venerdì 17 febbraio 2017

ciao jannis !







CIAO JANNIS !



Cosa le manca del passato?
"Nulla e poi cos'è questo passato? Quello che abbiamo amato o detestato? Quello che ci ha reso migliori o peggiori? Le occasioni colte o quelle mai sfiorate? I sì alla vita? I no alla vita? Che cosa è questa memoria selettiva che lascia fuori una marea di cose di cui non abbiamo la benché minima coscienza? Definirebbe tutto questo passato? La sola cosa che mi interessa è l'uomo nel suo oggi ".
Jannis Kounellis

LA MATERIA DELL’ARTE

Sostenitore di un approccio materico all’arte, Kounellis fece il suo debutto sulla scena artistica italiana usando il mezzo pittorico come immediato canale di espressione di un linguaggio improntato all’immediatezza, reso più sfaccettato, negli anni, dal ricorso a un pratica installativo-performativa di grande impatto visivo e concettuale. Dalla mostra di debutto alla Galleria La Tartaruga di Roma alle esposizioni più recenti (risale appena ad ottobre la personale nella sede capitolina di Gavin Brown’s Enterprise), la poetica di Kounellis si è arricchita di uno sguardo più attento, e certamente più disincantato, nei confronti della materia, organica per lo più, vera protagonista dei suoi interventi. Il legame con l’aspetto terragno, tangibile, dei materiali utilizzati ha reso Kounellis uno degli esponenti di punta del movimento poverista, etichetta che lo ha accompagnato fino al termine della sua esistenza. L’uso della iuta, delle pietre, del legno, del carbone, ma anche il ricorso agli animali vivi – celebri i cavalli in mostra da Sargentini a Roma nel 1969, tema e soggetto ripreso in tempi recenti al Centro Arti Visive Pescheria, Pesaro – hanno contribuito a veicolare una riflessione via via più composita sul legame tra mondo naturale e sovrastrutture culturali e sulla necessità di attivazione dell’opera da parte del pubblico.

POVERISMO E DINTORNI   Durante gli anni caldi del poverismo, Kounellis fu protagonista di numerose mostre al di là e al di qua dell’oceano, ospite delle sedi “nevralgiche” di allora – dalla Galleria L’Attico di Roma a Christian Stein a Torino fino alla Sonnabend di New York. Degne di nota anche le sue incursioni nel teatro, al confine tra scenografia e pittura, con un occhio sempre rivolto all’atto performativo. Basti pensare al lavoro realizzato per il Deutsches Theater di Berlino all’inizio degli Anni Novanta, in occasione della messa in scena orchestrata da Heiner Müller.

LA COMPONENTE PUBBLICA   L’interazione con il pubblico, spettatore o, ancora meglio, attante, resta la cifra essenziale della poetica di Kounellis, recentemente autore dell’installazione nella metropolitana di Napoli (Stazione Dante): le immancabili scarpe e gli altrettanto iconici accessori di abbigliamento intrappolati sotto una fila di rotaie, a simboleggiare il transito perenne dei viaggiatori, ancorati, però, alla peculiarità del mezzo di trasporto. Sempre a Napoli, ma sul finire degli Anni Novanta, Kounellis installò un “mulino a vento” su un traliccio dell’elettricità, in via Ponte di Tappia, nei Quartieri Spagnoli, innescando una sottile e amara ironia visiva fra contesto e opera.

UN’ARTE CORAGGIOSA  L’allusione alla presenza umana, spesso amaramente svuotata della sua essenza, è un elemento ricorrente negli interventi di Kounellis, come dimostrato dalla teoria di cappotti, disposti in file geometricamente studiate e in ordine definitivamente caotico sul pavimento dell’ex fabbrica di cioccolato Red October a Mosca nel 2011 e nella collezione del Castello di Rivoli. “Sono un vecchio Ulisse senza Itaca innamorato della pesantezza dell’arte”, affermava Kounellis in un’intervista pubblicata da La Repubblica lo scorso luglio e, a fronte della sua scomparsa, l’imminente Biennale diretta da Christine Macel dovrebbe mettere in cantiere un omaggio a un artista che è stato capace di affrontare la “pesantezza” con uno sguardo lucido e con un coraggio invidiabile.

