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lunedì 19 aprile 2021

..chissà cosa avrebbe detto Gianni Brustolin



 ..chissà cosa avrebbe detto Gianni Brustolin 


 
 
..chissà 
cosa avrebbe detto Gianni Brustolin alla vista di tanto ardore artistico...
Sicuramente e ne siamo certi, avrebbe portato cioccolatini alle signore.. poi col suo fare cortese e sornione avrebbe sciorinato il suo pensiero sull'opportunità o meno  di intaccare un'Opera d'Architettura..
Poi ancora avrebbe raccontato di Le Corbusier,  del suo approccio con l'Architettura, con l'Arte,.

Avrebbe raccontato del senso e del significato di fare murales e dove e il come ed il perchè: a cosa servono e quando servono. 
Si sarebbe cortesemente e col sorriso, dichiarato contro le mode effimere: contro tutte le mode e gli ammiccamenti facili, utili a risolvere problemi complessi con spot compiacenti.

Avremmo noi ringraziato  Gianni.
Avremmo detto grazie al suo rigore, alla sua intelligenza sapendo che  ci trovavamo di fronte ad una moda quella della così detta strettart e ad un operazione senza senso. 

Va detto che questo fenomeno di importazione prova a diffondersi, oggi in particolare, anche grazie alla facilità di penetrazione tra le maglie di amministrazioni che intravedono le possibilità facili di consenso e di aggregazione a buon mercato. 
Dobbiamo anche dire che questo fenomeno socio-culturale ha guadagnato spazio tramite le sue influenze sulla pubblicità e sui media. Le motivazioni che spingono tanti giovani in particolare ad intraprendere questo percorso non canonico dell'arte sono varie. 
Per alcuni è una forma di critica e occasione di contestazione contro la società, per altri invece è più semplicemente un modo per esserci, senza vincoli di gallerie e/o musei, quindi una maniera per promuovere il proprio lavoro e operare in piena autonomia. 
Da considerare poi una specificità non secondaria, la carica eversiva della street art in condizioni contro, sempre e di nascosto, senza autorizzazioni. 
Era questo il senso e l’essenza del fare street art. Con l'ingresso e l'uso massiccio di internet nel primo decennio del 2000, la street art si diffonde con grande facilità, e Arte di strada è riferita a quelle forme di arte che si manifestano in luoghi pubblici, come dicevamo illegalmente, con le tecniche più disparate: bombolette spray, adesivi artistici...ora invece e da noi tutto sembra soft..
 cui prodest?

PS.

Caro Gianni, 
ai tuoi cioccolatini e al tuo dire, questo avremmo sicuramente aggiunto...oltre a considerazioni che riguardano l'urbano, il recupero e il rigenerare, che è risaputo essere operazioni che  si praticano in luoghi abbandonati, marginali, di periferia. ....da rigenerare, da recuperare.
Ma oggi caro Gianni tutti fanno tutto e la confusione regna alla grande. 

Alle amiche artiste Piera Vertecchi e  Paola Acciarino  che si stanno impegnando su quella parete brutalista in cemento, i nostri auguri e buon lavoro!

Naturalmente siamo a Latina in Via san Tommaso D'Acquino 33 ed è qui che abbiamo avuto il nostro primo studio professionale: era il 1974 in un piccolissimo monolocale al primo piano dell'edificio brutalista . 
Il progetto a firma Architetto Riccardo Cerocchi con molto disegno di Gianni Brustolin...e sapore infinito della scuola Corbuseriana: una citazione forte per una città allora come oggi, alla ricerca di se stessa, della propria anima e di segni d'identità.

giovedì 31 gennaio 2019

ricerca




..la ricerca è per definizione un continuo andare, tra transiti, fermate, soste e con qualche piccola pausa prosegue il nostro viaggio  con l’intento di raccolgliere esperienze di ri-scoperta e ri-appropriazione dei territori attraverso le diverse pratiche artistiche e culturali, l'attenzione è per i  territori di margine, di confine di risulta… le aree interne del paese, o marginali delle città….



mercoledì 30 gennaio 2019

il viaggio straordinario



...il viaggio straordinario






     

































 "...Che tra il tradizionale e il nuovo, o tra ordine e avventura, non esiste una reale opposizione, e che quello che chiamiamo tradizione oggi è una tessitura di secoli di avventura."
Jorge Luis Borges
Un lungo percorso, un viaggio senza interruzione fatto di stop and go infiniti..secoli di tessitura ...un viaggio straordinario.




