una....pagina bianca di MASSIMO PALUMBO una pagina bianca di MASSIMO PALUMBO ....dover scrivere,disegnare, appuntare un qualcosa.... dare inizio ad una idea,ad un progetto.. e per un motivo o per un altro,essere completamente a corto di idee. Una relazione, un testo scritto, un articolo di giornale e ci troviamo davanti al foglio bianco senza sapere come iniziare...qualcuno ha già detto la sindrome del foglio bianco...
mercoledì 26 settembre 2012
salvatore parziale per piazza del popolo a latina
intervista a
COSTAS VAROTSOS
di Giorgio Bonomi
La monumentalità contemporanea della scultura di Costas Varotsos. Colloquio di Giorgio Bonomi con Costas Varotsos
da
TITOLO
Rivista scientifico-culturale di arte contemporanea
Giorgio Bonomi Ho sempre pensato che, forse, tu esprima il meglio della tua poetica nella grande dimensione. Anche quando le sculture devono essere collocate in luoghi ristretti, come gli spazi delle gallerie, quelle non possono non “riempire” tutto l’ambiente. Il problema è, quindi, lo spazio. Questo è il “materiale” apriori della scultura, la quale è posta in un luogo che così viene modificato ma che, a sua volta, modifica l’opera stessa.
Le tue sculture pubbliche hanno questa forza: cambiano l’ambiente ed esse stesse sono “definite” – dopo il tuo lavoro – proprio dal sito, da ciò che qui avviene: per esempio Runner, posta in Piazza Omonia ad Atene, del 1988 o Anelixis del 1992, sempre in Atene in Piazza Interamerican, hanno già in se stesse una grande forza di movimento centrifugo, ma è proprio il traffico che si svolge là attorno che definisce e accresce la forza del movimento intrinseco alle opere.
Costas Varotsos La dimensione di un lavoro dipende sempre dalle relazioni che stabilisce con le altre dimensioni che puntualizzano lo spazio intorno. Non si tratta di dimensioni numeriche ma di dimensioni che nascono dalla stratificazione storica e culturale dello spazio su cui devo intervenire: nella scultura è importante lo spazio intorno e l’energia che riesce a trasmettere, diventando parte della stratificazione storica e culturale del luogo dove è collocata.
Nella galleria le cose sono diverse: qui non c’è la dimensione dell’opera permanente. Le gallerie sono frequentate da un pubblico che è direttamente interessato all’arte per cui il dialogo è diverso da quello con il grande pubblico della città o della campagna.
Certo, nelle gallerie e nei musei mi diverto molto e mi sento più sicuro: ho vicino gli amici! Nello spazio pubblico, invece, sei da solo con il reale quindi anche più libero, infatti il tuo sguardo spazia libero cercando limiti dove aggrapparti e di diventare pure tu parte di quel reale. Senti il vento, la roccia, il mare, gli alberi, i palazzi, la gente che passa, le macchine, tutto è vivo, reale; cambia in continuazione, devi lavorare come un velista che cerca di trovare una sintonia con le forze in movimento ed usarle per arrivare all’obiettivo. Allora le dimensioni sono una cosa che nascono da tutto questo.
GB Le opere come Runner (Il corridore), oltre alla Nike di Samotracia, che appartiene al patrimonio visivo di tutti gli uomini ma ancor di più al tuo, essendo greco, mi ricordano moltissimo le immagini di Boccioni negli Stati d’animo, dove la figura diviene la personificazione del moto.
CV Il corridore di Atene è nato nel 1988 , un periodo, devo dire, ottimista per la Grecia dove si sognava un futuro migliore; ed inoltre era un periodo in cui avevo intuito che il pensiero analitico della ricerca, anche se obiettivamente giusto, arrivava ai suoi limiti. Credevo che la sintesi dei frammenti della rivoluzione industriali fosse l’unica maniera per ritrovare un nuovo rapporto con il reale. Negli ultimi cento anni abbiamo creduto che il pensiero analitico ci avrebbe portato a sistemi di pensiero che, applicati alla realtà, ci avrebbero salvato, purtroppo erano condannati, con nostra grande delusione, al fallimento e a creare in politica grandi disastri. Il corridore non voleva esprimere un’analisi del movimento di una figura nello spazio ma la sintesi dei frammenti in un nuovo movimento, cioè il contrario del futurismo.