– Arianna Testino
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da Artribune
2017

giovedì 16 febbraio 2017

works


works/installazioni


 works/installazioni

 balle di fieno+ciotolidi fiume
“ metafisici straniati ”
2003
Installazione
Sala esposizioni Palazzo Comunale
Casacalenda_Molise
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”….le dodici sedie”
2009 
dodici sedie, ferro, vetro,cemento bianco
Installazione.
Corte in via Terravecchia  Casacalenda_Molise 
.....le donne in nero non rappresentano nulla nel teatro della vita se non il valore della parola lavoro…labor, fatica: fateci lavorare, fate lavorare i nostri figli, i nostri mariti. Non toglieteci il lavoro. “…lasciateci le dodici sedie…!
Un grido, un urlo di grande attualità. 
Oggi, le dodici sedie bianche sono qui mute, a formare un’ara sacra. Ricordano a noi quel momento, urlano a noi il valore di quelle azioni e  la carica dirompente che ne può derivare......


words






“…l’esplorazione è ancora esitante: continuamente entriamo in conoscenza di segni i cui significati ci risultano ignoti, perché appartenenti ad una pagina ancora bianca  della storia del mondo…”

Maurizio Sacripanti

works/opere

 works/opere installazioni
 .

.. E’ cosa rara ritrovare in un artista un substrato fermentativo tanto ebolliente ed un legame tanto stretto, tanto diretto e consequenziale tra questo e la formazione dell’opera ed il suo compimento. Massimo Palumbo ha trapiantato nel suo ricco humus tutti i motivi a lui consentanei della tradizione novecentesca, includendo e condividendo le esperienze - per citare i nomi più rappresentativi - di  Ernst, Klein, Manzoni e, ancora, Burri, Pistoletto, Pascali, Paolini, illuminandole della sua personale luce e formando con esse un nuovo linguaggio. In definitiva, siamo al cospetto di un artista che incentra il suo operare sulle tematiche più attuali della rappresentazione, sempre alla ricerca di un inveramento estetico del divenire storico…

Renato Gabriele                                                                                          

*)Testo Critico di Renato Gabriele  da  ”…e poi?  di Massimo Palumbo “  mostra  presso la  Galleria d’Arte san Giorgio. San Giorgio a Cremano Napoli. 2001






…Qui il coefficiente d’arte che Duchamp, cercava dall’urto della gente rispetto all’oggetto presentato è richiesto dalla Storia. Forse il fregio più confuso di tutti, il dettaglio che va maggiormente contrassegnato dalla manipolazione, dalla facies hippocratica che denuda il sospetto misticheggiante del simbolo, è quello che riusciamo a trovare nel vuoto di questi spazi architettonici. Sovrapponendo dei materiali che non sono dell’archeologia locale, ma che si contraggono e si ritraggono al nostro sguardo come dei relitti di un presente che è il nostro, e che fa fatica a non costringere il luogo ad un vaticinante stridore, siamo chiamati a diventare invisibili in queste architetture. Con l’intervento di Massimo Palumbo anche le tastiere di un computer possono uscire dal cumulo di terra come reperti di un passato prossimo, di un futuro anteriore che si confronta con il percorso del nuovo Enea. Un Jonny Mnemonic, in questo caso che si incammina tra gli insalubri cumuli di chips combattuti, lungo un sentiero di cavalieri elettrici e cybertpunk che si confrontano con la prorompente saldezza dello scettro papalino.
 Gabriele Perretta
 (*)   Da “Compenetrazione e Contaminazione ” catalogo mostra  “Compenetrazione e Contaminazione Mausoleo Lucio Munazio Planco , Mediterraneo Gaeta Medievale  ” a cura di Gabriele Perretta 1998 Comune di Gaeta Assessorato alla Cultura, Parco Regionale di Monte Orlando, Soprintendenza Archeologica del Lazio.


