una....pagina bianca di MASSIMO PALUMBO una pagina bianca di MASSIMO PALUMBO ....dover scrivere,disegnare, appuntare un qualcosa.... dare inizio ad una idea,ad un progetto.. e per un motivo o per un altro,essere completamente a corto di idee. Una relazione, un testo scritto, un articolo di giornale e ci troviamo davanti al foglio bianco senza sapere come iniziare...qualcuno ha già detto la sindrome del foglio bianco...
lunedì 16 maggio 2016
Due passi in Molise: Tappa Venti - da Larino a Casacalenda
Due passi in Molise: Tappa Venti - da Larino a Casacalenda: 31 agosto/1 settembre 2015 Marcello non ha quasi chiuso occhio, preoccupato per l’incidente mortale avvenuto sotto casa questa not...
Due passi in Molise: Tappa Zero - Casacalenda
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mercoledì 11 maggio 2016
cambio di stagione...a quando? !
cambio di stagione...a quando? !
2011 Installazione
MASSIMO PALUMBO
Una semplice gruccia, appartenente alla quotidianità di ogni individuo e perciò ampliamente assimilata dalla comune cognizione conoscitiva, irrompe dallo spazio modificandolo e occupandolo prepotentemente.
Un oggetto di uso quotidiano dunque, esile e leggero, diviene enorme e potente come il messaggio sito sia nella disgiunzione frammentaria della forma originaria, sia nella de contestualizzazione dell’occasione d’uso.
E’ in questo modo che Massimo Palumbo manda in scena gli inusuali interpreti, siano essi lamiere, acciai, gessi, legni, sul grande palcoscenico della nostra epoca storica. E’ in questo modo che l’artista dona forma e vigore ai propri ideali, tramutandoli in quesiti e provocazioni, conditi da una sana satira, prerogativa indiscussa del popolo italico.
E sul palco del nostro incerto “oggi”, titubante nella lungimirante proiezione di un’ inconsistente “domani”, il Bianco, accecante nella sua purezza, di Massimo Palumbo sembra urlare, sembra implodere, mentre invoca ascolto, aiuto, soccorso.
Quindi il fare artistico assimila l’oggi storico ed epocale, lo cristallizza, lo rende visibile e vivibile, è in grado di donare sintesi e struttura corporea ad un antico concetto mentale, mai sopito: il cambiamento, l’evoluzione, che si contrappone intellettualmente alla stasi, al ristagno sociale, al’immobilità d’azione.
L’opera di Massimo è interrogazione ed affermazione insieme, sollecitazione e sarcasmo, è provocazione e stimolo, è messaggio verbale e constatazione materiale, è logica e semiotica, è una finestra socchiusa sul nostro vissuto e spalancata sul nostro vivere, non è una visione ideologica utopistica, non muove dall’esigenza di dover inventare un nuovo sistema, muove altresì dal reale bisogno di (ri)compattare e dare nuova linfa alle radicate convenzioni di un popolo, e perciò è quanto di più concreto l’arte concettuale del giovane terzo millennio possa offrire ad una sociologia ormai antica e logora.
Una semplice gruccia, elevazione allegorica di una frantumazione ideologica, è quanto di più esemplare l’arte contemporanea possa elaborare e restituire alla sensibile attenzione di coloro che, andando oltre, riescano a misurarsi e ad identificarsi in ogni singolo elemento di una tale alienante disgregazione.
Francesca Piovan
2011
// L'installazione in questi giorni al MADXI presso il
Consorzio per lo Sviluppo Industriale Roma-Latina

Al Palazzo M di Latina
LIEVITO 2016
massimo palumbo arte architettura 1975/2016 a cura di Fabio D'Achille
PH. Annamaria Deluca
per LIEVITO I FUNK OFF a Latina Aprile 2016
massimo palumbo arte architettura 1975/2016 a cura di Fabio D'Achille
La realtà dell’utopia
Lorenzo Canova
Una visione sospesa tra idea e materia, un percorso che fonde il sogno del progetto e la realtà densa delle cose, un viaggio tra l’ordine della ragione e il disordine del mondo: l’opera di Massimo Palumbo unisce i diversi campi espressivi in una fusione dove i linguaggi delle arti visive e dell’architettura mettono in scena una profonda e continua riflessione sul tema dell’utopia, spazio mentale e concreto dell’irrealizzato, del possibile e della perpetua tensione costruttiva.
