonino D’Erme? 

Non vogliamo aggiungere altro, non ce ne sarebbe bisogno...

 Capita e non è la prima volta che studenti di Architettura sollecitati dai loro professori siano spinti a raccogliere materiali di studio per esami o tesi di Laurea. Tre mesi fà per conto della Sapienza di Roma Facoltà di Architettura si chiedeva di studiare le cosi dette “Case Arlecchino” di via del Lido, intervento IACP di Gianni Brustolin degli anni 70’, oggi per conto della Facoltà di Ingegneria di Perugia l’attenzione è per “Casa La Sala” in via Nascosa, sempre degli anni settanta di Tonino D’Erme.  

Non ci rimane che attendere: dopo l’Ambiente, l’Architettura. 

..per Gianni Brustolin, per Tonino D'Erme.

30.04.2021








mercoledì 21 aprile 2021

I PALAZZONI

I PALAZZONI

                                   ph. by federica rigillo

IL CASO. 
La rigenerazione urbana e come manometto l'esistente di qualita'.

" Nello specifico, l’idea progettuale elaborata dal Prof. Patrizio «prevede una serie di interventi – ha detto il progettista – materiali e immateriali, considerando anche il valore sociale delle operazioni che verranno compiute». Una di queste è la demolizione dello scheletro dell’ex Icos e la ricostruzione di un volume che potrebbe essere destinato all’housing sociale a canone calmierato. «Ci saranno un ponte ciclopedonale sulla Pontina – ha spiegato il Prof. Patrizio – e collegamenti con le piste ciclabili. Le cosiddette “vele” saranno interessate da interventi di riqualificazione energetica e verranno allestiti orti sociali e spazi di verde attrezzato. Il progetto è ambizioso perché ha come obiettivo rigenerare una comunità di abitanti particolarmente numerosa. Stiamo inoltre somministrando ai cittadini del quartiere un questionario dal quale riteniamo possano arrivare condivisioni di idee interessanti".





Sono anni che dei PALAZZONI se ne parla e solo in senso spregiativo: il degrado, l'emarginazione, l'essere un dormitorio. 

QUALE IL PROBLEMA??
Le colpe sono da attribuire agli edifici, ai valori architettonici che rappresentano o
ad altro??


I PALAZZONI 

Da sgombrare il campo a dubbi, equivoci od altro: l' intervento è di qualità sia sul piano architettonico che su quello edilizio  e oggi  non è un caso, corre il pericolo di essere manomesso. I due interventi ex IACP ora ATER, sono due edifici di buona qualità e realizzati a suo tempo come edilizia residenziale pubblica.

 La MANOMISSIONE
Ed oggi la storia si ripete. A Latina c'è un'abitudine, quella di  accanirsi contro particolari  manufatti se sono in odore di qualità. L'elenco è lungo, dal palazzo delle Poste di Mazzoni alla Casa del Contadino fino a giungere ai diversi edifici di buona fattura della Latina del dopoguerra e la musica è sempre la stessa. 

C'è sempre una giustificazione che il momento storico offre. Ieri le ideologie, oggi ci si può imbattere anche in nobili e giuste giustificazioni: l'ansia  della problematica  energetica, la creazione di  orti sociali, la creazione di balconi o di logge 
Fortuna vuole che per ora ci siamo salvati dal bosco verticale.  Interventi  che va detto  spesso sono corrispondenti solo alla moda del momento.

Naturalmente chi ci conosce  sa bene che condividiamo le problematiche riguardanti i temi della rigenerazione urbana, ma si ritiene necessario avere approcci diversi e più legati alla realtà dei luoghi, alla storia dei siti, al valore dell'esistente e al saper distinguere cosa toccare, cosa manomettere. 

Non vogliamo pensare  che questo possa essere il momento, l'occasione di aggiungere superfetazioni che prima o poi qualcuno andrà ad eliminare. 