…simile e randomico procedere è leggibile nelle eclettiche creazioni di Massimo Palumbo, inquieto sperimentatore che, passando per esperienze pittoriche, approda all’installazione realizzata con materiali poveri ed essenziali, sempre seguendo il filo conduttore di tutta la sua ricerca  fatta di tracce semplici e riassuntive,  in grado di mettere in campo un ideale punto di raccordo tra situazioni diverse, incontro tra arte, architettura e ambiente urbano in forma di costruzione visiva di chiara  tensione spaziale...
Barbara Martusciello












...di un artista dotato di un sentire robusto, permeato delle linfe più tipicamente moderne, capace perciò di alimentare una progettualità che travalica i confini di ogni conformismo e si proietta nella visione della “grande forma”. Questa consiste nello spoliare l’oggetto artistico di ogni residua funzione esornativa o pratica, di sottrarlo allo schema di ogni contesto di appartenenza per ricollocarlo - straniato e straniante - in un ambiente atipico.   Ecco dunque il progetto di una gigantesca ruota di bicicletta, adagiata su di un prato di città, al centro di uno svincolo stradale; ecco una enorme sedia metallica (una pura indicazione di forma, una sedia – non - sedia, senza il ripiano di seduta) sulle rive di un lago; ecco una prua di barca trasportata in terraferma e costretta -con esiti visuali di intensa suggestività - in un ambiente architettonico chiuso e pressoché ruderale.
 Massimo Palumbo opera nel senso di sconvolgere (aggiornare) la complessiva visione che noi abbiamo del mondo, mediante lo sconvolgimento delle proporzioni, che rende evidente ogni latente dismisura. In questa dimensione visionaria, postcedendo ad un Fontana, ad un Duchamp, egli si accosta alla grande maniera di Cornell, di un Rauscenberg...
Renato Gabriele
       ( *)Testo Critico di Renato Gabriele  da  ”...e poi?  di Massimo Palumbo “  mostra  presso la  Galleria d’Arte san Giorgio. San Giorgio a Cremano Napoli. 2001


























mercoledì 15 febbraio 2017

la fiamma

 works/opere installazioni urbane




“ … la fiamma del carabiniere…”

Il luogo è quello del piccolo spazio antistante l’ingresso principale della sede della Caserma dei Carabinieri di Latina, in piazza della Libertà. Si tratta di una piccola area, di forma triangolare, individuata dai percorsi stradali di ingresso alla piazza.
L’occasione è quella della commemorazione dei Carabinieri caduti a Nassyria, in Iraq.
L’intervento è minimale e rispettoso dell’impianto urbanistico di fondazione.
L’isola, è sottolineata da un cordolo sagomato in travertino, rafforzato lungo tutto il perimetro da una lastra, ancora in travertino, con funzione di raccordo con l’asfalto della sede stradale. Sulla sommità un semplice prato verde accoglie quello che l’autore, Massimo Palumbo,  definisce un segno urbano.
Si tratta di due sagome sovrapposte e lievemente inclinate rispetto al piano di posa, una in acciaio corten e l’altra in acciaio inox, che raggiungono in altezza le dimensioni di 3 metri
Le sagome evocano un simbolo ben noto e riconoscibile, la fiamma del carabiniere.
La scultura crea un segno significante in dialogo con l’edificio della Caserma.  Ne è proiezione urbana, nell’immaginario e nei percorsi reali dei cittadini e nello stesso tempo dall ’immaginario popolare recepisce l’icona ormai affermata, che rappresenta la parte per il tutto, carica com’è di riferimenti simbolici.
Proiettata nella città, la fiamma supera la referenzialità all’oggetto, essere simbolo dell’Arma, bloccata nella divisa,  per ritornare ad essere l’espressione di un sentimento, in questo caso di riconoscimento per quegli uomini, figli del popolo, della città, che bruciano le loro vite nel servizio. Ma una fiamma è anche associata al movimento e perciò qui il movimento le è restituito dalla qualità e dal trattamento diverso dell’acciaio delle due sagome, che reagiscono differentemente alla luce, e dall’apertura della forma a diverse possibilità di visione determinate dal movimento di chi cammina nella piazza.
La Fiamma esce dalla terra, come da un grembo, da un sacro braciere e riguadagna così il senso di forma vitale.
Così Massimo Palumbo con il materiale della tradizione, il travertino  tipico del periodo di fondazione di Latina, il materiale della natura, il prato verde ed il materiale dell’innovazione e della forza efficiente e di molte espressioni artistiche contemporanee, l’acciaio, si confronta con il tema del “monumento”.
Si tratta di un tema contraddittorio per l’arte contemporanea e per molti aspetti imbarazzante, bandito per anni, perché non si tratta soltanto di un’arte fine a se stessa ma di un’arte che deve confrontarsi con un contenuto ufficiale, entro certi limiti con criteri di leggibilità e riconoscibilità, e con tutta una tradizione. Si tratta poi di un elemento destinato a durare nel tempo.
Bene ha fatto Massimo Palumbo ad accettare questo confronto e ad esporsi in tal modo in pubblico, consapevole da architetto-artista quale è, che ogni monumento è essenzialmente un segno che, nel riassumere un luogo, lo qualifica come spazio, momento di sintesi della qualità urbana.
E il tema del rapporto con la città, la sua urbanistica e la sua tradizione, diventa particolarmente significativo in una città dalla storia recente ed interamente di fondazione come Latina, che nel suo impianto anni ’30 si appella, anche nei suoi aspetti decorativi, ai temi della “classicità”, con il rischio di rimanere congelata, nel versante artistico, in una condizione astorica.
Anche questo intervento, quindi, si inserisce, nel percorso, non facile, che la città sta affrontando, di relazionarsi alla storia, inclusa quella più recente.
Rimane così questo segno, in cui inevitabilmente, per la sintesi del messaggio, il pensiero del cittadino andrà  all’Arma dei Carabinieri, ma attraverso la preziosa qualità dell’intervento artistico.

