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giovedì 24 novembre 2022

il fascino del cubo



2022

.....Anna Cappelli è una magnifica Giada Prandi, diretta dall’eccellente regista Renato Chiocca, in 
.un’esemplare nuova versione di uno dei testi più rappresentati del commediografo Annibale Ruccello, scomparso prematuramente nel 1986, dopo aver regalato al teatro opere memorabili come “Le cinque rose di Jennifer” (1980), “Notturno di donna con ospiti” (1982) e soprattutto “Ferdinando” (1984), il suo capolavoro. “Anna Cappelli” (1986) è il suo ultimo testo, scritto in forma di monologo. Anna Cappelli è una giovane donna che negli anni ’60 si trasferisce da Orvieto a Latina dopo aver ottenuto un posto di lavoro come impiegata comunale. Vive in una camera in affitto ma quando un ragioniere del suo ufficio inizia a corteggiarla, lei accetta di andare a convivere con lui, anche senza essere sposati, affrontando i pettegolezzi dei colleghi (siamo pur sempre negli anni ’60), pur di avere un uomo - e una casa di 12 stanze - tutta per se. Quando l’uomo le annuncia di volersi trasferire in Sicilia, da solo, Anna compie un gesto estremo… Nello Spettacolo visto nel suggestivo spazio del Castello Baronale di Maenza, Anna/Giada si muove in una forma metallica a forma di cubo (opera perfetta di Massimo Palumbo, illuminata dalle luci suggestive di Gianluca Cappelletti), dove la protagonista si aggira con il suo fare sbarazzino e la sua aria da bambina. È lei, Anna, “La Bambola” che ascoltiamo come canzone di inizio nella versione di Patty Pravo (incantevoli i costumi che indossa, creati da Anna Coluccia), mentre Anna rivendica con un’invisibile padrona di casa il distacco dalla sua famiglia, la lacerazione degli affetti, il dispiacere per la sua camera ceduta alla sorella (“La mia camera è mia, e non si tocca!”). Poi le musiche che scandiscono il passare del tempo (inquietanti e oniriche, dell’ottimo Stefano Switala)....   by EROS ROZZANO





il fascino del cubo
inizialmente era un cubo sul lago... un sogno per una struttura galleggiante sull'acqua che successivamente si adagerà sul terreno  per accogliere  una sedia, ed era il 
1996


“La sedia di Polifemo”  

1996  

Latina, Parco di Fogliano

Massimo Palumbo

Installazione

5,00X5,00x5,00

ferro, tubolari innocenti

l’identità, il riconoscersi ecco …

ricordo sul pontile proteso verso le acque del lago l’installazione … la sedia di Polifemo, il silenzio assoluto che solo lì in quel luogo magico, si può cogliere, occasione che considerammo unica e particolare, quella di poter godere di quello spazio, di quello scenario naturale patrimonio di noi che viviamo questo territorio …

…e poi il dialogo privilegiato con il lago, il parco letterario, i luoghi carichi di storia : Ulisse, l’Odissea.

La mia sedia, la sedia dalle dimensioni fuoriscala, era un invito a sedersi, un invito a fermarsi e riflettere per un attimo … 

ascoltare il rumore del silenzio.

La struttura in ferro, il cubo  era il desiderio di chiudere, di circoscrivere uno spazio ideale, uno spazio psicologico 

.....in lontananza il profilo inconfondibile del Circeo .




 

martedì 22 novembre 2022

moco museum barcellona 2022





MOCO 
MUSEUM
BARCELLONA
arte immersiva  dell'olandese Irma de Vries. 
possibilità di sperimentare attivamente l’arte. Per fare questo, si serve della tecnologia 
e di strumenti digitali, 
 si è completamente immersi all’interno dell’opera d’arte,
una ricercata alternanza di luci, colori, suoni e musiche non stimola soltanto lo sguardo 
ma tutti i sensi
stimolante gioco di illusioni, 
fenomeni percettivi e richiami onirici, 
l'arte come qualcosa di vivo, 
di vicino di accessibile 
a tutti.