...i luoghi









...i luoghi

                                   




                                   " ... lo sono di quelli che credono - e per me è molto importante - che gli uomini appartengono a qualche luogo. L’ideale è essere di un luogo, avere le radici in un posto, ma che le nostre braccia siano aperte a tutto il mondo, che ci siano utili le idee di qualunque cultura. Tutti i luoghi sono perfetti per chi vi si adatta ed io, qui nei miei Paesi Baschi, sento che questo è il mio posto, come un albero che si è adattato al proprio terreno, ma con le braccia aperte a tutto il mondo..."

                                                Eduardo Chillida







                                  

franco purini



Ci siamo incontrati l'altra sera con Franco Purini, eravamo al MAXXI di Roma per la presentazione di un libro.

Libri al MAXXI.
"Operazioni (in arte e in architettura)"
di Lorenzo Degli Esposti

Un’acuta lettura della contraddizione tra l’autonomia dell’architettura e la sua dipendenza dal luogo specifico e dal tempo storico.  L’arte degli anni Sessanta e Settanta, dalla Minimal Art all’arte concettuale, dall’Art-Language alla Primary Structures, indaga i procedimenti dell’appropriazione, della notazione e della processualità, per attivare letture inedite e per produrre nuove formalizzazioni dell’oggetto nel clima culturale dello strutturalismo e della contestazione.  Artisti come Sol LeWitt, Walter De Maria, Donald Judd ecc. condividono intenti ed esiti con le contemporanee ricerche di Peter Eisenman, Archizoom, Franco Purini, nell’indagine sulle contraddizioni tra l’autonomia dell’oggetto e le sue relazioni con il luogo e il tempo.Il volume Operazioni (in arte e in architettura) traccia questa storia dal punto di vista di un progettista che si interroga sulla ragione delle scelte nella composizione architettonica e urbana.

ha introdotto
Irene De Vico Fallani MAXXI Ricerca
sono intervenuti
Lorenzo Degli Esposti autore del volume
Antonino Saggio Sapienza Università di Roma
Luca Galofaro Università di Camerino
Pietro Zampetti Sinestetica
Alberto Iacovoni





Qualche anno fa...era Franco Purini che scriveva:

…..per quanto riguarda l'architettura, il rapporto tra arte e città si pone oggi in termini rovesciati sia rispetto ai ruoli tradizionali dell'artista e dell'architetto sia nei confronti di posizioni più radicali. In relazione a queste ultime non è più l'artista che vuole segnare la città come architetto - è il caso del Museo degli Elimi e del Teatro a Gibellina di Pietro Consagra - ma è l'architetto che vuole edificare la città come artista.
L'architetto rivendica una sua totale libertà creativa, riprendendosi quel ruolo che prima delegava all'artista, e che consisteva nell'accendere con l'unicità della presenza dell'arte lo spazio dell'architettura ritenuto in qualche modo privo di una autentica bellezza. Frank O. Gehry a Bilbao e Peter Eisenman a Berlino, nel monumento alle vittime dello shoah, hanno superato i confini specifici dell'opera architettonica, dando vita a due episodi di arte urbana nella quale le dimensioni della scultura, della pittura, dell'installazione, si mescolano in una originale combinazione.
 Sempre più frequenti sono gli esempi di interventi sul paesaggio nei quali gli architetti si muovono ormai con ispirata sicurezza sui temi della Land art.


