martedì 21 febbraio 2012

gnam raccolta manzù





Oltre il bianco. “Mangiamo cultura..alla raccolta Manzù
di
Marcella Cossu
La scelta del bianco, come tabula rasa da cui ricominciare ex novo, nonchè equazione suprema tra spazio, luce e nous intellettivo, è filo conduttore, a partire dagli anni novanta, della ricerca neoconcettuale di Massimo Palumbo, figura polivalente e complessa di artista a cavallo tra architettura e ambiente, interprete ideale della concezione contemporanea dell’ecomuseo inteso come salvaguardia e valorizzazione dell’insieme di caratteristiche storico-artistiche,  ambientali,  antropologiche, sociali, financo economiche, di uno o più territori, non necessariamente d’appartenenza, come per l’appunto si verifica  nel caso in questione( “…noi che non abbiamo tetti” è infatti l’emblematico titolo della mostra di Palumbo, molisano d’origine “trapiantato”, come Manzù e molti altri ancora, nell’ Agro, apertasi lo scorso 30 gennaio presso il Teatro Comunale e il Palazzo della Cultura di Latina,  a cura di Fabio D’Achille - con testi critici di Cristina Costanzo e  Vincenzo Scozzarella -nell’ambito delle manifestazioni promosse da MAD Rassegna d’Arte Contemporanea di Latina, e al cui interno figurava l’installazione Mangiamo cultura,con la cultura si mangia, integrata dalla performance di Cristina Femiano). Il bianco dunque, procedendo à rebours nell’astrazione del dopoguerra, dagli immacolati Concetti Spaziali di Lucio Fontana del 1949-50, trasborda per i monochromes del duchampiano Yves Klein, per approdare nel 1960 a quel trionfo totale di “festa del bianco” rappresentato dalla collettiva tedesca Monochrome Malerei di Leverkusen,  con, oltre allo stesso Klein,  i milanesi Castellani e Manzoni di “Azimut”, i tedeschi di “Zero”, i romani Angeli, Festa, Lo Savio, Schifano, Uncini…questo sintetico accenno deve necessariamente tenere conto delle successive ricerche “total white” degli anni settanta da parte  di artisti come Scarpitta e Kantor, e, acora, della preponderanza assoluta del bianco, come vuoto, totalità, rarefazione, nella generalità del pensiero estetico di tutto il concettuale.
In  Mangiamo cultura peraltro- specie se posta a confronto con la maggior parte delle ultime installazioni di Palumbo, che  addirittura titolava I Bianchi una serie di lavori degli anni novanta – il bianco non è più  magma di accecante bagliore che calcifica e conglomera indissolubilmente oggetti e superfici, ma al contrario si fa velata scialbatura alla robusta e familiare plastica della “rosetta” di pane farcita dal ripieno della pagina stampata. L’installazione- ferro, pane, carta, testi letterari, e il semplice elenco dei materiali costitutivi ne è del resto  miglior testo critico-corrisponde all’idea duchampiana dell’arte che qui ora si fa vita pensiero e azione, coadiuvata dalla forza di un titolo che è opera esso stesso…Mangiamo cultura , ironico e paradossale come l’assunto di un Ready-Made organico- e qui mi sorge spontaneo un flash di rimando al neopop  statunitense degli opulenti cheesburger di Oldenburg a confronto con la contenuta italica rosetta-e, d’altra parte, …con la cultura si mangia, memento per quanto di più si dovrebbe poter fare, oggi in particolare, per un ottimale sfruttamento delle risorse , anzi dei “giacimenti”culturali del nostro Paese, in questo, dicono, il più ricco al mondo. O, se si preferisce aderire ad  una lettura più idealizzante, ma anche più immediata, dell’installazione di Palumbo:  “La forza del linguaggio performativo è funzionale al messaggio sotteso a tale intervento, ossia un invito da parte dell’autore a ognuno di noi: a nutrirci dell’arte, intesa come fonte di energia spirituale e come bene di prima necessità, semplice ma essenziale, come può esserlo il pane” (B.Mastrorilli, MassimoPalumbo: il lavoro e il progetto Kalenarte in “artapartofculture.net” del  18.02.2011)
L’installazione di Massimo Palumbo, esposta presso la raccolta Manzù nella seconda metà del novembre 2011, nella perentoria evidenza del messaggio di cui è latrice, si integra al massimo all’interno della politica culturale perseguita nel territorio dall’ecomuseo del Lazio latino e virgiliano, di cui la raccolta stessa costituisce ad oggi centro d’interpretazione attiva: di qui la speranza, se non la certezza, che i suoi contenuti trovino terreno particolarmente fertile nel pubblico del museo ardeatino. Per l’inaugrazione verrà replicata la performance di Elisabetta Femiano dedicata all’installazione, e verrà proiettato il video della mostra “…noi che non abbiamo tetti” (realizzazione Antonio Ventriglia, montaggio Antonio Petrianni).