Per Il Corridore l’obiettivo era spostare l’energia fuori dal lavoro che, allora, diventava un pretesto. Nelle città guardiamo le cose con la zona periferica dei occhi, raramente leggiamo le cose, piuttosto ... le sentiamo, quindi il lavoro non deve raccontare una storia, ma deve diventare la storia e fare parte dello spazio: dovrebbe nascere dallo spazio e non mettere nello spazio un’idea, anche se obiettivamente giusta, così solo ha delle speranze di diventare veramente un’idea e non una ideologia.
GB Recentemente, nel 2010/2011, hai dato corpo ancora più evidente alla forza dell’energia, penso a Tension-Energy, realizzata a Lucerna in Svizzera. Qui, un’alta asta appena piegata per la tensione e una lunga corda che va a raggiungere una sorta di parabolica, ben rappresentano l’energia, senza la quale non ci sarebbe movimento, in quell’attimo prima che questo abbia inizio.
CV Il lavoro a Lucerna era il quarto lavoro di grandi dimensioni che ho fato in Svizzera. La Svizzera è un paese molto particolare: infatti, dietro la sensazione di un’organizzazione perfetta, c’è la difficoltà di controllare lo spazio, di unire due punti nello spazio; per loro è una tragedia, mentre per noi è molto più facile. Pure politicamente la Svizzera, sebbene abbia un perfetto sistema di democrazia diretta, poi arriva alla disperazione, per la difficoltà di arrivare da un punto all’altro a causa del complicato sistema di leggi analitiche che impediscono il rischio e il superamento dei limiti. Penso che sia un paese in cui, dietro al silenzio, c’è una grande tensione, una grande energia. Ecco: proprio questa grande energia e questa tensione avevo in mente quando facevo il lavoro che era assai complicato tecnicamente per le sue dimensioni e le terribili condizioni climatiche che ci sono in questa area, specialmente d’inverno.
GB Veniamo ai materiali. Tu li usi di vario tipo, dal vetro al ferro, dalla pietra alla plastica ed altri ancora, ma è soprattutto il vetro il tuo materiale d’affezione. Perché è “trasparente”, quindi “puro” e tale che non consente inganni? Perché non è così malleabile come gli altri? E poi, non essendoci una grande tradizione in Grecia relativa al vetro, ma anche nel resto del mondo, per la scultura non ti dimostri “innovatore” anche in questo?
Sei talmente “padrone” dei materiali che non solo li ambienti con grande forza nelle piazze, nei luoghi urbanizzati, ma riesci a fonderli, senza alcuna tentazione naturalistica, nella natura; penso soprattutto a due lavori che, con sicurezza, possiamo definire “capolavori”: il suggestivo Il Poeta del 1997 a Casacalenda (CB) e La Morgia del 1996/97 a Gessopalena (CH), questo vede l’unione, in maniera straordinaria, di due pezzi di montagna, spaccata con una forma a V dalle bombe durante la II Guerra Mondiale, con lunghe assi di vetro, che in tal modo diventano non solo una sorta di eccezionale “restauro” della montagna, ma anche un emozionante pezzo di cielo.
Ma ricordo l’incantevole Horizon del 1996, in cui abbiamo un prato solitario davanti al mare su cui, in linea retta, si posizionano numerosi “tondi” di ferro riempiti per metà con liste di vetro, creando una simbiosi tra cielo, mare ed opera, i quali così si con-fondono e ci impediscono di capire bene dove sia la natura e dove l’artificio.