    Franco Purini

martedì 14 febbraio 2017

arte_architettura

 arte_architettura







La scacchiera 1992

Massimo Palumbo è l’anima e il cuore di Kalenarte, giunta oggi alla sua XX edizione grazie all’impegno profuso nella sperimentazione e nel tentativo (ampiamente riuscito) di coinvolgere artisti nazionali ed internazionali in questo “folle” progetto. Affermato architetto a Latina, città in cui tuttora vive e lavora, è nato a Casacalenda nel ‘46. Il suo ambito di ricerca, è sempre stato il rapporto tra arte, architettura e ambiente, indagato nei suoi molteplici e complessi aspetti. La consapevolezza della funzione etica dell’architettura (con le sue implicazioni politico-sociali), per Massimo Palumbo ha come degno compimento la fruizione pubblica dell’arte nello spazio urbano. Del resto, all’Università è stato allievo sia di Maurizio Sacripanti, che spesso invitava scultori come Gastone Novelli o Achille Perilli durante le sue lezioni, sia di Bruno Zevi, da cui ha certamente ereditato la necessità che l’esperienza dello spazio architettonico si prolunghi nello spazio urbano. A tutto questo bisognerà aggiungere il fervore che ruotava attorno alla città di Latina, esperimento d’architettura futurista nell’ambito del programma fascista di bonifica dell’Agro Pontino. E con uno dei maggiori progettisti di edifici pubblici della prima metà del ‘900, come fu Angiolo Mazzoni, il giovane architetto Palumbo ha stretto un rapporto di amicizia nutrito da stima reciproca, come documentato dal carteggio conservato nell’Archivio Mazzoni presso il MART di Rovereto. Tutte queste sollecitazioni gli consentono di mescolare agilmente linguaggi e materiali diversi, pur mantenendo sempre una leggerezza, soprattutto nell’utilizzo plastico-figurativo di materiali semplici, come pietra, mattone e ferro, grazie alla consapevolezza che lo spazio, è sempre prima di tutto spazio della memoria. Proprio alla sua memoria Massimo Palumbo ricorre quando pensa alla realizzazione di un Museo a cielo aperto nel paese e nei dintorni di Casacalenda, in cui si possa concretizzare la dialettica tra architettura, arte e ambiente circostante. Il suo contributo di artista al Museo all’aperto è un omaggio al raffinato scultore di Casacalenda, Franco Libertucci: una scacchiera, realizzata nel 1992 per piazza Pertini. Un intervento minimalista, semplicemente bicromo, che si inserisce armonicamente nello slargo antistante il palazzo del Comune, nello stesso tempo, però, essendo un piano inclinato fatto di pietra locale e ferro, elegantemente si lascia notare, perchè non asseconda il pendio del terreno. La scacchiera diventa un passaggio cruciale, su cui le pedine si possono muovere secondo traiettorie differenti, pur essendo tutte consapevoli di vivere una condizione di precario equilibrio.

Lorenza Cariello
2010


il sogno, l'utopia...2012






 arte_architettura



 il sogno, l'utopia...2012



martedì 5 maggio 2015

UTOPIA A cura di Lorenzo Canova e Piernicola Maria Di Iorio












Università degli studi del Molise
Dipartimento di Scienze Umanistiche, Sociali e della Formazione

ARATRO
ARCHIVIO DELLE ARTI ELETTRONICHE LABORATORIO PER L’ARTE CONTEMPORANEA
comunicato stampa mostra

Massimo Palumbo
UTOPIA
A cura di Lorenzo Canova e Piernicola Maria Di Iorio

Inaugurazione mostra 29 aprile, ore 18:00

L’ARATRO inaugura una nuova mostra personale di Massimo Palumbo, artista visivo e architetto attivo tra Latina e il Molise, ideatore del grande progetto MAACK-Kalenarte, il Museo a cielo aperto di arte contemporanea di Casacalenda (Cb).
In questa mostra Massimo Palumbo fonde i suoi diversi campi espressivi in una grande installazione dove i linguaggi delle arti visive e dell’architettura si legano per mettere in scena una riflessione sul tema dell’Utopia come spazio mentale e concreto dell’irrealizzato, del possibile e del progetto.
L’Utopia rappresenta, infatti, da secoli uno dei motivi portanti di un’importante visione dell’architettura vista non solo in senso estetico, ma come metodo e strumento di innovazione e di sviluppo, di intervento sul mondo e sulla società, come spazio di pianificazione, di immaginazione e di pensiero dove l’architetto agisce con il disegno e la scrittura ipotizzando e costruendo spazi fittizi o reali attraverso una teoria che tende costantemente a concretizzarsi.
In questo contesto, si colloca l’azione stessa di Palumbo, in particolare in Molise (ma non solo), la sua visione dell’arte contemporanea proprio come Utopia permanente di una nuova visione del reale, come sistema di azione per dare un nuovo impulso sociale e culturale al suo territorio di origine.
La scrittura, l’oggetto, il disegno e la luce sono i fili conduttori che ci accompagnano in questa esposizione intrecciata, in un allestimento allo stesso tempo lineare e complesso che rappresenta bene il mosaico di interessi e creazioni composto da Palumbo, il suo metodo dove prassi e idea, progetto, esecuzione e visionarietà si coniugano in un solo e articolato discorso teso perennemente verso un’azione destinata a dare forma materiale al sogno, non solo estetico, dell’Utopia.