L’utopia rappresenta, infatti, da secoli uno dei motivi portanti di un’importante visione dell’architettura vista non solo in senso estetico, ma come metodo e strumento di innovazione, di intervento sul mondo e sulla società, come spazio di pianificazione e di immaginazione, dove l’architetto agisce con il disegno e la scrittura ipotizzando e costruendo spazi fittizi o reali attraverso una teoria che tende costantemente a concretizzarsi….
…….L’approdo finale può metaforicamente essere allora il Sole che sorge nella sua perfezione circolare nel quartiere periferico di Corviale a Roma, forse un monumento ideale e leggero che riflette il pensiero filosofico di Tommaso Campanella e della sua Città del Sole, trattato dove la stessa struttura urbanistica è costruita sulla perfezione ideale dell’utopia.
Il sole di Palumbo diventa così un segno di rinnovamento e di ricreazione, un atto leggero e assoluto di dialogo con lo spazio della città e con la sua natura perennemente problematica, il gesto lieve e rigoroso di un artista che cerca di ridare dignità al contesto urbano attraverso la complessa e dialettica realizzazione dell’utopia dell’arte nello spazio pulsante della vita.
Per Massimo
....e sarebbe davvero bello se la città immaginaria di Massimo, quella che prende forma da tutte le sue visioni, le sue invenzioni e le sue provocazioni……della sua esperienza, potesse divenire spazio vivibile, come egli lo presenta nel suo Hangar 3.0, progetto vincente per la riqualificazione di Piazza del Popolo a Latina…….
…….La piazza, oggi sostanzialmente estranea alla autentica vita della città, diviene nel progetto uno spazio dinamico e insieme equilibrato, che si inserisce nel contesto con spiazzanti ma significative citazioni. Il ricordo della sua grande ruota di bicicletta, immaginata come oggetto incongruo sullo sfondo della nuova espansione urbana, si ritrova nel quadrato inclinato di Piazza del Popolo, allusione alle quadrature della Latina storica ma anche alle antiche misurazioni del territorio romano. Una proposta visionaria ma pienamente realizzabile, dove anche il segno familiare del portico viene riletto come invito ad uno spazio del tutto nuovo, percorso dalle tecniche audiovisive e interattive che trovano qui una dimensione veramente sociale e in ultima analisi una loro appropriata bellezza……
………….come tutte le avventure coraggiose ha incontrato conflitti e difficoltà, ostacoli e ripensamenti che egli ha affrontato come la sostanza stessa delle cose e della vita, che ha una sua resistenza e durezza e va ogni volta interpretata e adattata alle istanze profonde di chi vuole, come lui, immaginare e modificare, sognare e realizzare. Così, quando penso agli esiti del suo bel progetto Hangar 3.0, sento la voce di Massimo che dice : “Noi la nostra proposta l’abbiamo fatta. Ora tocca a loro.” E se “loro”, cioè le istituzioni, la cultura politica e i meccanismi amministrativi e decisionali accogliessero, con un atteggiamento illuminato che forse è utopistico richiedere, idee come quelle che Massimo ha espresso nel suo straordinario, Unico Viaggio, forse, il nostro, potrebbe essere un paese migliore.
ANDREA LANINI

sabato 2 aprile 2016
A Barcelona 8 marzo 2016
.... il privilegio, l'onore d'essere stato testimone del momento che fissa ufficialmente l’accordo e la collaborazione, tra il Reial Cercle Artístic de Barcelona e la Casa degli Italiani di Barcellona . Presenti il Console Generale Stefano Nicoletti, per il Reial Cercle Artístic il Presidente Josep Félix Bentz, il suo Vice, Joan Abelló e per la Casa degli Italiani Giuseppe Meli Presidente oltre ad Alessandro Castro il gran cerimoniere. !
Da parte nostra gli auguri di buon lavoro....ad maiora!!
ph.by Antonio Chiominto
ciao Zaha
di Roberto Zancan
Se c’è stata un’archistar questa è stata Zaha Hadid. A dimostrarlo la sua morte, improvvisa, quanto l’apparire e il fulmineo diffondersi della notizia sugli schermi dei nostri social. Questa forse è la notizia. Si, la notizia non l’evento, non il lutto: l’immediato diffondersi della disparizione di una celebrità, di una donna simile a Lady Gaga o Madonna, che fa reagire con un: “ci sono anch’io”, “anch’io qualcosa da dire”. La necessità di esprimersi rispetto alla morte, ma che al tempo stesso non fa dire nulla riguardo ai 50, forse 70, del barcone scomparso ieri notte.
