mercoledì 15 febbraio 2017

ospiti







 Massimo Palumbo, Bianchi d’Autore

Questa mostra palermitana si configura come una carrellata sull’etica - e sull’estetica - di una complessa, inedita e accattivante figura di artista, teorico, conservatore ed eco-conservatore del contemporaneo, tra le cui principali caratteristiche è il saper coniugare progettualità e immediatezza in una sorta di neo-concettualismo del “dentro” così come del “fuori”. Le radici sono altrettanto importanti che il vento; il vento va e le radici restano, e ci ancorano inesorabili alla terra, al quotidiano, e ci impediscono di prendere il volo e di librarci a seguire i nostri sogni.
Questo, Massimo lo sa bene, dal momento che qualche tempo fa ha progettato un intervento del tutto surreale su un antico ponte romano in quel di Latina, sua patria di adozione, in cui al ponte veniva adattato un sistema di tiranti con palloni bianchi destinati  a sradicarlo metaforicamente dal suolo; e in alcune tra le opere in mostra  il contrappunto tra Heimat ed Umwelt,  luogo d’origine- radicamento, e ambiente allargato, diviene motivo particolarmente ricorrente. Confine sconfinante, come nei libri di Claudio Magris. Basta infatti considerare l’accostamento del quasi-polittico neoconcettuale “Calips” con le due composizioni  quadrate  intitolate alla memoria di Sarajevo per vivere la contrapposizione, che poi diventa integrazione, dell’omaggio lirico ed emozionale alla corteccia chiara degli eucalipti- “calips” nella vulgata dei coloni padani all’epoca della bonifica pontina, quando questi alberi venivano piantati in lunghi filari frangivento nella spartizione dei poderi  ai nuovi proprietari- alla tragedia del conflitto balcanico, riassunta nell’evidenza del filo spinato.
Altra “grande illusione” della poetica di Massimo Palumbo, qui fortemente evidenziata, è l’uso, e l’abuso, del  bianco. Un bianco che è azzeramento, tabula rasa, dimensione primordiale e accecante, candore mentale con cui recepire al meglio la pregnanza del messaggio che l’artista intende trasmettere. Le barchette bianche di carta, disposte in  regata a partire dal cubo bianco, hanno  spessore fortemente metafisico, e mi ricordano, nella ricercata elementarità,  il clima delle opere di Soldati; “il caldo vento del ‘68” è ammantato dal camice bianco; i paesaggi, “Ricordare Sarajevo”, dappertutto è il bianco a coprire, definire, modulare, come un manto di neve plasticamente duttile, come solo Tadeuszt Kantor ha forse osato in alcune particolari composizioni. Anche l’etica, anzi, soprattutto quella, in Massimo Palumbo si è rivestita di bianco, come nell’installazione ”Mangiamo cultura…con la cultura si mangia”, esposta alla raccolta Manzù nel novembre 2011, in cui rosette di pane farcite di fogli stampati erano candidamente “calcinate” in contenitori di ferro, e come qui, ora, nell’installazione dal titolo “…vi toccherà , prima o poi, scrivere i vostri libri”, prosecuzione ideale, e, ne sono sicura, intenzionale, del “mangiamo cultura”, nell’urgenza di trasmettere e condividere un messaggio mai così assillante ed attuale come ad oggi.
Marcella Cossu
Storico dell'arte Gnam

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 ospiti___
S.E.il Cardinale Gianfranco Ravasi e S.E. il Vescovo Mario Russotto, assieme a Don Pino La Placa, vicario generale, con il curatore della mostra Diego Gulizia, davanti all'opera di Massimo Palumbo,1.    Chiesa di Maria SS.Immacolata in Serradifalco
Massimo Palumbo
"i giorni del castigo..... i giorni del rendiconto", 2012 - installazione, ferro, gomma, materiali riciclati su tavola, cm 200x200
Dal libro di Osea 9, 6-9 - 6

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