C'è green e green.
 Nel nostro caso in particolare necessita il rispetto dell'esistenza di  un manufatto che per molti di questo territorio è Architettura della seconda metà del 900 Italiano.  
Poi tutte le operazioni verdi e sostenibili e di socialità sono benvenute. 
BENVENUTE

__________
Un parco sopra la Statale 148 Pontina interrata per 500/600 metri e avremmo ricucito le due porzioni di città. Si dirà: la burocrazia!. le tante difficoltà. 
Diciamo anche che quando si vuole, si fa. 




da: http://www.comune.latina.it/2021/04/13/agonfie-vele-la-rigenerazione-urbana-che-parte-dai-valori/ )

                                                                         



LE LOGGE 

NO
E se il problema è il desiderio, la volontà a risarcire lo strappo al territorio, causa del fuoriscala voluto dal progetto di Cerocchi,  "le montagne artificiali" come le definisce  Franco Purini  "montagne artificiali che dialogano a distanza con il Casilino di Quaroni", il problema è altro e va visto in un operazione più significativa e dovrà essere  "una riflessione sulla discontinuità urbana" e " risarcire il gigantismo dell'espansione di Latina, e  dovrebbe configurarsi come un "restauro del paesaggio".. (**)
RESTAURO DEL PAESAGGIO
non certo con "logge" che tempo qualche anno dovremo fare voti ed evitare che vengano chiuse... 


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Sui PALAZZONI   le considerazioni dovute.
massimo palumbo
20.04.2021

(**)  Franco Purini  "PER LA CASA PONTINA , p.31 in Paolo Costanzo  IACP  Latina 1939-1989 CLEAR Roma 1990





LA SCHEDA 
Due interventi ex IACP ora ATER.  
Realizzati come edilizia residenziale pubblica. 
Anno 1981  PdZ. 167  Centro Direzionale lotti  C e D.  legge n. 457/1978
La progettazione fu  affidata ad un equipe di Professionisti. 
Il Progetto esecutivo è dell'Architetto Riccardo Cerocchi. 
Gli interventi in questione sono tra i progetti segnalati al DOCOMOMO per il censimento nazionale delle architetture del secondo Novecento.






 

Parlare di questi edifici e non pensare a 
RICCARDO CEROCCHI ARCHITETTO 
ci è impossibile.
Abbiamo curato nel 2018 con l'architetto Silvia Mastrantoni una mostra voluta  dalla Fondazione Roffredo Caetani e dall'Ordine degli Architetti di Latina e Provincia 
Riportiamo qui di seguito dei pensieri, un testo scritto per quella occasione.


CARO DADDO .

….era il gennaio dello scorso anno  e Riccardo Cerocchi ci lasciava, per ricordarlo, sul nostro blog scrivevamo :...per Daddo Cerocchi e poi una bella foto di una sua architettura in piazza San Marco a Latina. 
Lì sotto riportavamo: ...il brutalismo architettonico degli anni settanta e il suo modo di fare stratificazione sulla città di fondazione.   Arriverà il giorno e si discuterà su le sue opere che ora, ai più appaiono sacrileghe quasi offensive ..alla  Littoria di Oriolo Frezzotti.  
E’ passato un anno ed oggi ci ritroviamo nel suo studio di via Ecetra al quarto piano, invitato da un gruppo di amici, molti tra quelli che hanno voluto bene a Riccardo Cerocchi, e siamo lì per ricordarlo. L’essere intorno ad un tavolo, in quello che era stato il suo studio, coglie il significato in più: l’impegno, e la motivazione e questa volta era per un approccio diverso da come fu salutato un anno fa. 
Sicuramente Riccardo Cerocchi è stato più cose, ha saputo ricoprire più ruoli ed avere sicuramente almeno due anime: ha amato la musica, ha amato l’architettura, l’arte.  Un’anima unica e ne siamo certi per un pensiero sicuramente poliedrico ed appassionato.  Oggi un anno dopo, lo vogliamo ricordare come Architetto.