Negli anni recenti la Hadid non ha goduto di buona stampa. Trasformata in icona del rifiuto dell’eccesso, delle bizze e dell’ingiustizia di un mondo di forme liquide che non sembrano più adatte a rispondere alla crisi, l’architetto iracheno ha subito anche lo smacco di veder cancellata la sua commessa più prestigiosa: lo stadio olimpico per le future Olimpiadi di Tokyo. Un’altra élite ha dimostrato l’assurdo costo della sua soluzione e la necessità di proporre un edificio più “tradizionale” e più appropriato alla nostra epoca.
Forse era giusto, o forse si è trattato solo della sostituzione di un gruppo d’interesse con un altro, di sicuro questo scippo dimostra la superficiale convulsione del dibattito nell’architettura contemporanea… “eternità per gli astri”, avrebbe detto Auguste Blanqui. Eppure, nel momento del lutto c’è qualcosa della Hadid che obbliga, anche i suoi avversari, a ricordarla positivamente. Dapprima con il disegno poi con gli arredi, infine con i suoi primi progetti costruiti, questa donna, nata a Bagdad alla metà del secolo scorso, ha raccontato un elemento imprescindibile dell’architettura: la possibilità di esprimere la liberazione delle forme. Quell’elemento che ha a che fare con la rottura del consueto e dell’edificare come connubio di serietà e tettonica, che vede nel mobile, nell’irregolare, nell confuso, l’espressione del tentativo di fare qualcosa di differente. Negare questa attitudine, reprimerla come insostenibile, poco pratica, irrazionale e non necessaria è stato uno dei caratteri dell’architettura del periodo precedente alla affermazione della Hadid. Lottare contro la rimozione di questo aspetto inconscio è stato uno dei punti forte del grande successo e del fascino di questa donna architetto. Il secondo è l’esser stata femmina.
Nel 2004 Zaha Hadid è stata la prima donna a ricevere il premio Pritzker, anche se nel considerare questa assegnazione bisognerebbe cominciare a riconoscere gli ex-equo per Elisabeth Haggenmüller Böhm nel 1986, e Denise Scott Brown nel 1991, per l’attività in associazione con i loro partner maschili. Definito l’Oscar dell’architettura, questo riconoscimento è in realtà più simile a un Nobel per la pace, o a un’onorificenza, piuttosto che a una gratificazione professionale, anche perché è chi lo assegna è diventato sempre più attento a indicare delle tendenze politiche e a celebrare delle tipologie di carriera. E la Hadid di onorificenze ne ha ricevute molte altre tra cui, ad esempio, come Joan Collins, quella di Dama dell’Ordine dell’Impero Britannico.
La sua architettura è stata scioccamente giudicata “vaginale”. Se Silvio Berlusconi ne ha irriso le forme definendole inadeguate a Milano perché simili nella postura di un ubriaco, già all’inizio del nuovo millennio Beppe Grillo utilizzava nei suoi spettacoli l’immagine di un edificio della Hadid per deridere l’assurdità delle costruzioni contemporanee. Nel campo opposto, la sua immagine è valsa tanto per illustrare un nuovo orizzonte per l’arte contemporanea con l’incarico di costruire il MAXXI di Roma voluta dai governi e dalle amministrazioni capitoline della sinistra di fine anni Novanta, quanto per esprimere il possibile connubio tra natura e progresso da parte di Reinold Messner, nell’ultima sede dei musei per la montagna da lui promossi.
Purissima, levigatissima altissima, Zaha Hadid ha rappresentato di sicuro la prima grande donna di potere nell’architettura contemporanea. Rispetto a lei, anche l’italiana Gae Aulenti, che pur ebbe nell’immaginario architettonico della sua epoca dei progetti anche più cruciali (la gare d’Orsay a Parigi, tra tutti), non ha però mai assunto uno statuto “globale” così esteso e riconosciuto.
La ragione di quest’affermazione planetaria è dovuta forse anche alla biografia della Hadid. Figlia di una ricca famiglia di Bagdad, Zaha si è formata prima nel suo paese e ha poi studiato matematica all’American University of Beirut, lanciando infine la sua carriera architettonica alla Architectural Association nella post-swinging London. È qui che, dopo aver conseguito il titolo inizia a lavorare con i suoi ex professori, Koolhaas e Zenghelis, presso l’Office for Metropolitan Architecture (OMA) e, all’inizio degli anni Ottanta, apre uno studio che ora è tra i primi cinquanta più grandi del mondo.