  immersiva 

venerdì 18 gennaio 2019

#autoritratti




#AUTORITRATTI
#MACROASILO 
ROMA 
Giovedi 17 01  2019 
MACRO via Nizza 138 Roma

MASSIMO PALUMBO 
 con 
Maria Arcidiacono ed Elena Damiani 


       ph. Riccardo Pieroni




volta la carta
“Angiolina seduta in cucina che piange, che mangia insalata di more.
Ragazzo straniero ha un disco d'orchestra che gira veloce che parla d'amore.
Ragazzo straniero ha un disco d'orchestra che gira che gira che parla d'amore.
Madamadorè ha perso sei figlie
tra i bar del porto e le sue meraviglie
Madamadorè sa puzza di gatto
volta la carta e paga il riscatto
paga il riscatto con le borse degli occhi
Piene di foto di sogni interrotti
Angiolina ritaglia giornali si veste da sposa canta vittoria
chiama i ricordi col loro nome volta la carta e finisce in gloria
chiama i ricordi col loro nome volta la carta e finisce in gloria”.

__________________


La magia più grande, Fabrizio De Andrè la riserva per la fine della filastrocca: il potere più grande è nell’imparare a raccontare la propria storia. Sapere descrivere a parole i fatti della propria vita vuol dire riappropriarsene, arrivare a una forma di comprensione di se stessi e della propria esistenza che una volta era esclusivo dominio dei santi e delle menti illuminate.  Angiolina che “chiama i ricordi col loro nome” è una persona che non subisce più il passato come una pressione insopportabile, ma che è in grado di dare un senso alla propria esistenza passata, ed è per questo che “finisce in gloria”.
 Come Angiolina, allora,  che “chiama i ricordi col loro nome” e che riesce con la scrittura a risolvere le proprie memorie traumatiche e ad andare avanti con la propria vita, a voltare la carta o, se si vuole, a voltare pagina.

VOLTALACARTA//VOLTALAPAGINA
MASSIMO PALUMBO 
                                        CON MARIA ARCIDIACONO ED ELENA DAMIANI    


17.01.2019


                           MACRO IL MUSEO OSPITALE ROMA VIA NIZZA 138 MUSEOMACRO.IT



#autoritratti




#AUTORITRATTI
#MACROASILO 
ROMA 
Giovedi 17 01  2019 
MACRO via Nizza 138 Roma

MASSIMO PALUMBO 



                                                   ph. Marco Gagliardi

        ph. Riccardo Pieroni


martedì 3 novembre 2015

amo la trasversalità






…….amo la trasversalità  ed il piacere delle contaminazioni sia linguistiche che dei materiali.
Il mio operare è caratterizzato dall’estrema semplicità con cui  utilizzo i materiali poveri, senza mai dimenticare che l’arte e l’architettura  sono discipline in cui  la memoria gioca un ruolo fondamentale e i  territori su cui si configurano sono sempre   luoghi dello "spazio della memoria"
........sono  portato pertanto ad indagare  prevalentemente sul rapporto tra operazione estetica e ambiente, ove l’arte e l’architettura sono momenti di rappresentazione etica del nostro intorno, della nostra contemporaneità....
mp.

martedì 6 ottobre 2015

buon vento ...





BUON VENTO
PREMIO "Oasi d'Arte-Art's Oasis"-Prima  edizione  Petrosino (Tp)
buon vento...
un antico augurio per i marinai che, navigando a vela, avevano bisogno di un buon vento per i loro viaggi e spostamenti ma, metafora ed augurio per noi tutti e per le genti di Petrosino nel caso particolare.
Un gesto semplice, un foglio di carta da piegare, quasi un origamo, a rappresentare l'eterno ciclo vitale che il rispetto delle tradizioni mantiene vivo: il microcosmo di Petrosino, la sua storia. Un gesto semplice per un segno forte da porre in essere sul Lungomare Biscione, area Piattaforma.  La Piattaforma da dove spiccherà il volo il nostro foglio di carta piegato e ripiegato. Si è scelto questo sito perchè meglio ci è sembrato possa rappresentare la volontà di valorizzare l'ambiente naturale di Petrosino ed il rapporto con il mare nella logica di poter sempre più esaltare la qualità dello spazio preso in considerazione. Due grandi vele in lamiera stirata trovano punto di ancoraggio a pochi metri dal lembo in cui il terreno va a degradare verso il mare. Le vele assumono una notevole forza ed impatto visivo per chi andrà a passeggio sul lungomare Biscione e tale area assumerà punto di riferimento e luogo d'incontro










BUON VENTO…non c’ è augurio migliore…solo buoni propositi….