Teresa Zambrotta  
Critico, storico dell’arte

Latina giugno 2004

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alcuni dei commenti del giorno dopo …………….
Un nuovo segno urbano a Latina

...........Sabato 19 Giugno 2004, a Latina, in Piazza della Libertà davanti la caserma dei Carabinieri, in Largo caduti di Nassirya, è stata inaugurata , una nuova opera di arte urbana,  dedicata ai Carabinieri, questo “segno urbano”, come è stato definito dall’autore, l’Arch. Massimo Palumbo, consiste di “due sagome dinamiche e leggere nello stesso tempo, due sagome che ricordano nell’immaginario popolare…la fiamma del carabiniere…che pensiamo sempre presente tra i cittadini nel segno di un’intensa solidarietà umana e sociale”. Ad integrazione delle parole del progettista, il critico e storico dell’arte Teresa Zambrotta aggiunge : “La scultura crea un segno significante in dialogo con l’edificio della Caserma. Ne è proiezione urbana…proiettata nella città, la fiamma supera la referenzialità dell’oggetto, essere simbolo dell’Arma, bloccata nella divisa, per ritornare ad essere l’espressione di un sentimento di riconoscimento per questi uomini…
Se queste sono le interpretazioni del critico e le dichiarazioni dell’artista, teso ad affermare, con coraggio soprattutto in questo caso, la presenza di un segno contemporaneo nella città, saranno il tempo e le razioni dei cittadini a dare ragione di un’operazione che sicuramente non passerà inosservata. Mi auguro che mentre la lastra in corten si ossiderà e mentre questa fiamma proverà ad interagire con lo spazio circostante, si possa aprire nella città un dibattito sulla bellezza, “la bellezza salverà il mondo”, dice Dostoevskij nell’Idiota, ma la bellezza, scrive Giovanni Paolo II nella sua lettera agli artisti, deve essere capace di destare lo stupore, “cifra del mistero e richiamo al trascendente. E’ invito a gustare la vita e a sognare il futuro”………
Paolo Costanzo  Architetto

 ...........alla scultura "che in molti hanno definito bruttina, due sagome sovrapposte a forma di fiamma in acciaio inox e corten" di Massimo Palumbo. Pur non piacendomi, sono però del parere che la figura di Largo Vittime di Nassyria assolva il suo compito: si tratta cioè di un monumento che, secondo lo Zingaretti, è "Opera specialmente di scultura o architettura che serve a ricordare personaggio o avvenimento di singolare importanza". In questo senso il lavoro di Palumbo è inequivocabile. C'è un richiamo esplicito all'Arma ed è collocato in un Largo che ricorda un momento della nostra storia. Il giudizio estetico è un'altra cosa e non sono in grado di esprimerlo in termini competenti.
Maria Corsetti Giornalista
 Latina 26 giugno2004