                                  Caro Daddo...perché ci piace aver scelto del suo lavoro le cose, i materiali che più lo rappresentano e fanno la cifra del suo lavoro al di là di schemi e/o sovrastrutture scientifiche. Un lavoro corposo che vorrebbe anni di studio e di elaborazione per i tanti materiali in archivio. Una figura complessa ed appassionata che ha fatto del suo essere architetto una entità in continua ricerca dei sapori del tempo, ai quali ha aggiunto l’essere persona curiosa in un viaggio mentale e reale… continuo. Un lavoro quello di Riccardo Cerocchi Architetto, che ci permette per la prima volta nella nostra città, di cercare di raccontare e capire cosa possa essere avvenuto nel porsi come professionista, al giovane architetto e come si sia posto al territorio in un momento storico tanto difficile, di mutazione e di cambiamento.

Una occasione, anche per indagare e raccontare in parallelo brani di storia nuova ed inedita per la città di Latina. La bonifica, le città nuove, Latina, ma prima ancora Littoria e Riccardo Cerocchi che si pone giovanissimo nei primi anni cinquanta con occhi nuovi e carichi di curiosità per questo territorio.  Siamo certi, l’avrà guardato con interesse ed anche con spirito visionario.

Diversi anni dopo in un suo intervento sulla stampa locale nel febbraio del 1983  dirà: 

“…..case plurifamiliari a torre, in linea, a blocco, a ballatoio, le cosiddette palazzine e gli impropriamente detti villini del vecchio regolamento edilizio, le case unifamiliari singole, associate a gruppi, associate a schiera, le case coloniche, testimoniano la eterogenea origine della società Pontina e la non chiara programmazione urbanistica…….anche le semplici case unifamiliari singole o associate, che si costruiscono dagli anni sessanta in poi in tutto il territorio comunale, al di fuori dei centri abitati, sulla base di una troppo elastica interpretazione della normativa che regola le zone agricole, sono pregiudizievoli per l’equilibrio urbanistico del territorio e della sua morfologia……vanificano il giusto rapporto tra città e campagna a scapito dell’ordinato sviluppo generale….” 

Un giudizio amaro…sicuramente lui pensava già ad altro, il suo contributo era stato d’altro sapore, ma in quegli anni si stavano già mettendo le basi della città diffusa…… la città dei non luoghi.  Daddo Cerocchi viaggiava già per altri mondi ed era la musica ad affascinarlo.

La nostra testimonianza non può non tornare ai primissimi anni settanta e lasciata Roma, freschi di laurea ed alle spalle gli anni tumultuosi vissuti nella Facoltà di Architettura a Valle Giulia, rientravamo in provincia carichi di entusiasmo. Nei nostri bagagli potevi ritrovare Bruno Zevi, Maurizio Sacripanti ed gli altri maestri che riuscirono a plasmare e ad arricchire il nostro sapere che comunque aveva necessità di confrontarsi intorno ad un tavolo, capace di progettare la realtà del quotidiano… Gli amici del momento erano due architetti_non architetti. Può sembrare strano ma sto ricordando due figure importanti per la storia della nostra città e furono loro ad indirizzarmi a fare esperienza presso lo studio di via Duca Del Mare ultimo piano. Tonino D’Erme e Gianni Brustolin, mi dissero dai, vai da Daddo ti troverai bene e sicuramente farai l’esperienza che stai cercando. Mi ero laureato in Composizione Architettonica avevo progettato una Città lineare ma volevo disegnare un progetto esecutivo. Conobbi Riccardo Cerocchi ed era l’estate del 1972