Massimo Palumbo- UTOPIA.
ARATRO- archivio delle arti elettroniche - laboratorio per l’arte contemporanea
2° piano- 2° edificio polifunzionale, università del molise, via de sanctis 86100 campobasso
Info: + 39 333 1530974 ; aratrounimol@gmail.com - 
facebook: Aratro Università del Molise
Dal 29 aprile al 22 maggio 2015

_______________________________
Massimo Palumbo
Biografia

Nasce nel 1946 a Casacalenda nel Molise. Risiede a Latina, dove opera. È architetto ed artista. Ama la trasversalità e il piacere delle contaminazioni sia linguistiche che dei materiali, ed il suo operare è caratterizzato dall’estrema semplicità con cui utilizza i materiali poveri, senza mai dimenticare che l’arte e l’architettura sono discipline in cui la memoria gioca un ruolo fondamentale e i territori su cui si configurano sono sempre luoghi dello "spazio della memoria".
Dagli anni ottanta, una attenzione particolare per il Design e le Arti Visive lo portano ad essere presente anche a mostre personali e collettive sia in Italia che all’estero (Modena, New York, Perugia, Roma, Napoli, Kuhlungsborn, Catania) indagando prevalentemente sul rapporto tra operazione estetica e ambiente. 
Tra i diversi interventi sicuramente sono da ricordare quelli della serie “i bianchi” del 1992; “……la fine dei valori stabili, delle antiche convinzioni,la caduta dei miti, delle ideologie…… “, oppure “l’aria è irrespirabile”,  “…un naufragio ci salverà”, degli inizi degli anni novanta. L’interesse sul binomio Arte-Architettura lo fa promotore del Progetto Kalenarte per la realizzazione di un Museo all’Aperto d’Arte Contemporanea a Casacalenda (Molise).
Molte le iniziative culturali che hanno per tema il rapporto Arte Architettura, Arte Città.  Da ricordare diversi lavori ed interventi in spazi pubblici: del 1995 “la sedia di Polifemo; “l’ago di Fogliano”; il progetto per la posa di una grande ruota di bicicletta con “gira la ruota gira“ per un intervento a scala urbana nel centro direzionale di Latina.
Nel 2004 realizza su incarico del Comune di Latina e dell’Assessorato alla Qualità Urbana il monumento al carabiniere in Largo Caduti di Nassyria: “la fiamma del carabiniere”. È del 2007 il libro su Franco Libertucci: “Franco Libertucci scultore Re, Regine, Alfieri, Torri, Cavalli”, Testimonianza di Franco Purini, Edizioni Levante. Nel 2008 è invitato da Giorgio Bonomi  alla XXV Biennale di Scultura di Gubbio Museo della Scultura Contemporanea Parco Ranghiasci con il lavoro "il dardo viola" 2008 . I venti anni di attività di Kalenarte, raccolti nel catalogo “XX Kalenarte 1990-2010…un filo lungo vent’anni”, valicando i confini del Molise, vengono presentati a Roma nella sala della Protomoteca, in Campidoglio. Nel gennaio del 2011 propone, presso il Foyer del Teatro Comunale Gabriele D'Annunzio di Latina, l’installazione “mangiamo cultura con la cultura si mangia…”  (2010).
In concomitanza con tale evento, a cura di  Fabio D'Achille, si tiene la personale " ...noi che non abbiamo tetti ",  presso il Palazzo della Cultura di Latina. Marcella Cossu, direttrice del Museo Manzù GNAM di Roma, ad Ardea nell'ambito del progetto Manzù, l'Arte e il territorio lo invita a presentare l'installazione “mangiamo cultura con la cultura si mangia…” (2010). 
Sempre nel 2012 è vincitore con "Hangar 2.0" del Concorso Nazionale di idee per la riqualificazione  di Piazza del Popolo a Latina. Concorso a cura del Comune di Latina e dell' Ordine degli Architetti, della Provincia di Latina. La ricerca di nuovi spazi non deputati all'arte lo vedono presente presso la  Stazione Ferroviaria di Latina. Sala delle autorità. Presenta anche qui una significativa installazione a metà tra Arte ed Architettura  dal titolo " Sul filo della memoria. Omaggio ad Angiolo Mazzoni." 2013 il progetto promosso dalla Casa dell'Architettura di Latina è presentato da Pietro Cefaly.
Nel 2013 “Vivi”. Opere di Massimo Palumbo, mostra a cura di Cristina Costanzo, presso i Cantieri Culturali alla Zisa, di Palermo .