Cosmopolita, a contatto con le avanguardie trans-nazionali, immersa in un universo di commesse globali, Zaha Hadid, come tutti i personaggi che acquistano fama negli ultimi decenni, sembra però aver pagato cara la sua enorme fama e la possibilità di riscatto contenute nella sua storia. La sua figura appare quasi un omologo femminile di Obama. La trasformazione in astro di un’icona inefficace. Un’immagine di emancipazione che non è riuscita, o non ha voluto, sovvertire le strutture esistenti. Nel suo caso l‘intento di mettere a disposizione di chiunque la libertà della forme ha corrisposto all’acquisizione di quelle forme da parte di grandi compagnie immobiliari e di costruzione che di esse forse sono tutto tranne che l’espressione. La donna emancipata ha espresso autorità e valori identici a quelli precedenti.
Lasciamo agli storici studiare se questo fosse un peccato d’origine, insito nell’appartenenza a quelle élite che giocano a sostituirsi l’una all’altra nei destini del mondo, godendo del privilegio di spostare le proprie vite da un luogo all’altro per scelta e non per obbligo, o se la proposta di quelle liberà creative contenesse già queste conseguenze. Ma è sicuro che una risposta differente l’avremo solo quando qualcuno uscito dal contesto di quelle centinaia di milioni di donne “normali” che popolano un vasta quanto sfortunata parte della terra, emergeranno alla fama per la dimostrazione non contraddittoria del valore dei loro diritti. Forse, non dovremo attendere così tanto… Pare che, grazie alla telefonata a un ignaro pensionato che ha attivato i soccorsi, il barcone scomparso ieri notte sia stato tratto in salvo. Magari qualcuna di quelle donne è già tra di noi.
di Roberto Zancan
Se c’è stata un’archistar questa è stata Zaha Hadid. A dimostrarlo la sua morte, improvvisa, quanto l’apparire e il fulmineo diffondersi della notizia sugli schermi dei nostri social. Questa forse è la notizia. Si, la notizia non l’evento, non il lutto: l’immediato diffondersi della disparizione di una celebrità, di una donna simile a Lady Gaga o Madonna, che fa reagire con un: “ci sono anch’io”, “anch’io qualcosa da dire”. La necessità di esprimersi rispetto alla morte, ma che al tempo stesso non fa dire nulla riguardo ai 50, forse 70, del barcone scomparso ieri notte.
Negli anni recenti la Hadid non ha goduto di buona stampa. Trasformata in icona del rifiuto dell’eccesso, delle bizze e dell’ingiustizia di un mondo di forme liquide che non sembrano più adatte a rispondere alla crisi, l’architetto iracheno ha subito anche lo smacco di veder cancellata la sua commessa più prestigiosa: lo stadio olimpico per le future Olimpiadi di Tokyo. Un’altra élite ha dimostrato l’assurdo costo della sua soluzione e la necessità di proporre un edificio più “tradizionale” e più appropriato alla nostra epoca.
Forse era giusto, o forse si è trattato solo della sostituzione di un gruppo d’interesse con un altro, di sicuro questo scippo dimostra la superficiale convulsione del dibattito nell’architettura contemporanea… “eternità per gli astri”, avrebbe detto Auguste Blanqui. Eppure, nel momento del lutto c’è qualcosa della Hadid che obbliga, anche i suoi avversari, a ricordarla positivamente. Dapprima con il disegno poi con gli arredi, infine con i suoi primi progetti costruiti, questa donna, nata a Bagdad alla metà del secolo scorso, ha raccontato un elemento imprescindibile dell’architettura: la possibilità di esprimere la liberazione delle forme. Quell’elemento che ha a che fare con la rottura del consueto e dell’edificare come connubio di serietà e tettonica, che vede nel mobile, nell’irregolare, nell confuso, l’espressione del tentativo di fare qualcosa di differente. Negare questa attitudine, reprimerla come insostenibile, poco pratica, irrazionale e non necessaria è stato uno dei caratteri dell’architettura del periodo precedente alla affermazione della Hadid. Lottare contro la rimozione di questo aspetto inconscio è stato uno dei punti forte del grande successo e del fascino di questa donna architetto. Il secondo è l’esser stata femmina.