Il ricordo di un luogo straordinario: sapevamo di essere nel miglior studio professionale che Latina poteva esprimere, e l’atmosfera era positiva e guardava lontano. Si respirava ancora l’aria delle classifiche nazionali che davano Latina insieme a Milano e Pescara tra le città più in crescita.  I fermenti poi di un Italia che stava cambiando erano ancora da venire e forse inconsapevolmente eravamo proprio noi i portatori del vento nuovo del dopo 68” a porre i primi dubbi… e il modo di fare la professione anche in provincia non avrebbe mai potuto negare quanto stava avvenendo in Italia. Eravamo agli inizi degli anni settanta, la crisi del petrolio arriverà subito dopo con tutte le conseguenze per l’economia Italiana anche se quegli anni furono per l'Italia una grande stagione di crescita sociale, culturale e politica. Latina vive questi eventi: una città in crescita che sentirà addirittura   l’ambizione di sentirsi città europea sognando la biblioteca di James Sterling. Lo studio di Riccardo Cerocchi in questo passaggio storico, rappresenta in città le istanze professionali per una crescita sociale del territorio Pontino ma anche una volontà di porsi come studio professionale sempre alla ricerca del nuovo e della sperimentazione. Una mole di lavoro notevole, esperienze che vanno come si diceva una volta …dal cucchiaio alla città, per cui anche girando semplicemente per la città di Latina era facile imbattersi in sue palazzine, villini, strutture urbane…  Il tutto impensabile per i giorni che viviamo.  Lo studio Cerocchi a Latina come laboratorio, luogo accentratore e di passaggio…della meglio gioventù se si può dire. Collaboratori di qualità e penso a Gianni Brustolin o a Mimmo Parlato o a Tonino D’Erme, figure professionali che in un passaggio significativo della crescita del nostro territorio, anche in prima persona hanno poi scritto pagini interessanti che riguardavano le occasioni di trasformazione della città attraverso interventi di design e o di riqualificazione. Abbiamo sempre seguito Riccardo Cerocchi Architetto e il suo fare, come professionista presente sempre e in modo puntuale con interventi e proposte sui diversi temi della città e questo almeno fino agli anni ottanta…poi arrivò “la musica”. Grande il suo ruolo come uomo di cultura con il Campus Internazionale di Musica, sua creatura e suo progetto pensato per il territorio Pontino. Il sacro furore della musica lo prese e fu proprio questo progetto culturale a motivarlo per gli anni a venire: naturalmente era musica Contemporanea e non poteva essere diversamente. Vinceva il binomio musica ed architettura e non era stato casuale imbattersi in architetture e impianti grafici carichi di tempi e spazi ritmati. Tante le volte che ci siamo incontrati e lo ricordiamo trasmettere sempre cordialità ed eleganza. Ricordo in particolare il suo stupore, ed era il 1992 quando a Sermoneta nel Castello Caetani ci incontrammo in occasione della mostra “Corrispondenze, lettera aperta a dieci artisti “a cura di Alessandro Masi. La mostra ospitata dalla Fondazione Caetani e organizzata dal Centro Di Sarro di Roma era una collettiva e tra le opere esposte, due erano mie.  Riccardo Cerocchi venne con l’avvocato Alessandro Onorati che sapevo cultore d’arte contemporanea oltre che Presidente della Fondazione Caetani.  In questo grande salone, dovevano essere le ex stalle del castello, ovunque quadri e sculture ed io ero vicino ai miei “BIANCHI”.  Daddo, sorpreso mi chiese come mai l’arte contemporanea, non sapeva di questi miei interessi, di queste mutazioni.  Si congratulò, per lui fu una scoperta. Uno dei miei quadri poi, gli ricordava territori, luoghi urbani come se fossero visti dall’alto o architetture, con i materiali usati si recuperava la terza dimensione. In un certo senso aveva ragione.  Gli raccontai il perché ed il percorso nel frattempo maturato.  La volontà di ricucire gli interessi: l’architettura con l’arte e il desiderio di una ricerca, un atteggiamento che fosse capace di rivedere lo strappo che a suo tempo divise proprio l’arte con l’architettura. La ricerca della bellezza non poteva non passare se non lungo il crinale di questa ricucitura.  In quella chiacchierata inaspettata, spontanea, ricordo bene che non potevamo non condividere che arte ed architettura erano mondi che andavano sempre ad intrecciarsi in un dialogo costante continuo ed ininterrotto.  Ognuno di noi poi avrebbe potuto metterci le proprie esperienze, le proprie utopie in sintonia con le tensioni culturali del tempo. Il piacere, qualche mese dopo di fargli dono di uno dei miei “BIANCHI” e di aver rivisto il quadro in questi giorni, sulla parete del suo studio di via Ecetra, mentre eravamo a preparare   la mostra…“Caro Daddo,  Riccardo Cerocchi Architetto”.