martedì 14 aprile 2015

buon vento


                                            

                                        "...facciamo nostra la trasversalità  e il piacere delle contaminazioni sia linguistiche che dei materiali, ed il  nostro  operare si andrà a caratterizzare dall’estrema semplicità con cui  utilizziamo i materiali poveri e di scarto  senza mai dimenticare che l’arte e l’architettura  sono discipline dove la memoria gioca un ruolo fondamentale e i  territori su cui si configurano sono luoghi dello spazio della memoria...
E' questo un passaggio  che nel tempo, ho fatto mio e che per scelta mi fa da specchio e mi piace riportare  nei momenti significativi del raccontare.......
" mp.




PREMIO 
"Oasi d'Arte-Art's Oasis"
Petrosino_Trapani
 

buon vento...
un antico augurio per i marinai che, navigando a vela, avevano bisogno di un buon vento per i loro viaggi e spostamenti ma, metafora ed augurio per noi tutti e per le genti di Petrosino nel caso particolare.
Un gesto semplice, un foglio di carta da piegare, quasi un origamo, a rappresentare  l'eterno ciclo vitale che il rispetto delle tradizioni mantiene vivo: il microcosmo di Petrosino, la sua storia. Un gesto semplice per un segno forte da porre in essere sul Lungomare Biscione, area Piattaforma.  La Piattaforma da dove spiccherà il volo il nostro foglio di carta piegato e ripiegato. Si è scelto questo sito perchè meglio ci è sembrato possa rappresentare la volontà di valorizzare  l'ambiente naturale di Petrosino ed il rapporto con il mare nella logica di poter sempre più esaltare la qualità dello spazio preso in considerazione. Due grandi vele in lamiera stirata trovano punto di ancoraggio a pochi metri dal lembo in cui il terreno va a degradare verso il mare. Le vele assumono una notevole forza ed impatto visivo per chi andrà a passeggio sul lungomare Biscione e tale area assumerà punto di riferimento e luogo d'incontro. Disposti a semicerchio, a sottolineare la presenza forte del segno posto, sono collocati a raggiera 5 blocchi in pietra a mo' di basi su cui potersi sedere e lanciare lo sguardo verso... la vicina Africa. 
In questa fase non è prevista una particolare pavimentazione. In una prospettiva poveristica e minimale, il luogo ha già ridisegnato un proprio carattere. Siamo convinti che il rapporto tra città e l'arte può essere una buona chiave di lettura che accompagni un territorio nel processo di riqualificazione urbana partecipata. Arte come riscatto sociale, rispetto al deserto culturale delle città contemporanee, molto spesso periferie anonime, fatte di vuoti urbani e luoghi pubblici non luoghi.
Petrosino buon vento...!  e l'occasione questa, per un territorio dalle grandi valenze agricole, ad aprirsi alla cultura del mare... presente da sempre.
massimo palumbo