CV Quando ho fatto, la prima volta nel 1983, Il poeta, a Cipro con la fondazione DESTE, credevo di essere l’unico artista che lavorava il vetro, ma quando più tardi sono andato a New York ho scoperto che esistevano molte gallerie che esponevano artisti che usavano il vetro. Io non ho niente a che fare con la loro maniera di lavorare il vetro; cercavo, molto prima del vetro, di trovare il modo di usare lo spazio come materiale, infatti avevo nella mente allora l’infinito concreto, erano gli anni ‘70 e vivevo vicino Pescara a Francavilla al mare, e pensavo che dietro e davanti al quadro non ci fossero spazi da conquistare ma spazi da unire in un terzo livello, quello dell’infinito concreto, attraverso un processo sintetico. Il vetro è arrivato con Il poeta attraverso un processo analitico: il poeta è fragile, il poeta è pericoloso, il poeta è suicida, il poeta è esplosivo, il poeta è energia, il poeta è spazio, allora il materiale “vetro” è arrivato come un contenitore di spazio che attraverso la stratificazione temporale mi ricreava di nuovo l’equilibrio spazio-tempo. È stata un’esperienza magnifica perché vedevo davanti a me nascere quello che avevo sognato a Francavilla al mare, cioè proprio ritrovare l’equilibrio tra lo spazio e il tempo. Credo che dopo la rivoluzione industriale abbiamo avuto una temporalizzazione dello spazio, perdendo, contemporaneamente, quell’equilibrio e dando una eccessiva importanza al tempo. Con Il poeta ho visto che era di nuovo possibile ritrovare la sintesi. Inoltre vorrei dire che non mi sento “innovatore”, quanto piuttosto “ritrovatore”.
Parli degli Orizzonti: sai che vengo da una cultura agricola-pastorale, per la quale l’orizzonte è un limite che puntualizza lo spazio. Il primo Orizzonte è nato a Salonicco nel 1990, in un periodo in cui si cominciavano a scorgere i limiti delle ideologie, era un periodo di crescita ma anche di malinconia per le certezze perdute, tuttavia, se per molti era una tragedia, per me era un “orizzonte” che mi appariva davanti e che cercava un significato, era il “niente”, poi è venuta La Morgia. Mi hanno chiamato a fare un lavoro in quel paesaggio bellissimo e mi era molto difficile scegliere sia il lavoro che il posto; questo era così bello che non osavo toccarlo, ero pronto a rifiutare la commissione ma, quando ho visto La Morgia, ho chiesto informazioni e mi hanno detto che la fessura nella montagna era stata causata da un’esplosione durante la Seconda guerra mondiale: allora ho detto aggiustiamo il danno fatto!
Devo però dire che sono stato fortunato perché ho trovato persone molto sensibili nella zona, come Antonio Delaurentis, che mi hanno aiutato moltissimo nella realizzazione dell’opera; Giorgio Persano, poi, ha sintonizzato la produzione del lavoro e molti amici hanno collaborato.
La Morgia era una sintesi di tanti pensieri e tante persone, era la realizzazione dell’opera totale che cercavo da molto tempo. In un modo magico, vicino al vento e alla montagna e con la storia reale, io, la gente dei piccoli paesini e gli amici abbiamo guidato una nave e siamo passati tutti insieme dall’altra parte: così siamo diventati persone migliori dopo questo lavoro.
GB Credo sia giusto sottolineare, per finire questo nostro bel colloquio, che con la crisi del “monumento” tradizionalmente inteso, molti artisti anche tra i più bravi non riescano, nelle opere pubbliche, a superare la semplice collocazione di un lavoro “prelevato dallo studio”, tu invece fondi città ed opera, natura e scultura, dove, come già abbiamo detto, l’opera modifica l’ambiente ma l’ambiente modifica anche quella, così alla consapevolezza del creatore si aggiunge la casualità del tempo e dello spazio, in una forte monumentalità contemporanea, o no?