Massimo Palumbo

Latina gennaio 2019

Appendice

…..mentre eravamo a preparare   la mostra….“Caro Daddo,  Riccardo Cerocchi Architetto”

Una mostra, un lavoro che a prima vista potrebbe apparire “il santino”. Il titolo, Caro Daddo, è volutamente amicale, diremmo intimo. No nessun santino, non sarebbe piaciuto neanche a Daddo e il “Caro “vuole solo dichiarare una vicinanza, una simpatia, una sinergia passata e presente tra persone che hanno avuto modo di conoscersi...di apprezzarsi. Altro non c’è e i contenuti della mostra la sua strutturazione portano ad altro.  La volontà è quella di capire, di conoscere e di porre interrogativi su un lavoro che i più giovani non conoscono e di un contesto che non c’è più. La mostra… “Caro Daddo, Riccardo Cerocchi Architetto” è stata pensata non solo per mostrare parte di quanto fatto ma essenzialmente per cercare di capirne l’approccio al lavoro, l’approccio al fare la professione di architetto in provincia, in una città “nuova” e di scoprirne il respiro per un contributo di crescita e di realizzazione della “città Pontina”. Una mostra come prima occasione per conoscere un lavoro corposo e aprire un varco che riguarda la città.  La Latina del dopoguerra degli anni 50/60 e gli altri di seguito che sono anni ancora tutti da indagare, da capire.  E poi ancora conoscere il ruolo di Riccardo Cerocchi come professionista entro le dinamiche della ricostruzione e del consolidamento di Littoria diventata Latina, con la sua crescita, e le sponde della Cassa del Mezzoggiorno dei piani INA CASA, Gescal.  Riccardo Cerocchi apparteneva alla generazione di chi uscito dalla distruzione della guerra sentiva il dovere morale e sociale della ricostruzione fisica del Paese.  Apparteneva Cerocchi alla generazione che aveva fiducia piena nel progetto e nella costruzione e dell’architettura aveva un’idea alta e nobile così come tramandata dal “movimento moderno. La mostra “Caro Daddo, Riccardo Cerocchi Architetto” si snoda pertanto lungo un percorso fatto di tavole che raccontano i suoi lavori di architettura, sicuramente i più significativi…. gli Episodi di Architettura come a noi piacedire. Naturalmente l’Archivio Cerocchi conserva molto più di quanto la nostra mostra e l’esperienza professionale ha espresso, ne era possibile per motivi diversi proporre l’intera produzione professionale. Le ultime due tavole in mostra, rilanciano in particolare il lavoro, il pensiero di Riccardo Cerocchi in una prospettiva ampia e tutta da indagare ulteriormente. Sono le grandi questioni di ieri come di oggi, le questioni irrisolte. I grandi temi della costruzione della Città Pontina, i temi dell’identità e del rapporto col territorio vasto dai Lepini al mare. Le questioni dell’ambiente, della crescita e/o decrescita di Latina…della città diffusa diremmo oggi.  Latina che proprio negli anni in cui lo studio Cerocchi opera, prova ad immaginarsi  in grande: la stampa  locale, la politica parla di Latina  come Città Europea, che fa sogni per la Biblioteca di James Stirling o che gestisce Concorsi Nazionali come quelli per Fogliano, della Marina e del Centro Direzionale. Lo studio Cerocchi, Riccardo Cerocchi è presente, partecipa, ed è parte viva del dibattito culturale e sociale degli architetti. Erano stati quelli, anni straordinari dove nessuno rinunciava al proprio status. La politica svolgeva il suo ruolo, gli amministratori portavano a compimento il loro mandato: si sceglieva, si indicava il da fare. Le professioni fanno altrettanto, ognuno per proprio conto mette sul piatto ciò che rappresenta. Non ci sono confusioni di ruolo. Esiste la fiducia, la fiducia tra i ruoli diversi.  Un mondo purtroppo lontanissimo da quello che viviamo. Siamo a ridosso degli anni novanta e qualcosa nella complessità del fare la professione stava mutando e il nostro territorio andava lentamente ad infilarsi in un percorso che sarà nei decenni successivi, senza ritorno oltre che di declino economico.  Il sogno del nuovo, gli anni dell’entusiasmo sono sempre più un ricordo e la crisi infinita, endemica e strutturale muta diverse cose nello scenario complessivo e cambia il quadro di riferimento. Forse anche su Daddo vincono sentimenti di delusione e “la cultura del progetto” sembra svanire…  Nel frattempo il fascino per la musica, il progetto culturale per la Città Pontina coinvolgerà Riccardo Cerocchi molto di più che le pastoie burocratico-amministrative e politiche della professione. Il Campus Internazionale di Musica Contemporanea (**) si impone e lo impegneranno a lungo nel tempo…Daddo è approdato in una sorta di porto felice.