A Petrosino sul lungomare Biscione, in una strada che sembra bruciata dal sale, in Sicilia, in quella terra dove lo Scirocco e il Maestrale si inseguono, un lembo di lamiera, diviene leggero, in lontananza quasi un foglio lasciato piegato lì,  abbandonato diviene “spazio”. 

Si crea un ponte tra terra, mare e cielo, ogni limite spaziale decade; l’ambiente non solo lo accoglie ma lo fa suo finendo per avvolgerlo.

Il vento lo attraversa e ne diviene l’elemento generatore, lo sfida e quel “foglio” si fa materia solida, compatta ma allo stesso tempo vulnerabile perché in balia degli sguardi più lontani.

Questo come molti dei lavori di Massimo Palumbo, architetto - artista ben noto agli amatori dell’arte vera, diviene un SEGNO URBANO, un punto di riferimento per i naviganti e per chi, come molti di noi è alla ricerca di un “vento propiziatorio” che ci attraversi….lasciandoci un buon segno...



Con stima

Emanuela Pellegrino

mercoledì 2 settembre 2015

Pensiamo di essere gli unici a parlare,


“Pensiamo di essere gli unici a parlare, ma io sono convinto che ci sia uno scambio: i luoghi ci danno energia, sensazioni, ricordi, creano situazioni in cui possiamo lavorare, rilassarci, sentirci bene o male. E per come la vedo io, questa è una forma di dialogo. Le città influenzano le nostre azioni e i nostri pensieri, i nostri atteggiamenti e, persino, il nostro comportamento sociale: ci influenzano più di quanto, probabilmente, siamo disposti ad ammettere”.
Wim Wenders


Dopo il successo di “Noi che non abbiamo tetti”, Mostra che ha avuto luogo presso la Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Latina, Massimo Palumbo si ripropone con “Vivi”, Personale, a cura di Cristina Costanzo, che vede l’Artista cimentarsi con formule, strumenti e realtà dai contenuti creativamente dialettici - e proprio per questo pregni di una loro suggestiva  originalità - presso i Cantieri Culturali della Zisa, un tempo sede delle famose Officine Ducrot.

C’è da dire, a tal riguardo, che da oltre un trentennio Massimo Palumbo si dedica, e non solo da un punto di vista architettonico, ai rapporti ed ai legami che intercorrono tra organizzazione sociale e midollo urbano, tra oikos ed assetti spazio-temporali, considerati, questi ultimi, sia nei loro processi sincronici che nel loro divenire diacronico. Al centro della recherche ovviamente c’è l’individuo, inteso quale componente imprescindibile dei vari assetti socio-culturali e, conseguentemente, il cittadino che diventa così il fruitore ed, al contempo, il “testimone” di loci e di installazioni, di nicchie e di performances, di riflessione critica e di consapevole  partecipazione interpretativa.
Uno degli scopi primari di Massimo Palumbo è, peraltro, quello di abbattere steccati, valli e recinti che in effetti imprigionerebbero la civitas in un’oscura ed asfittica medioevalità di ritorno, pur concedendo poco, in tale operazione, ad un’invisibilità o ad una transustanzializzazione metaforica di stampo, ad esempio, calviniano; così è ne La fiamma del carabiniere, opera realizzata a Latina in onore delle vittime di Nassyria.
Ritornando a “Vivi” si può dire che tale Personale rappresenti quasi una sfida per l’Artista, volto com’è ad esplorare le stesse condizioni esistenziali dell’ uomo. E gli interrogativi non sono meno inquietanti di quelli proposti, ad esempio, da un Sartre, di un Ungaretti - a cui per molti versi il Nostro è assimilabile - o dallo stesso Virgilio allorché descrive, nell’Eneide, l’angosciante “arborificazione” di Polidoro, figlio di Priamo. Chi siamo? Qual è il nostro destino, ma, soprattutto perché viviamo? Queste sono le domande che si pone Palumbo e le cui risposte sono di fatto “fornite” da un excursus che va da Il caldo vento del ’68 ( il passato dei padri) a I Bianchi, work in progress (in cui, in seno alla bidimensionalità del quadrato, irrompono sinergicamente moduli e stilemi tratti dall’ esistere quotidiano) e via via Polvere, Calips, Paesaggio in verticale, Dimenticare Sarajevo etc.
La visione integrale e, saremmo tentati di dire, olistica - pur nella sua“specificità topologica” - dell’Artista la troviamo anche  in altre due opere, vale a dire: Il dardo viola, realizzata nel Parco Ranghiasci in occasione della “XXV Biennale di Scultura di Gubbio” del 2008 e Un naufragio ci salverà, un’ originale installazione presentata nel 1995 in una chiesa sconsacrata di Sermoneta. Del 1992 è, invece, La scacchiera, una creatio dalla coinvolgente geometria minimalistica prodotta per Casacalenda ed in cui il destinatario dell’opus artistico  diviene quasi parte  di un processo di simbiosi deduttiva in seno all’opera stessa.