CV La monumentalità oggi dovrebbe acquistare un diverso rapporto con la realtà sociale: è finito il periodo delle idee che provenivano dall’analisi della realtà, cercando così una verità che ci dovrebbe salvare! Abbiamo capito che la rappresentazione delle idee che il Rinascimento ci ha permesso di esprimere non sono sufficienti per organizzare la nostra realtà, era una “vittoria” verso l’equilibrio ma non la soluzione. Con l’ottimismo della rivoluzione industriale abbiamo dimenticato l’equilibrio tra il reale urbano e il naturale, è questo un obiettivo che bisogna cercare piuttosto nel Medioevo. Questo valore platonico non lo ha sottovalutato il Rinascimento e lo ha portato all’era moderna come valore assoluto. La verità si nasconde dentro le cose nella società, nella natura e nelle persone e non fuori.
Oggi la monumentalità dovrebbe trovare la sua dimensione politica, dovrebbe nascere dal reale e, con il reale, acquistare di nuovo la sua dimensione di equilibrio dello spazio-tempo, per non essere vomitata dalla realtà che vomita oggi qualsiasi cosa che cerca di manipolare ogni valore reale che le appartiene: la manipolazione oggi è nuda!
Il Poeta 1997
Costas Varotsos
foto by Kerem
1997
Il Poeta 1997
Costas Varotsos
foto by Loretta Isotton
2012
vittorio d'erme per piazza del popolo a latina
........proposte, progetti per Piazza del Popolo a Latina
La "stoà" di Vittorio D'Erme
Progetto per Piazza del Popolo a Latina 1985 –
Arch. Vittorio D’Erme
Nel 1985 l’architetto Vittorio D’Erme formula, progettista del Piano regolatore di Latina insieme ad altri professionisti, elabora una proposta spontanea per la pedonalizzazione di Piazza del Popolo.
Si propone uno tralcio dalla relazione di progetto:
“…Si potrebbe magari riammettere il traffico in piazza, escludendo i due brevi tratti (senza negozi); di Via Emanuele Filiberto e di Via Duca del mare, che sarebbero raccordati sulla esistente strada opportunamente sistemata, compresa tra le poste e l’edificio rosso con i fornici. Tutto il traffico più mimportante, da e per il Corso della Repubblica, Via Diaz e Corso Matteotti potrebbe benissimo essere risolto in una rotatoria attorno alla pedana dei piccioni. Rimane così destinata ai pedoni quella parte di Piazza compresa tra i due edifici comunali ( il Municipio e l’ex Albergo Italia, ora sede di assessorati e biblioteca) ed il palazzo rosso verso le poste………………………
……….per definire meglio lo spazio riservato ai pedoni rispetto al rond – point delle macchine, si potrebbe impiantare lungo il marciapiede che va dal bar Poeta al palazzo comunale un doppio filare di alberi a foglia persistente e portamento espanso ( lecci p.e.) formando un viale lungo 95 m.
È questa la soluzione minima che tuttavia darebbe luogo ad una piazza sempre nuova e varia e viva perché vi convivono senza danneggiarsi il traffico e i cittadini……………………………………………
………perché non definire più esattamente le due funzioni della Piazza congiungendo i portici dei due palazzi comunali, anziché con alberi, con un porticato? Si otterrebbe quella che i Greci chiamavano stoà, una passeggiata protetta dai raggi cocenti del sole e dalle intemperie…..”
per il concorso di piazza del popolo a latina
LATINA
....a proposito del concorso per Piazza del Popolo alcune foto storiche
L’area oggetto del concorso d’idee, Piazza del Popolo, è la piazza centrale, il fulcro del sistema urbano radiocentrico della città di Latina, il luogo in cui si svolse la cerimonia per la prima pietra il 30/06/1932. La presente relazione descrive i tratti salienti della breve storia della Piazza in oggetto, nata contestualmente alla Città di Fondazione. Il primo piano urbanistico del 1932, elaborato dall’ing. Savoia e definito dalle architetture disegnate dall’arch. Frezzotti, definisce in tutta la sua chiarezza e linearità lo spazio e l’immagine delle tre piazze di fondazione: Piazza del Popolo (ex Piazza del Littorio), Piazza San Marco e Piazza del Quadrato.