__dalla relazione che accompagna il progetto, risultato tra i vincitori del PREMIO OASI.
marzo2015


lunedì 29 luglio 2013

29 luglio 2013 ........ il rumore del silenzio
 

mercoledì 27 febbraio 2013

la diagonale di mauro staccioli



"diagonale"  di Mauro Staccioli

Arte-Architettura
 
  Intervista a Mauro Staccioli

Massimo Palumbo: 
Il nostro lavoro ci induce alla ricerca di sinergie possibili tra Arte e Architettura. Noi de "La Casa di Pietra" ci stiamo impegnando su questo fronte. Lei, prof Staccioli, cosa ne pensa?
Mauro Staccioli:
La realtà non è questa ma è importante tentare. Condivido, quindi, pienamente questa vostra intenzione. Io stesso mi pongo ormai da venticinque anni il problema di una scultura - ma è proprio una scultura ?! - in grado di agire nel luogo e per il luogo... I miei punti di riferimento sono, da sempre: l'architettura, con i suoi profili, i suoi spazi e le sue morfologie, e i luoghi urbani o naturali, quali i parchi, i boschi, i fiumi e i laghi. Ho da sempre lavorato tentando di costruire un segno plastico, di produrre una forma di interazione tra il mio lavoro ed il suo spa-zio. Già a Volterra, nella mostra di intervento urbano del 1972, il mio referente è stato la città: la piazza dei Priori, la porta e le mura etrusche sono stati gli elementi significativi dell'intervento. Senza la forte interazione tra segno e luogo, che c'era e che naturalmente permane, quale centro significante del lavoro, la scultura non avrebbe nessun senso, nessun senso in quella forma. Quest'ultima, dunque, è l'esito finale del dialogo instauratosi tra un 'idea e quell’uogo.
Massimo Palumbo:
Molto spesso I 'Architettura che ci circonda è senza carattere, così come i quartieri di nuova espansione. Gli Artisti possono stimolare gli Architetti?
Mauro Staccioli:
È una possibilità. Tuttavia  non è soltanto con l'aiuto dell'arte che l'architettura può "migliorare. Lavoro da molto "entrando nelle città" e non solo nelle gallerie d'arte. Questo "entrare nelle città" richiede una diversa organizzazione mentale. Non è facile considerare la città quale luogo del pensiero creativo, cioè lavorare pen-sando ad un possibile effetto attivo del prodotto scultura nel territorio. Risulta facile, invece, spostare in qualche piaz-za, magari anche ingrandendone le dimensioni, sculture pensate per se stessi, a prescindere dal contesto nel quale saranno collocate. È quanto accadeva già nei secondi anni '70 e che oggi sta diventando una moda; forse da attri-buirsi alle difficoltà del mercato e ad una crisi di idee che riconduce tutto a gesti formali senza sostanza, come gli spots pubblicitari.
Personalmente ritengo che il pensiero costituisca il motivo del fare, che sovraintende al lavoro dell'arte, la quale a sua volta deve essere in grado di cambiare, di essere un segno e insieme un impegno. Occorrono, per questo, condi-zioni culturali e sociali mature, in grado di accogliere un segno nuovo. L'arte e l'architettura non sono fuori dal mondo, isolate, e non possono quindi reinventarsi se non esiste un humus adatto, in grado di accogliere qualsivoglia spinta innovativa. Ciò non toglie, tuttavia, che possiamo contribuire, insieme architetti, scultori e pittori, ad orientare l'andamento delle cose.
Massimo Palumbo:
Pensa che si riuscirà a far parlare di nuovo Architetti e Artisti? Una volta gli Architetti erano Artisti e gli Artisti erano Architetti. Lei cosa ne pensa del rapporto ArteArchitettura?
Mauro Staccioli :
 L'architettura che più mi affascina è quella di derivazione funzionale: gli edifici industrial4 le auto-strade... In questi casi la forma è il risultato di una funzione e l'estetica non prevale, quindi sulla ragione d'essere dell'edificio. Non amo il gioco, pure alto, degli stili... Trovo allarmante il fatto che la nostra società sia dominata da un così forte bisogno di forma-apparenza. È auspicabile, quindi, un rapporto tra le discipline, ma a partire da una complessiva ridefinizione del 'immagine della modernità. È una questione molto più ampia, quindi, la necessità di ricostruire un disegno creativo globale, con scopi che vadano oltre la semplice quotidianità e che coinvolga certo gli
artisti, ma anche i diversi soggetti appartenenti al mondo della tecnologia avanzata e della progettualità economica ed imprenditoriale.
Massimo Palumbo:
In un 'intervista Lei ha affermato, a proposito dei suoi lavor4 che "Quando segno e luogo intera-giscono, L'opera funziona". Le chiediamo se vale sempre quanto sopra detto.
Ha mai pensato di intervenire in una periferia degradata?
Mauro Staccioli:
Si, sono convinto che la scultura contemporanea abbia questo grande campo aperto nel quale può ritrovare un serio motivo di essere e dì avere significato e valore. Parlo della caratterizzazione dei luoghi. Ho pensato molto spesso, in particolare, alle periferie ma non ho mai avuto l’opportunità di realizzare lavori che non avessero insita un 'azione demagogica, che non condividevo. Ho lavorato, invece, in aperta campagna, piccoli centri, montagna, presso fiumi e laghi, realizzando progetti in grado di esprimere chiare indicazioni di "possibilità altre", rispetto a quelle ricorrenti nei centri storici qualificati, nelle aree espositive protette delle gallerie private e dei musei, dove peraltro ho esposto e continuo ad esporre. Sono certamente, anche questi contesti fondamentali per gli scambi di informazione, ma inadeguati per dare evidenza e spazio a queste possibilità.
Massimo Palumbo :
I suoi lavori esprimono l'idea di "precarietà", e di un "equilibrio sospeso". Ci può raccontare una delle sue ultime realizzazioni?
Mauro Staccioli :
L'equilibrio sospeso è un interrogativo: un segno organizzato e modellato tenendo conto degli equilibri plastici di ordine formale. Si tratta di un segno costruito "ascoltando" i suggerimenti e le voci del luogo. Ne deriva che segno e luogo sono la scultura. L'ultimo mio lavoro, così inteso, l'ho costruito al parco Tournay-Solvay di Bruxelles. Una "idea costruita", una grande forma triangolare che vive di un rapporto forte con un grande albero, un acero rosso. E la relazione attiva che si instaura fra due elementi cioè il segno, "l’idea costruita", appunto, e la forma naturale, a modellare la scultura e a determinarne il senso
 