Il minimalismo del Palumbo è, altresì, il filo d’Arianna che ci fa da guida lungo il suo lungo itinerario artistico; e ciò insieme alla sua indiscussa empatia per l’Arte povera (anche a livello di design), testimoniata dall’impiego di materiali quali ferro, legno, rame, stoffa, oggetti di recupero e così via.
La Weltanschauung neo-concettualistica di Massimo Palumbo ha fatto sì, insomma, che il microcosmo, nello stesso tempo riflessivo e creativo, sfociasse nell’ermeneusi di quel macrocosmo oggettuale fatto di “prodotti” urbanistici e di inventiones architettoniche, di estetiche ambientali reinterpretate secondo una poetica dal gusto, in ogni caso,  zetetico e di espressività corale non aliena da referenti politici e da suggestioni etiche. Vera pietra di paragone dell’arte palumbiana è, in sostanza, quel felice ed organico assemblamento tra Public Art ed Environment Creativity, tra teoresi, diremmo quasi noetica, e prassi “escavatrice” del manufatto urbano ed ambientale, che, appunto, in quanto vissuto e, perché no, (ri)visitato dalla presenza umana, diviene momento dialogico e di confronto ai fini di un’estetica tale da restituire al concetto di civilitas il suo autentico significato originario di “voce” della comunità!
Concludendo, quello che ci colpisce di più in “ Vivi” è la tensione morale di cui è permeata, sotto tutti i profli, l’opera del Palumbo il quale attua, in tal senso, un mirabile recupero focale e motivazionale delle radici stesse del nostro vivere. Quest’ultimo non è infatti “azione in movimento” (o solo questo) ovvero meccanicistico ed anonimo problem solving. Il “vivere” palumbiano è, al contrario, Esistenza fatta di Esperienza ed Emozioni, di Partecipazione e Solidarietà umana, di Arte e Libertà!
Marisa Spironello

martedì 5 maggio 2015

"59+1 Achille Pace e il Premio Termoli".


 "59+1 Achille Pace e il Premio Termoli".
59 anni di capolavori di proprietà del comune selezionati dal maestro Achille Pace e il Gruppo Uno.
Termoli, Galleria Civica d’Arte Contemporanea, in piazza Sant’Antonio, dal 12 dicembre 2014 al 31 gennaio 2015.



domenica 19 aprile 2015

CIBUS

   

"...In questi giorni leggiamo che Carlo  Petrini,  il “Carlin”prende le distanze: 
«Ma ad Expo dove sono i pescatori, contadini, formaggiai e trasformatori, tutti quelli insomma che insieme fanno la più grande economia del mondo? – si chiede polemicament il fondatore di Slow Food, -- Se questi soggetti non sono protagonisti, costruiamo sulla sabbia la manifestazione.....
Uno sfogo, arrivato alla vigilia dell'apertura di  Expo, e questo al tavolo sul made in Italy organizzato da Coldiretti a “Expo delle idee“.
dove le multinazionali sgomitano per stare in prima fila: speriamo nel business....."
                                                                                                                          aprile 2015

*

Liceo Statale “Ettore Majorana”

INCONTRI D’ARTE CONTEMPORANEA 20°

MUDITAC/MAJORANA
ROMA
MUSEO DIDATTICO TERRITORIALE ARTE CONTEMPORANEA 
20 – 27 Aprile 2015

a cura di Anna Cochetti
....per riflettere sui temi dell’EXPO2015
nutrire il pianeta, energia della vita



MASSIMO PALUMBO
CIBUS
expomilano /nutrire il pianeta/energia per la vita
2015
tecnica mista cemento+pane
30x30x23