Le piazze definite per collocazione urbana e per linguaggio architettonico diventano elementi fissi del nuovo Piano. Esiste una forte relazione tra il disegno delle piazze e quello del Piano, in particolare l’arch. Frezzotti vuole conferire alla piazza centrale, Piazza del Popolo, una forte immagine urbana in grado di sostenere l’intero sistema.
Le piazze sono concepite da Frezzotti come manifestazione dello stretto rapporto tra Architettura e spazi urbani: “le emergenze architettoniche sono funzionali al disegno della città, spesso legate all’impianto urbanistico attraverso portici e passaggi pedonali.Oltre che essere il baricentro fisico del nuovo piano, Piazza del popolo assume anche sin dal primo piano urbanistico il ruolo di centro politico-amministrativo, affidando invece il ruolo di centro religioso educativo a Piazza San Marco e quello commerciale a piazza del Quadrato.Tuttavia i primi edifici realizzati nel 1932, destinati al “Borgo Rurale”, esprimono un linguaggio dal sapore rurale (copertura a tetto, edifici limitati a due tre piani,ritmo uniforme delle bucature, etc…) richiesto dal regime, lontano dal tono più celebrativo che la città assumerà più tardi, nel 1934 in relazione al nuovo ruolo di Littoria.
Nel 1934 Littoria diventa capoluogo di provincia, pertanto si affida all’architetto Oriolo Frezzotti il compito di elaborare un piano di ampliamento per dilatare la maglia urbana e inserire i nuovi edifici e le attività necessarie per un comune capoluogo di provincia. Vengono creati dei nuovi assi stradali e aggiunte nuove piazze e aumentata l’estensione dell’area urbana, racchiusa da un’anello stradale perimetrale (circonvallazione).
Gli edifici progettati per definire le piazze e le quinte della città assumono un carattere nettamente diverso da quelli progettati nel 1932, in quanto risultano essere più imponenti , massicci e caratterizzati da un pronunciato monumentalismo, ( Banca d’Italia , Prefettura, Tribunale , Intendenza di Finanza).Tra i progetti elaborati per Piazza del Popolo, un primo studio Frezzotti prevede uno spazio ellittico che circoscrive una vasca d’acqua con al centro la torre Littoria, venne bocciato a favore di una piazza con un ampio spazio libero al centro, più funzionale alle cerimonie del regime.
Nel progetto definitivo della piazza centrale l’architetto individua un ampio spazio rettangolare circoscritto da edifici porticati, prevede la collocazione di un giardino e successivamente,solo nel 1939 la Piazza assume l’aspetto definitivo: su progetto dell’architetto viene realizzata la fontana centrale che ospita al centro la maestosa sfera in travertino, a sottolineare ulteriormente il fulcro dell’impianto urbano radiocentrico, e quindi il centro ideale di tutto l’Agro Pontino.
Disegnata secondo l’archetipo del Quadrato, dalla piazza rettangolare, si irradiano sei assi viari: è attraversata da Nord a Sud da un largo viale, mentre dai 4 angoli partono gli assi di collegamento principali tra il centro ed il resto del territorio comunale.
Attraverso ampi percorsi pedonali la piazza è collegata da un lato all’asse viario verso il Tribunale, dall’altro all’asse, Viale Italia, che conduce a Piazza del Quadrato.
settembre 2012
Ministero dei Beni e delle Attività
Culturali –
Direzione generale per il Paesaggio, le Belle
Arti, l’Architettura e l’Arte Contemporanee
Martedì 10 luglio
2012 alle ore 9.30 presso il Complesso
monumentale del San Michele a Ripa Via di San Michele 22 – Roma
Presentazione
del volume:
Luoghi del contemporaneoGangemi Editore
Museo all'Aperto
d'Arte Contemporanea di Kalenarte a Casacalenda_Molise
, è parte
integrante di tale ricerca.