Quel monumento dal grande valore……… Nella qualità di cittadino di Latina ed anche di professionista da tanti anni operante nella nostra città non posso che esprimere un giudizio positivo sull'iniziativa che è stata di recente realizzata nella Piazza della Libertà. E' significativo infatti, il grande valore culturale simbolico che si è voluto dare al monumento in esame quale giusto riconoscimento all' Arma dei Carabinieri, che da sempre è al servizio del nostro Paese con grande spirito di abnegazione e, purtroppo molto spesso, con il generoso sacrificio di tante vite umane. Indubbiamente ho anche molto apprezzato sia l'opera nella sua configurazione artistica ed estetica, che il contesto ambientate nel quale si è deciso di posizionarla. Sicuramente, infatti, Piazza della Libertà rappresenta uno dei punti più signifacativi della nostra Città, anche perché in essa è ubicato il Palazzo del Governo, simboIo del nostro Stato. Ma importante, indubbiamente, è soprattutto l'aver collocato il monumento dinanzi alla caserma dei carabinieri V. Cimmarusti, edificio storico e da sempre preciso riferimento di elevati valori morali per tutti i cittadini di Latina.
Apprezzabile, infine, è la soluzione adottata anche dal punto di vista dell'arredo urbano, in quanto in tal modo è stato conferito al luogo un decoro ambientate certamente mai avuto in precedenza. 
Sergio Polese,  Presidente Ordine Nazionale degli Ingegneri 
Latina ottobre 2004

Il "carciofo di latta" è quello di Palumbo (anche se per mio figlio resta un ananas, ma lui non si intende né di arte né di arredo urbano).
Antonio Pennacchi  Scrittore
 Latina, giugno 2004


…………la mia breve riflessionie a proposito del testo che accompagnia l’invito per  “La Fiamma del carabiniere”.
Prima di tutto complimenti per il bellissimo disegno ed una bella esecuzione formale.Lo scritto di Teresa Zambrotta è molto chiaro nel senso accademico. Si è ben fatto, però permettimi  di dire  liberamente : manca l’approccio critico che aiuterebbe a comprendere meglio la carica della Tua scultura inserita nei diversi discorsi politici, sociali e storici; perchè la Tua scultura non è messa in un spazio neutrale. Che cosa impariamo dello spazio pubblico di Latina, del significato del “segno urbano” dei carabinieri, della loro fiamma e della guerra in Iraq?  Rimango un po’ perplessa quando leggo  “… in questo caso di riconoscimento per quegli uomini, figli del popolo, della città, che bruciano le loro vite nel servizio”.
Ma scusa, di quali figli si sta parlando, di quale situazione e quale servizio?! Credo che la Tua scultura dovrebbe avere una scrittura che socialmente e politicamente va a giustificare  il contesto. Non credo che Tu abbia presentato la fiamma riferendoti solo al simbolismo, al movimento, al discorso estetico, (che non è mai un discorso che si esclude  dal contesto che lo circonda)……….. 
 Kinga Araya artista

ponte mongolfiera



works/opere/collage

......... L’idea di environnement di Massimo Palumbo, consistente nell’ipotizzare un ponte-mongolfiera, virtualmente in grado di spiccare il volo in ogni momento, a causa dei grandi palloni aerostatici bianchi ad esso collegati in punti strategici, e miranti “ad infinitum”, gioca, com’è prassi consolidata in altre installazioni di questo nostro originale rappresentante della land-art, con un’arrière pensée fortemente polemica, com’è del resto intuibile dall’osservazione della serie di foto “parlanti” a documentazione della bellezza architettonica e quasi sensoriale del manufatto romano del ponte. Piccoli blocchi di laterizio caldo, aggettanti e rientranti ad interpretare il movimento dei brevi piloni e l’armonioso svolgimento delle arcate, piombato, il tutto, nel magma di un desolante degrado di periferia urbana, tra  stracci, canneti  e roulottes . Vola via, pontile romano, nell’oscurità della notte, prendi il largo per lidi più ospitali…questo un possibile messaggio, tra i tanti  ipotizzabili per il progetto di Massimo Palumbo.....

Marcella Cossu
Marcella Cossu Curatore Storico dell'Arte, direttrice del Museo Manzù Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma


works







works/opere/collage

works





 works/opere/collage





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...poi sarà






...poi sarà

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