lunedì 20 febbraio 2012

artearchitettura



.......Arte e Architettura........i mondi si intrecciano tra loro e il dialogo è costante, continuo ininterrotto......
Naturalmente ci portiamo dietro esperienze radicali, poveriste, le utopie, senz'altro in sintonia con le tensioni culturali di quell’epoca.
Facciamo nostra la trasversalità  e il piacere delle contaminazioni sia linguistiche che dei materiali, ed il  nostro  operare è si andrà a caratterizzare, dall’estrema semplicità con cui  utilizziamo i materiali poveri e di scarto  senza mai dimenticare che l’arte e l’architettura  sono discipline dove, la memoria gioca un ruolo fondamentale e i  territori su cui si configurano sono luoghi dello "spazio della memoria". 
E' questo un passaggio  che nel tempo, ho fatto mio e che per scelta mi fa da specchio e mi piace riportare  nei passaggi significativi del raccontare.

 "spazio della memoria". 

Questa esigenza primaria ci porta ad azzerare tutto.......... per poter poi ricostruire, quasi un operazione da homo faber che ha esigenza di un piano pulito su cui rimettere le cose e ricostruire...l'utopia, il sogno, la memoria....
mp

 
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diario

                                                                                         
                                                                                          20.02.12



pillola


 
" .... lo sono di quelli che credono - e per me è molto importante - che gli uomini appartengono a qualche luogo.
L’ideale è essere di un luogo, avere le radici in un posto, ma che le nostre braccia siano aperte a tutto il mondo, che ci siano utili le idee di qualunque cultura. Tutti i luoghi sono perfetti per chi vi si adatta ed io, qui nei miei Paesi Baschi, sento che questo è il mio posto, come un albero che si è adattato al proprio terreno, ma con le braccia aperte a tutto il mondo......"
                                                Eduardo Chillida

pillola



la fiamma








 

“ … la fiamma del carabiniere…”
… L’intervento è minimale e rispettoso dell’impianto urbanistico di fondazione.
L’isola, è sottolineata da un cordolo sagomato in travertino, rafforzato lungo tutto il perimetro da una lastra, ancora in travertino, con funzione di raccordo con l’asfalto della sede stradale. Sulla sommità un semplice prato verde accog quello che l’autore, Massimo Palumbo,  definisce un segno urbano. Si tratta di due sagome sovrapposte e lievemente inclinate rispetto al piano di posa, una in acciaio corten e l’altra in acciaio inox, che raggiungono in altezza le dimensioni di 3 metri
Le sagome evocano un simbolo ben noto e riconoscibile, la fiamma del carabiniere ….…
…Proiettata nella città, la fiamma supera la referenzialità all’oggetto, essere simbolo dell’Arma, bloccata nella divisa,  per ritornare ad essere l’espressione di un sentimento, in questo caso di riconoscimento per quegli uomini, figli del popolo, della città, che bruciano le loro vite nel servizio ….…
Così Massimo Palumbo con il materiale della tradizione, il travertino  tipico del periodo di fondazione di Latina, il materiale della natura, il prato verde ed il materiale dell’innovazione e della forza efficiente e di molte espressioni artistiche contemporanee, l’acciaio, si confronta con il tema del “monumento”.
Si tratta di un tema contraddittorio per l’arte contemporanea e per molti aspetti imbarazzante, bandito per anni, perché non si tratta soltanto di un’arte fine a se stessa ma di un’arte che deve confrontarsi con un contenuto ufficiale, entro certi limiti con criteri di leggibilità e riconoscibilità, e con tutta una tradizione. Si tratta poi di un elemento destinato a durare nel tempo.
Bene ha fatto Massimo Palumbo ad accettare questo confronto e ad esporsi in tal modo in pubblico, consapevole da architetto-artista quale è, che ogni monumento è essenzialmente un segno che, nel riassumere un luogo, lo qualifica come spazio, momento di sintesi della qualità urbana ….
Teresa Zambrotta    Critico, storico dell’arte.
Latina giugno 2004