Il
volume raccoglie i risultati di una ricerca che il Ministero dei Beni e delle
Attività Culturali – Direzione generale per il Paesaggio, le Belle Arti,
l’Architettura e l’Arte Contemporanee – a seguito di una procedura di evidenza
pubblica, ha affidato a IZI – società di consulenza specializzata nella ricerca
applicata in ambito culturale.
La
ricerca costituisce un aggiornamento della pubblicazione realizzata nel 2003
dall’allora Direzione Generale per l’Architettura e l’Arte Contemporanea (DARC)
del MiBAC e si è posta l’obiettivo di censire, in tutto il territorio
nazionale, i centri operanti nel settore del contemporaneo. Il volume,
realizzato con la collaborazione scientifica dell’Associazione per l’Economia
della Cultura, si propone di essere uno strumento utile agli amanti ed agli
studiosi dell’arte contemporanea; esso contiene, sotto forma di agili schede
descrittive corredate da immagini, una rassegna comprendente oltre 200 tra i
più rilevanti centri per l’arte del contemporanea presenti in Italia. La
selezione dei luoghi da inserire nella pubblicazione è avvenuta attraverso
l’applicazione di rigorosi criteri metodologici, sottoposti al vaglio di un
Comitato Scientifico che ha supportato il gruppo di lavoro durante tutta la
durata del progetto.
Nello
specifico sono stati inclusi i luoghi in possesso di una collezione di arte
contemporanea e/o che organizzino periodicamente eventi di arte contemporanea;
che siano aperti al pubblico con continuità e che intrattengano relazioni
stabili con il settore pubblico.
Nella
seconda parte dell’incontro si terrà una tavola rotonda che permetterà ai
funzionari pubblici, ai responsabili delle strutture, agli operatori del
settore ed agli studiosi di discutere del futuro dell’arte contemporanea e dei
principali problemi che interessano il settore.
................partiti con un pulmino, come un gruppo di scolaretti ... Massimo Palumbo e Nunzia ci hanno condotti in quella bella esperienza di inizio primavera.. a Casacalenda per le vie del fantastico paese dove l'arte si è integrata con una sorta di alchimia... tra vicoli e piazze, tra pietre e giardini..
La primavera aveva condito il tutto con le sue fioriture e con i suoi colori... come non rimanere incantati e curiosi?....
Loretta Isotton
settembre 2012
video by Annamaria DeLuca
martedì 25 settembre 2012
.
Intervista a Massimo Palumbo.
di Tommaso Evangelista
“Con la cultura si mangia…mangiamo cultura”.
Lo
scorso 14 novembre è stata inaugurata ad Ardea a cura di Marcella Cossu e Fabio
D’Achille presso la Raccolta Manzù, nell’ambito delle manifestazioni promosse da
MAD Rassegna d’Arte Contemporanea di Latina, l’installazione “Mangiamo cultura,
con la cultura si mangia” di Massimo Palumbo. Palumbo molisano d’origine
“trapiantato”, come Manzù e molti altri, nell’ Agro romano è artista versatile
“figura polivalente e complessa a cavallo tra architettura e ambiente,
interprete ideale della concezione contemporanea dell’ecomuseo”; è inoltre
l’ideatore e direttore del museo all’aperto d’arte contemporanea Kalenarte (di
Casacalenda) e della ricca galleria che vanta opere dei più significativi
artisti regionali e non solo. Il 18 febbraio, in occasione del finissage
dell’esposizione dedicata all’installazione, si è tenuta ad Ardea una tavola
rotonda dedicata al confronto tra la Raccolta Manzù intesa come museo legato al
territorio e l’esperienza territoriale, che è andata ad arricchire il patrimonio
culturale del piccolo paese molisano e del territorio circostante, attraverso i
sedici interventi del Museo all’Aperto e le donazioni alla Galleria d’Arte
Contemporanea “Franco Libertucci”. E’ stata l’occasione per far conoscere, anche
al di fuori dalla regione, questa eccellenza culturale molisana che ha reso una
piccola realtà civica esempio di museo diffuso per la valorizzazione
territoriale. Abbiamo fatto qualche domanda a Massimo Palumbo sia in qualità di
artista che di ideatore del museo all’aperto.