mercoledì 5 settembre 2012


 
 
 
"eppure pesa" 2011
Installazione
MASSIMO PALUMBO
 
MAD ARTECONTEMPORANEA
 
Museo Cambellotti
Latina
luglio_settembre 2012

 



Photo by Marcello Scopelliti 

"L'acqua negata"







"L'acqua negata"
installazione stoffa cavo d'acciaio 2012
MASSIMO PALUMBO

MADPROCOIO 2012
MUSEO ARCHEOLOGICO PROCOIO LATINA





Presentazione del Libro La Città delle Immagini
a MOLISECINEMA
con Giacomo Ravesi,  Raffaele Rivieccio
intervento di Massimo Palumbo

Spazio libri. Terrazza del bar centrale:
"La città delle immagini, video, architettura e arti visive" di giacomo Ravesi. — CASACALENDA_Molise
9 Agosto 2012


LA CITTÀ DELLE IMMAGINI
Cinema, video, architettura e arti visive
di Giacomo Ravesi

Una volta i termini cinema e città evocavano – almeno nel senso comune – un immaginario piuttosto chiaro e consolidato. Ora non più. Figure emblematiche della modernità e dei suoi processi più caratteristici, la città e il cinema si ritrovano oggi in una complessa fase transitoria, che mette in discussione non solo la natura essenziale della loro struttura, ma soprattutto il senso della loro trasformazione.
Ruotando intorno al cortocircuito tra “immagini di città” e “città delle immagini”, questo libro vuole indagare i complessi cambiamenti occorsi nel panorama urbano e mediale contemporaneo, alla luce delle nuove forme percettive e cognitive, esperienziali ed estetiche emerse nel sistema degli audiovisivi attuali. L’analisi adotta una prospettiva comparatistica, mettendo in rapporto le trasformazioni dell’habitat urbano con quelle del panorama mediale contemporaneo, rintracciando una circolarità interdisciplinare di motivi, precetti e dispositivi espressivi tra i prodotti dell’architettura e delle arti visive odierne. Il campo d’indagine si estende in un arco temporale che va dalle avanguardie storiche alle arti elettroniche e digitali, dedicandosi in particolar modo alle manifestazioni sperimentali degli ultimi decenni e spaziando dal cinema all’architettura e alle arti figurative, dalla videoarte alla computer grafica, dall’insegna e dallo spot pubblicitario al music video e al VJ’ing, dalle installazioni alla performance fino alla Web Art. Immettendosi nella linea dei visual studies contemporanei, il testo utilizza e ricompone teorie e orientamenti estetici differenti che vanno dalle riflessioni tardo-ottocentesche e novecentesche di Simmel e Benjamin alle teoriche attuali sulla post-metropoli e sulla post-medialità, lavorando in un’ottica completamente interdisciplinare e intermediale, capace di coniugare il campo dell’indagine estetica, sociologica, antropologica con l’analisi circostanziata delle opere.
Attraverso l’analisi e l’avvicendamento di opere significative nell’ambito della sperimentazione artistica, questo lavoro vuole offrire una mappa iconografica della metropoli contemporanea concepita come un repertorio di simboli e immaginari del nostro tempo, utili per riflettere congiuntamente sullo stato della città, delle arti e dei media contemporanei e provare ad avvertire le loro possibili evoluzioni future.