 



foto by Annamaria De Luca


autumn contamination



                                     ....a proposito di autumn contamination:l'intervista
                                                              


Bene Comune intervista del 20.12.11.
.....mi chiede una breve riflessione sull'Autumn Contamination a Campobasso.
Ma senz'altro è cosa buona sempre, quando un territorio riesce ad esprimere pluralità di eventi. Sono momenti che mantengono vivo il dibattito culturale e riescono ad evidenziare meglio a chi rappresenta le istituzioni quali sono le vocazioni di chi opera nel quotidiano. Al di la del plauso per chi si incammina per la prima volta in un percorso come questo dove l'Arte contemporanea  in genere è vista sempre con sospetto, a dir poco, mi è sembrata interessante la formula delle contaminazioni tra le arti  anche se la cosa di per se avrà  senz'altro aumentato le difficoltà all'organizzazione. 
Ora però il problema principale a mio avviso  è capire cosa un evento del genere può aver  lasciato sul campo, quale segno tra chi ha partecipato nei ruoli di spettatore ma anche per chi è stato attore. Quali le effettive contaminazioni presenti o future ?.  La nostra esperienza ci dice che solo il tempo e la qualità dei contenuti  di quanto si fa riesce e non sempre, a creare una traccia, a dare un percorso e mentre è difficile costruire nel tempo, è facilissimo smontare tutto. Non ci vuole nulla per vanificare anni di lavoro. Quindi a mio parere è importante in questo campo avere un progetto forte che direi "chiuso-aperto" e proiettarlo nel tempo...mi rendo conto e sembra una contraddizione ma il troppo "liquido" tende a sfuggire ed a confondersi nell'effimero. Oggi tutto è molto complesso e sembra che il difficile sta proprio nel saper coniugare gli opposti....ed è la stessa cosa di quando ci si pone il problema del locale o del globale ed alla fine si stabilisce la necessità di un dialogo, di un salutare mix necessario con entrambi i punti di vista.  Nel costruire questo mix, risulta molto importante conoscere il territorio su cui si opera e non pensare di trovarsi all'inizio di una nuova era, di una stagione che può fare tabula rasa per ricominciare daccapo. Tutto si realizza e tutto si costruisce con il "gioco sapiente" delle sovrapposizioni degli strati che si pongono l'un sull'atro in un eterno dialogo e sinergia costruttiva.
Mi chiede poi cosa penso e quali le considerazioni  circa le politiche culturali molisane e, nello specifico, quale la funzione della Fondazione Molise Cultura. 
Diciamo che tra le tante cose messe insieme e le triangolazioni  avvenute con Autumn Contamination, cosa significativa sono stati gli incontri per verificare  lo stato di salute e il cosa fare per quanto riguarda l'Arte contemporanea in particolare. Nel contenitore Autumn Contamination, c'erano un pò tutte le figure che oggi rappresentano il Molise negli ambiti di cui sopra e sarebbe interessante anche per noi, capire cosa ha prodotto l'incontro. Sinceramente al di là delle buone intenzioni, non abbiamo segnalato novità. I problemi sul tavolo c'erano e scelte in effetti non ci sono state e forse non poteva essere se non così.. La politica, le istituzioni e chi le rappresenta devono comunque e al più presto,  prendere posizione ed essere al massimo trasparenti. L'occasione della Fondazione Cultura Molise si può rivelare un ottimo motore propulsivo per idee e creatività e perchè no.... crescita,  ma potrebbe svelarsi anche come un grande bluff......e sinceramente facciamo voti perchè questo non accada.
Ritornando al fare cultura e al valore aggiunto Arte Contemporanea, è da sottolineare, l'importanza mai come oggi di poter operare in sinergia tra chi ha operato ad oggi sul territorio creando curricula ma sopratutto  percorsi di grande qualità.
Il Molise ha progetti nazionali, internazionali che aspettano solo di essere messi a regime per essere goduti e rappresentare al meglio il territorio su cui insistono.  Quindi salvaguardate e potenziare le eccellenze esistenti, il Premio Termoli e la sua storia, Fuoriluogo a Campobasso per i contenuti e le proposte che ben sono state rappresentate ed animate negli anni, Kalenarte a Casacalenda  con il suo Museo all'Aperto, per la particolarità del progetto, la qualità e la coerenza nel tempo.
La  Fondazione Cultura Molise  dovrà secondo noi, evitare una cosa, una sola cosa: la dispersione a pioggia delle risorse.
Individuare invece livelli di intervento diversi ove le varie iniziative culturali possano  far riferimento ad un asse centrale portante espresso e sostenuto dalle eccellenze. Raramente capitano delle occasioni e questa forse è una o l'unica. L'unica  per porre il Molise, la sua cultura, il suo territorio all'attenzione di un  palcoscenico più ampio, di valenza Europea.
Un respiro sicuramente adeguato alle sue potenzialità.
Massimo Palumbo