Cominciamo con l’installazione che
porta un titolo forte e impegnativo e parte dal presupposto che con la cultura
si “dovrebbe mangiare”. Come è nata e si è strutturata l’idea e come è stata
recepita dai fruitori?
“con la cultura si mangia…mangiamo
cultura” installazione 2011, si è vero il titolo è forte, significativo, hai
ragione, ma non potrebbe essere diversamente. E stato per questo lavoro, lo è
per altri. Opere di genere concettuali, spunti riflessivi, affrontati a volte in
modo anche ironico, sull’ attualità sociale come “eppurepesa” (2010), “l’aria è
irrespirabile” (1993), “spegniamo la luce” (1993) oppure “…un naufragio ci
salverà” (1995). Tutti lavori che raccontano momenti della nostra
contemporaneità, alla scala del personale, ma anche riferito a quanto di vissuto
è intorno a noi. A titolo forte deve corrispondere un fare... arte forte e senza
dubbi…per un messaggio forte per chi vede, per chi partecipa. Non è possibile, e
stiamo negli ultimi mesi del 2010, che un ministro importante, di prima fila, un
ministro della Repubblica dica: .....andate a mangiare cultura!. Questo mio
lavoro nasce da questo episodio volgare, generatore di tagli, di soprusi che il
mondo della cultura ha dovuto subire di recente e vuole riaffermare con forza al
di là dell’ironia infelice del ministro, l’invito la necessità, di nutrirci di
cultura, intesa come fonte di energia spirituale e bene di prima necessità,
semplice ma essenziale, come può esserlo…. il pane. Per quanto riguarda il come,
se i fruitori possano aver recepito l’idea, posso dirti che a me interessa il
valore etico del fare arte….e faccio mio quanto detto da Vincenzo Scozzarella,
Direttore Scientifico della Galleria Civica di Latina che a proposito di questo
ma anche di altri miei lavori dice: “…contiene in sé un’impresa critica che
punta anche sulla crescita dell’educazione dei visitatori…” .
L’idea base “Mangiamo cultura” si può
prestare anche ad un’altra chiave di lettura che riguarda il concetto di
consumo. Il trionfo dell’oggetto come esibizione del segno-merce è uno dei punti
critici dell’odierno “sistema” dell’arte. Come si può superare il binomio
economia-godimento?
No,
sicuramente questa è una lettura che non mi appartiene. Personalmente diffido di
chi propone segni-merce, e comunque a monte del mercato, il fare arte deve
essere momento “etico” sempre, poi…. il mercato, quando c'è, se c'è. Mi rendo
conto che si tratta di una posizione difficile...ma è così.
Parliamo adesso di Kalenarte. Come si è
rivelato l’incontro-confronto con la Raccolta Manzù e quali spunti nuovi sono
nati per Casacalenda? Ci sono elementi che accumunano queste due
realtà?
Marcella Cossu Direttrice della GNAM
Raccolta Manzù ha conosciuto il mio lavoro e naturalmente le diverse anime che
lo compongono. Tra queste Kalenarte e il mio ventennale lavoro dedicato a questo
progetto, la somma dei tanti interessi: l'arte, l'architettura, il paesaggio. Si
scopre Kalenarte, Casacalenda, le sue potenzialità e si propone all'attenzione
di quanti ruotano intorno allo GNAM Raccolta Manzù, una tavola rotonda
ipotizzando un gemellaggio tra due territori diversi, ricchi di potenzialità. Il
confronto tra la Raccolta Manzù intesa come museo legato al territorio, quello
della campagna romana che nell'estendersi da Roma fino al Circeo ed oltre ha
visto presenze significative di artisti che hanno legato il proprio nome a
questi luoghi, ispirandosi e lasciando anche segni e tracce significative della
loro presenza: Manzù, Cambellotti, Emilio Greco... altri. Da qui, un possibile
parallelismo per una lettura capace di sottolineare l’esperienza territoriale di
Kalenarte, che ha arricchito il patrimonio culturale di Casacalenda e del
territorio circostante, attraverso i sedici interventi del Museo all’Aperto
oltre alle donazioni alla Galleria d’Arte Contemporanea “Franco Libertucci”.