LA METROPOLI DEL VISUALE
di Lorenzo Cascelli

Immagini di città o città delle immagini? Da questo gioco di parole muove i suoi passi il denso libro di Giacomo Ravesi, La città delle immagini. Ravesi, dottore di ricerca presso l’università Roma 3, con esempi provenienti dal cinema, dalle arti visive, dai video musicali, dal VJ’ing, analizza il perspicuo fondersi, nell’arte contemporanea, dei due sintagmi presenti nella domanda iniziale.
Con un forte background interdisciplinare, derivante da approfondimenti sociologici, antropologici e filosofici, Ravesi propone un’indagine analitica di come le immagini raffigurino, nel loro cammino evolutivo, lo spazio contemporaneo dell’odierna metropoli urbana. Un rapporto proficuo, quello tra immagini e città, che permette lo scandaglio del complesso panorama abitativo, consentendo, nello stesso istante, lo studio dei differenti e molteplici apparati audiovisivi -anche nella loro dimensione critico-poietica intermediale- e l’analisi di come noi li digeriamo, ovvero li percepiamo attraverso i nostri gusti estetici e le nostre capacità cognitive. E’ dunque la stessa configurazione artistica a riformulare lo spazio urbano.
L’immagine esalta il luogo-spazio urbano mostrando il fondamento di una vera e propria deterritorializzazione della visione, presupposto basilare della possibilità esperienziale e dell’esplorazione rappresentativa sia della metropoli che dell’audiovisivo. Immagini e città vanno avanti a braccetto per evidenziare le trasformazioni nella e della contemporaneità.
Entrando nel testo troviamo molteplici esempi artistici. Sicuramente fondamentale, come punto di partenza, l’idea che l’immagine sia finestra, vetrina sul mondo che rischia, costitutivamente, di cadere in una piena e infruttuosa autoreferenzialità, come avviene, ad esempio, attraverso una logica simulacrale e iperreale, nei video di Michel Gondry.
Interessante, nell’ultimo capitolo, l’analisi della trilogia qatsi del regista G. Reggio in cui il rapporto tra Uomo e Natura viene studiato mediante l’antitesi immaginifica di scorci metropolitani e paesaggi naturali (Koyaanisqatsi, 1983).
Con il “farsi musica” del visivo, la connessione suono-immagine-spazio si fa sempre più stretta. Ciò avviene, ad esempio, nel VJ’ing; dal montaggio cinematografico passiamo alla performance live. Nel VJ’ing, lo spazio metropolitano, attraverso le tecniche audiovisive, viene plasmato-prodotto per essere abitato, nella durata evenemenziale, dagli spettatori. Con il pubblico diviene quindi possibile instaurare un comune orizzonte di relazione-fruizione.
Non si tratta dunque di assumere un atteggiamento nuovo; si tratta, piuttosto, di concentrarsi sulle possibilità che offre la tecnologia per riorientare le nostre esperienze anestetizzate affinché esse possano riestetizzarsi. Il ritorno a W. Benjamin e G. Simmel, i quali vedevano nelle immagini riproducibili e nelle metropoli delle potenzialità sensoriali di cui usufruire, potrebbe costituire il punto di partenza per la nuova messa in moto della nostra aisthesis di fronte alle conquiste e alle sfide della tecnologia. Un esempio geniale di ciò può essere costituito dall’opera Megalopoli di Studio Azzurro (VII Biennale di Architettura a Venezia, 2000). Qui trentanove schermi sono attaccati su un muro lungo più di due campi da calcio; essi proiettano immagini da diverse metropoli, tutte “forme urbane differenti” assemblate, come dice Ravesi, a mò di mosaico elettronico indicante le contraddizioni sociali del mondo contemporaneo. Non si giunge così a una semplice quanto fuorviante sinestesia visuale, ma ad una reale interattività immaginifica e metropolitana di cui il libro di Ravesi è ottimo, chiaro e primo interlocutore.
LA CITTA’ DELLE IMMAGINI. CINEMA, VIDEO, ARCHITETTURA E ARTI VISIVE
di Giacomo Ravesi,
Rubbettino editore, Soveria Mannelli (Cz) 2011.