Questa la mostra ed il nostro lavoro, una mostra, una grande installazione realizzata presso l’ex garage Ruspi a Latina che ha goduto anche dell’allestimento performativo di Ines Paolucci e Sara Palumbo che ringraziamo.  Una mostra curata con Silvia Mastrantoni che ringrazio per l’impegno, la passione e la forza di volontà messa in campo e che solo un giovane se vuole sa dare. Un grande lavoro che potrà anche apparire come ricostruzione parziale, certi però di aver colto i passaggi significativi del lavoro di Riccardo Cerocchi.                                                 (mp.)

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(**) E’ il 21 maggio del 2012 e il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, conferisce a Riccardo Cerocchi il Premio Presidente della Repubblica per “l’attività svolta con passione e coraggio nel corso di oltre 40 anni, durante i quali il Campus ha creato nel comprensorio pontino un laboratorio musicale internazionale, operando in ogni settore della cultura musicale”.

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IL COMUNICATO STAMPA

Caro Daddo.   Riccardo Cerocchi Architetto  a cura di Silvia Mastrantoni e Massimo Palumbo

Garage RUSPI_Largo Giovanni XIII

LATINA 11 gennaio – 3 febbraio 2019    Opening 11 gennaio 2019 ore 18.00

Promozione e Organizzazione: Fondazione Roffredo Caetani con il patrocinio di Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Latina Comune di Latina  con la collaborazione di Campus Internazionale di Musica

Comitato organizzativo Tommaso Agnoni, Paola Cerocchi, Roberto Cerocchi,Antonio Crobe, Emanuele Feudo, Silvia Mastrantoni, Tonino Mirabella, Massimo Palumbo, Massimo Rosolini

Progetto grafico e allestimento mostra n Sara Palumbo e Ines Paolucci /Foto e video Tonino Mirabella e Marianna Lanza

 A Latina le architetture di Riccardo Cerocchi.  L’iniziativa della Fondazione Roffredo Caetani per le opere e l’impegno culturale del suo ex presidente