L’occasione di questa Tavola rotonda è stata di eccezionale importanza per far
conoscere, Kalenarte. Eccellenza culturale che ha reso una piccola realtà civica
esempio di museo diffuso, capace di valorizzare un territorio non solo
attraverso l’arte contemporanea ma anche tramite il sottolineare l'esistenza di
un patrimonio naturalistico storico-artistico ed antropologico che lo
caratterizza. Mi chiedi se sono nati nuovi spunti per Casacalenda.... In genere
si semina, e se sono fiori, fioriranno si dice. Di sicuro ci sentiamo onorati di
portare avanti questa incredibile esperienza e di doverci confrontare con nomi e
situazioni che sono stati "miti " per noi, per la nostra storia. Voglio
ricordare che già lo scorso anno in occasione del ventennale, abbiamo vissuto il
privilegio di presentare Kalenarte, la sua storia, presso la Sala della
Protomoteca in Campidoglio a Roma e anche quella fu una situazione
esaltante.
“E’ quanto meno straordinario poter
ammirare una raccolta d’arte moderna in un luogo così lontano dai centri d’arte
e dalle capitali della cultura. Se ciò avviene, come è avvenuto, è certo un
esempio di come si può progredire e affermarsi nel campo storico culturale”.
Queste le parole di Achille Pace per il catalogo del ventennale. In qualità di
ideatore e curatore delle rassegne di Kalenarte, tra le realtà di certo più
attive nel panorama artistico molisano, quali sono le potenzialità di crescita
per il futuro e quali i progetti in cantiere?
Abbiamo apprezzato le parole del Maestro
Achille Pace e gli siamo grati per la vicinanza e la condivisione al nostro
progetto. Si è straordinario, per il progetto, per il suo realizzarsi, per come
si è potuto evolvere nel tempo. Dobbiamo ammettere che alla qualità del fare,
del proporre, c'è testardaggine, ma cosa essenziale la condivisione di intenti
per quanto riguarda "un bene comune". Oggi venti anni dopo si cominciano a
vedere i primi frutti.
Un pensiero, infine, vorrei chiedertelo
sulla situazione della cultura nel Molise, sulle criticità e i punti forti, e su
dove partire per una seria programmazione culturale.
Oggi lo scenario Molisano pone
all'attenzione di tutti noi la presenza di un importante attore: la Fondazione
Molise Cultura, motore propulsivo per idee e creatività.... crescita. Da qui
deve partire una seria programmazione culturale capace di mettere a sistema
quanto il territorio esprime. Il Molise per quanto riguarda l'Arte Contemporanea
ha progetti nazionali, internazionali che devono solo essere messi in rete.
Bisognerà salvaguardare e potenziare le eccellenze esistenti, il Premio Termoli
e la sua storia, Fuoriluogo a Campobasso per i contenuti e le proposte che ben
sono state rappresentate ed animate negli anni, Kalenarte a Casacalenda con il
Museo all'Aperto, per la unicità del progetto, la qualità e la coerenza nel
tempo. Criticità per noi è la dispersione a pioggia delle risorse e disperdere
il buono che già c'è. Il Molise, la sua cultura, il suo territorio possono
essere posti all'attenzione di un palcoscenico più ampio, di valenza Europea. Un
respiro sicuramente adeguato alle sue potenzialità. Oggi, la politica, le
istituzioni e chi le rappresenta devono al più presto, prendere posizione, fare
scelte e.... i momenti migliori possono essere proprio quelli di crisi o di
grandi congiunture.
Tommaso Evangelista
marzo2012
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