martedì 15 marzo 2016

....lo sono di quelli che



Un unico viaggio.
Massimo Palumbo – Arte e architettura (1970-2015)


" ....lo sono di quelli che credono - e per me è molto importante - che gli uomini appartengono a qualche luogo. L’ideale è essere di un luogo, avere le radici in un posto, ma che le nostre braccia siano aperte a tutto il mondo, che ci siano utili le idee di qualunque cultura. Tutti i luoghi sono perfetti per chi vi si adatta ed io, qui nei miei Paesi Baschi, sento che questo è il mio posto, come un albero che si è adattato al proprio terreno, ma con le braccia aperte a tutto il mondo......"
 Eduardo Chillida
                   



Un unico viaggio.
Massimo Palumbo – Arte e architettura (1970-2015)

di  Teresa Lucia Cicciarella

Osservare uno spazio urbano, progettare, agendo in esso con segni, forme e significati, è accostarsi a una tela bianca, ci dice Massimo Palumbo.
Si assesta così, sin dapprincipio, la metafora esemplare di un metodo operativo e di un pensiero creativo intrapresi nei primi anni Settanta e pienamente in corso.
Una mostra antologica, sviluppata in due sedi, è oggi dedicata al lavoro di Palumbo, ed è occasione propizia per ripercorrere un itinerario – “un unico viaggio”, nelle parole del protagonista – svolto con passo coerente tra arte e architettura, poli che non si escludono a vicenda ma, al contrario, si sostengono, completandosi in simili riflessioni sulla materia e sulla memoria dei luoghi, delle persone e delle cose. Sulla responsabilità civile e sul senso più autentico dei valori d’identità e collettività.
Già dagli anni universitari interessato all’arte, e alla liberatoria alternanza tra creatività e prassi architettonica, Palumbo ha associato alla progettazione innumerevoli serie di disegni, studi su carta, collage polimaterici; nei primi Novanta approdando a una poetica personale che, gravitando intorno alla bidimensionalità della tela ma aprendola a nuovi sviluppi –  attraverso l’inserimento di materiali altri – afferma nella scelta del bianco la volontà di un azzeramento cromatico che contiene, in potenza, innumerevoli sviluppi e significati. In una chiave di semplicità e rigore che, non di rado, approda a forme di narrazione in nuce e a temi di valore etico, politico. Intendendo, con quest’ultimo termine, un politico in senso radicale, semantico, non contingente né superficiale come oggi, forse, si potrebbe fraintendere. Tale aspetto emerge dagli argomenti trattati, dalle vicende osservate da Palumbo e dall’esplicito collocarsi su una via espressiva che – da Burri a Tàpies, all’asciutto linguaggio dell’Arte Povera – trova nel mescolarsi di materie, polveri, residui oggettuali, la sua ragion d’essere, ben oltre gli stilemi indotti dalle mode.
L’approccio di Palumbo all’architettura, testimoniato in mostra dall’ampia sezione ospitata dalla Casa degli Italiani, è lineare, vissuto in chiave anti-monumentale sebbene emerga, a più riprese, il rimando a un’utopia che vuol segnare il tessuto urbano con forme e spazi archetipi – questo il caso della ruota ideata nel ‘95 o della recente vela bianca di Buon vento (2014-2015), realizzata sulla costa siciliana del Mediterraneo e qui presentata in forma di maquette.