A poco più di un anno dalla scomparsa dell’architetto Riccardo Cerocchi la Fondazione Roffredo Caetani – di cui Cerocchi è stato presidente dopo Hubert Howard, marito della principessa Lelia Caetani – ha promosso e organizzato una mostra sulla sua opera curata da Silvia Mastrantoni e Massimo Palumbo con il patrocinio delll’Ordine degli Architetti di Latina, del quale Cerocchi fu fondatore e presidente, e del Comune di Latina.  Testimoniando una continua ricerca di qualità e di impegno professionale e culturale, Cerocchi ha lasciato nella Città un gran numero di eccellenti realizzazioni architettoniche che hanno dato il volto alla stagione della ricostruzione post bellica e del suo successivo sviluppo, soprattutto negli anni che vanno dai Cinquanta ai Settanta, per proseguire fino ai giorni nostri. L’architettura è stata per lui una continua occasione di studio che lo ha visto viaggiare nel mondo e incontrare personalmente grandi maestri del Novecento tra i quali Alvar Aalto in Finlandia e Kenzo Tange in Giappone e confrontarsi con grandi architetti Italiani come Mario Ridofi, ma anche scambiare esperienze con colleghi amici di grande talento come Gianni Brustolin, Tonino D’Erme e infine aprire il suo studio a giovani architetti che hanno trovato così occasione di un apprendistato di alta qualità. Un lavoro svolto in continua relazione con il dibattito sull’architettura e sull’urbanistica in Italia e nel mondo. Per l’Ordine degli APPC di Latina la mostra è l’occasione per ricordare un grande collega, ma soprattutto per segnalare ai più giovani un modo di intendere la professione di architetto sostenuta dall’impegno culturale, poetico e civile. Un modo per tornare a vedere l’architettura nelle sue specifiche qualità e per aiutare a riconoscerla in un tempo in cui crisi culturale e burocratizzazione del ruolo dell’architetto tendono a offuscarla. Nella cultura della Città la mostra sull’opera di Cerocchi significa anche iniziare a guardare a una fase storica successiva agli anni della fondazione, segnata da un’aspirazione alla modernizzazione e al dialogo con le esperienze internazionali. Cerocchi ha contributo grandemente alla vita culturale del nostro territorio creando anche il Campus Internazionale di Musica, un organismo di eccellenza nel campo della musica classica e contemporanea che gli è valso il premio del Presidente della Repubblica per l’anno 2011 ricevuto in Quirinale da Giorgio Napolitano. Articolata per macro-tematiche, la mostra raccoglie materiali d’archivio, disegni originali, foto d’epoca e inedite del lavoro svolto dall’architetto dai primi anni Cinquanta alle ultime opere architettoniche. La volontà dei curatori è stata quella di restituirne principalmente il carattere più intimo: un lavoro fatto di passione e attenzione al dettaglio, lavori complessi e innovativi per l’epoca, per alcuni aspetti “brutali” ma estremamente sentiti. Un viaggio tra suoi i progetti – realizzati e immaginati – utopie diventate realtà e visioni ancora tutte da delineare; un viaggio che parte dalle mura dello Studio Cerocchi e che si è apre al futuro… oggi come allora. Completa il racconto una video-intervista a Riccardo Cerocchi concepita e diretta da Tonino Mirabella. La mostra, la cui comunicazione e allestimento sono stati curati da Sara Palumbo e da Ines Paolucci, rimarrà aperta dall’11 gennaio al 3 febbraio presso il Garage Ruspi e ospiterà nei fine settimana incontri sul tema dell’architettura e della città a partire dall’esperienza di Riccardo Cerocchi.

Maggiori informazioni su: www.facebook.com/RiccardoCerocchiArchitetto










lunedì 19 aprile 2021

..chissà cosa avrebbe detto Gianni Brustolin



 ..chissà cosa avrebbe detto Gianni Brustolin 


 
 
..chissà 
cosa avrebbe detto Gianni Brustolin alla vista di tanto ardore artistico...
Sicuramente e ne siamo certi, avrebbe portato cioccolatini alle signore.. poi col suo fare cortese e sornione avrebbe sciorinato il suo pensiero sull'opportunità o meno  di intaccare un'Opera d'Architettura..
Poi ancora avrebbe raccontato di Le Corbusier,  del suo approccio con l'Architettura, con l'Arte,.