Nel 2004 Zaha Hadid è stata la prima donna a ricevere il premio Pritzker, anche se nel considerare questa assegnazione bisognerebbe cominciare a riconoscere gli ex-equo per Elisabeth Haggenmüller Böhm nel 1986, e Denise Scott Brown nel 1991, per l’attività in associazione con i loro partner maschili. Definito l’Oscar dell’architettura, questo riconoscimento è in realtà più simile a un Nobel per la pace, o a un’onorificenza, piuttosto che a una gratificazione professionale, anche perché è chi lo assegna è diventato sempre più attento a indicare delle tendenze politiche e a celebrare delle tipologie di carriera. E la Hadid di onorificenze ne ha ricevute molte altre tra cui, ad esempio, come Joan Collins, quella di Dama dell’Ordine dell’Impero Britannico.
La sua architettura è stata scioccamente giudicata “vaginale”. Se Silvio Berlusconi ne ha irriso le forme definendole inadeguate a Milano perché simili nella postura di un ubriaco, già all’inizio del nuovo millennio Beppe Grillo utilizzava nei suoi spettacoli l’immagine di un edificio della Hadid per deridere l’assurdità delle costruzioni contemporanee. Nel campo opposto, la sua immagine è valsa tanto per illustrare un nuovo orizzonte per l’arte contemporanea con l’incarico di costruire il MAXXI di Roma voluta dai governi e dalle amministrazioni capitoline della sinistra di fine anni Novanta, quanto per esprimere il possibile connubio tra natura e progresso da parte di Reinold Messner, nell’ultima sede dei musei per la montagna da lui promossi.
Purissima, levigatissima altissima, Zaha Hadid ha rappresentato di sicuro la prima grande donna di potere nell’architettura contemporanea. Rispetto a lei, anche l’italiana Gae Aulenti, che pur ebbe nell’immaginario architettonico della sua epoca dei progetti anche più cruciali (la gare d’Orsay a Parigi, tra tutti), non ha però mai assunto uno statuto “globale” così esteso e riconosciuto.
La ragione di quest’affermazione planetaria è dovuta forse anche alla biografia della Hadid. Figlia di una ricca famiglia di Bagdad, Zaha si è formata prima nel suo paese e ha poi studiato matematica all’American University of Beirut, lanciando infine la sua carriera architettonica alla Architectural Association nella post-swinging London. È qui che, dopo aver conseguito il titolo inizia a lavorare con i suoi ex professori, Koolhaas e Zenghelis, presso l’Office for Metropolitan Architecture (OMA) e, all’inizio degli anni Ottanta, apre uno studio che ora è tra i primi cinquanta più grandi del mondo.
Cosmopolita, a contatto con le avanguardie trans-nazionali, immersa in un universo di commesse globali, Zaha Hadid, come tutti i personaggi che acquistano fama negli ultimi decenni, sembra però aver pagato cara la sua enorme fama e la possibilità di riscatto contenute nella sua storia. La sua figura appare quasi un omologo femminile di Obama. La trasformazione in astro di un’icona inefficace. Un’immagine di emancipazione che non è riuscita, o non ha voluto, sovvertire le strutture esistenti. Nel suo caso l‘intento di mettere a disposizione di chiunque la libertà della forme ha corrisposto all’acquisizione di quelle forme da parte di grandi compagnie immobiliari e di costruzione che di esse forse sono tutto tranne che l’espressione. La donna emancipata ha espresso autorità e valori identici a quelli precedenti.
Lasciamo agli storici studiare se questo fosse un peccato d’origine, insito nell’appartenenza a quelle élite che giocano a sostituirsi l’una all’altra nei destini del mondo, godendo del privilegio di spostare le proprie vite da un luogo all’altro per scelta e non per obbligo, o se la proposta di quelle liberà creative contenesse già queste conseguenze. Ma è sicuro che una risposta differente l’avremo solo quando qualcuno uscito dal contesto di quelle centinaia di milioni di donne “normali” che popolano un vasta quanto sfortunata parte della terra, emergeranno alla fama per la dimostrazione non contraddittoria del valore dei loro diritti. Forse, non dovremo attendere così tanto… Pare che, grazie alla telefonata a un ignaro pensionato che ha attivato i soccorsi, il barcone scomparso ieri notte sia stato tratto in salvo. Magari qualcuna di quelle donne è già tra di noi.
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