Come già rivelato dai primi disegni – la serie di sei inchiostri datati 1970 – la ragione costruttiva si mescola, su carta, al guizzo segnico, al movimento condensato e fissato in forme che salgono, si dilatano, suggeriscono spazi o, piuttosto, immaginarie topografie.
Le possibilità dell’architettura trovano infine, in Palumbo, due ideali estremi nell’ampia, basilare Scacchiera ideata nel 1992 per Casacalenda – suo paese d’origine, in Molise: fulcro dell’ampio progetto Kalenarte che, dal 1991, ha arricchito il territorio di opere d’arte urbana, concepite per la collettività – e in quei Soli a Corviale (2015) recentemente raffigurati nel progetto-maquette ideato in concorso per la riqualificazione della periferia romana.
La Scacchiera invita alla partecipazione, al gioco, al ritrovo amicale – in quella dimensione di incontro e scambio propria dei piccoli centri abitati – e rinnega del tutto l’ipotesi del monumento, del segno celebrativo che accentra su di sé le prospettive e gli itinerari di una piazza; Soli a Corviale d’altro canto suggerisce, nell’ipotesi del doppio elemento iconico, l’espressione di una comunità che vuol riconoscersi, finanche in una forma significativa che ne possa divenire emblema, spinta di riscatto estetico e sociale.
Il bianco dei modelli del Palumbo architetto rimanda, a stretto giro, al nitore cromatico delle opere d’ispirazione pittorica (oggi esposte nelle sale del Reial Cercle Artístic): opere che, per meglio dire, lasciano la pittura al fondo per avanzare al primo piano d’attenzione, forti di materie eterogenee, interessanti. Le increspature date da queste, ingessate dal bianco, pur rivelano la loro originaria natura: agli inizi è sughero, in frammento o brano di maggior consistenza; è poi stoffa, sabbia, elemento oggettuale; è, ancora, corteccia di eucalipto che, nel quadrato di Calips (2010) o nel dittico Paesaggio in verticale (2013), è traccia territoriale riconoscibile della Latina ancora memore dei coloni veneti che, per primi, negli anni Trenta vennero chiamati a bonificarne il suolo.
Più volte, nelle opere di Palumbo, il gioco linguistico evidente nel titolo accompagna e sostiene la semplicità delle forme innescando, in chi guarda, meccanismi di riconoscimento e partecipazione: è il caso di L’aria è irrespirabile o di Spegniamo la luce, entrambi lavori del 1993, che a una più attenta lettura svelano il riferimento alla società e al momento politico vissuto nei primi anni Novanta.
Anche nelle opere di meno preciso rimando oggettuale o materico, l’omogenea veste bianca offre allo spettatore – così nelle parole di Palumbo – “un momento di serenità visiva che è anche possibilità di pensiero”: il monocromo, ben lungi dall’essere elemento di chiusura formale o di annullamento semantico, diviene campo neutro nel quale la materia viene sottolineata, nobilitata e rinasce a nuovo utilizzo. Il bianco è volontà di sintesi, di livellamento a un grado zero dell’immagine che focalizza dunque su alcuni, precisi contenuti, spesso correlati – ed è qui, ancora, una formula che l’artista ama ripetere – alla “storia delle cose”, ossia alla suggestione e al senso specifico che il frammento materico reca con sé, nella composizione nella quale confluisce. Si chiarisce allora la metafora accennata in apertura: la tela bianca, così come il tessuto urbano, rappresentano per Palumbo lo spazio nel quale agire; uno spazio non certo vuoto, né privo di racconti. Denso, al contrario, di piccole storie, memorie e voci che in esso trovano nuova linfa. Similmente accade, ad esempio, in Teresa o in Fontepompa, entrambi lavori del 2014, installati alla parete come grandi quadri-collage polimaterici.





A dare il titolo e la forma all’opera sono, in questi casi, brandelli di memoria di paese, di memoria familiare che – ancora una volta a Casacalenda – ha sollecitato il ricordo e l’occhio dell’artista.
Teresa è, così, la bisnonna ricordata da porzioni di lino ricamato dalle sue stesse mani; Fontepompa è riferimento toponomastico, invece, al sito nel centro di Terravecchia nel quale si trova l’antica casa di famiglia.
La serie dei “bianchi” materici, che pure costituisce la maggior parte del lavoro artistico di Palumbo, non preclude l’adozione di altre tecniche e cromie giacché, anzi, l’artista conferma l’attitudine di sperimentatore di materie e forme. Così, ad esempio, una serie di carte concepite in Omaggio a Burri (2000) si sviluppa – in tecnica mista – assecondando il piacere della libertà compositiva e dell’azione dissacrante sulla materia che viene manipolata, sovrapposta, bruciata e annerita in dichiarato rimando a uno tra i grandi padri del secondo Novecento.



Ancora, il bianco cede il posto a preziosismi vicini all’oro nella serie Segni/Disegni (1992: di recente – 2015 – esposta presso il Conservatorio di Latina) nella quale, come notazioni e accenti musicali, sprazzi di china si liberano in un gioco di segni, colori, accenti di derivazione quasi informale.


Non in ultimo, l’odierno percorso catalano mostra installazioni nelle quali narrazioni contratte rimandano alla cronaca delle drammatiche migrazioni (A piedi, un fiume possente ma silenzioso, 2015) lasciando, tuttavia, lo spazio per una nota di speranza e buon auspicio: questo il senso de Le bianche barche…!, delicata costruzione in legno e carte piegate, del 2013.
Accompagnato e avvalorato dalla lunga attività di Massimo Palumbo come promotore culturale, l’itinerario antologico – tra arte e architettura – dimostra la pienezza e lo spessore della sua personalità: le tante sfumature di un carattere, di un percorso che mai sovrabbonda, ma esprime sobria coerenza e l’entusiasmo, costante, del fare.

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“…per noi che siamo andati vagando alla ricerca di luoghi e di identità…”
 Massimo Palumbo








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