Avrebbe raccontato del senso e del significato di fare murales e dove e il come ed il perchè: a cosa servono e quando servono. 
Si sarebbe cortesemente e col sorriso, dichiarato contro le mode effimere: contro tutte le mode e gli ammiccamenti facili, utili a risolvere problemi complessi con spot compiacenti.

Avremmo noi ringraziato  Gianni.
Avremmo detto grazie al suo rigore, alla sua intelligenza sapendo che  ci trovavamo di fronte ad una moda quella della così detta strettart e ad un operazione senza senso. 

Va detto che questo fenomeno di importazione prova a diffondersi, oggi in particolare, anche grazie alla facilità di penetrazione tra le maglie di amministrazioni che intravedono le possibilità facili di consenso e di aggregazione a buon mercato. 
Dobbiamo anche dire che questo fenomeno socio-culturale ha guadagnato spazio tramite le sue influenze sulla pubblicità e sui media. Le motivazioni che spingono tanti giovani in particolare ad intraprendere questo percorso non canonico dell'arte sono varie. 
Per alcuni è una forma di critica e occasione di contestazione contro la società, per altri invece è più semplicemente un modo per esserci, senza vincoli di gallerie e/o musei, quindi una maniera per promuovere il proprio lavoro e operare in piena autonomia. 
Da considerare poi una specificità non secondaria, la carica eversiva della street art in condizioni contro, sempre e di nascosto, senza autorizzazioni. 
Era questo il senso e l’essenza del fare street art. Con l'ingresso e l'uso massiccio di internet nel primo decennio del 2000, la street art si diffonde con grande facilità, e Arte di strada è riferita a quelle forme di arte che si manifestano in luoghi pubblici, come dicevamo illegalmente, con le tecniche più disparate: bombolette spray, adesivi artistici...ora invece e da noi tutto sembra soft..
 cui prodest?

PS.

Caro Gianni, 
ai tuoi cioccolatini e al tuo dire, questo avremmo sicuramente aggiunto...oltre a considerazioni che riguardano l'urbano, il recupero e il rigenerare, che è risaputo essere operazioni che  si praticano in luoghi abbandonati, marginali, di periferia. ....da rigenerare, da recuperare.
Ma oggi caro Gianni tutti fanno tutto e la confusione regna alla grande. 

Alle amiche artiste Piera Vertecchi e  Paola Acciarino  che si stanno impegnando su quella parete brutalista in cemento, i nostri auguri e buon lavoro!

Naturalmente siamo a Latina in Via san Tommaso D'Acquino 33 ed è qui che abbiamo avuto il nostro primo studio professionale: era il 1974 in un piccolissimo monolocale al primo piano dell'edificio brutalista . 
Il progetto a firma Architetto Riccardo Cerocchi con molto disegno di Gianni Brustolin...e sapore infinito della scuola Corbuseriana: una citazione forte per una città allora come oggi, alla ricerca di se stessa, della propria anima e di segni d'identità.

LATINA A LATINA

materiali ritrovati....



LATINA A LATINA
l'architetto Vincenzo Latina ci è venuto a trovare a casa_studio.....






...... ho potuto apprezzare alcune opere di Massimo Palumbo architetto-artista, artista-architetto. In quest'epoca di "specialisti" la sua poliedrica e prolifica attività ci ricorda che l'Architettura è una disciplina intellettuale, d'Arte applicata . È disciplina tecnica, umanistica e artistica.......
Grazie Massimo.

 
GRAZIE a te Vincenzo.... e cosa dire... ..fa sempre piacere sentire parole  come quelle che riferisci alla mia persona, sei generoso.  GRAZIE.



materiali ritrovati



 

primo marzo
SOTTO IL SEGNO DEI PESCI 

 

 

 

 Fondazione Louis Vuitton

http://www.fondationlouisvuitton.fr




...collage &collage al tempo del Covid

 











 19.04.2021

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un anno dopo e la fine di questa pandemia è difficile da vedere ma bisogna crederci:

vaccinare, vaccinare, vaccinare.