mercoledì 1 marzo 2017

latina


LATINA
...quando eravamo belli, biondi e con gli occhi blu!

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.....la città e prima ancora la Bonifica da Palude (Baldini&Castoldi, prima edizione Donzelli, 1995). di Antonio Pennacchi

"A dire il vero, non è poi affatto vero che l’abbia fondata Mussolini, la città. Lui non la voleva proprio. Gli è nata per sbaglio. Anzi, non è proprio figlia sua. E’ di un altro. Anche se dopo ci si è affezionato per davvero e le ha voluto bene come a una figlia. Anzi di più, visto che a quella vera l’ha fatta diventare vedova. Vedova Ciano.
Mi spiego. La bonifica delle Paludi l’ha voluta lui. E’ vero, anche qui, che i progetti ed i disegni di legge erano stati già approntati qualche anno prima che venisse su il fascismo. Ma loro, poi, l’hanno voluta per davvero. Ci hanno investito in capitali - dello Stato, naturalmente - ma soprattutto in energie e volontà politiche. C’è qualche storico che sostiene che solo uno stato forte - quale era indiscutibilmente il loro - poteva essere in grado di bonificare le Paludi Pontine, sia per gli enormi interessi che si andavano a toccare, sia per gli ancor più enormi sacrifici umani che si andavano ad imporre: masse di operai bonificatori e, dopo, di coloni, sottoposte a migrazioni, malaria, duro lavoro e stenti. Con problemi, oltretutto, di governabilità di questi flussi e di vero e proprio ordine pubblico.
La Bonifica, comunque, va ascritta a lui (anche se, nella realtà effettuale, l’hanno fatta gli operai. E le cifre vere dei morti per malaria, nel periodo 1928-32, il fascio le ha sempre tenute ben nascoste).
Ma la città, no. Nel progetto originario non era assolutamente prevista la costruzione di città. Solo di piccoli borghi, con la chiesa, la dispensa, Casa del Fascio ed osteria. Punto e basta. Dovevano servire soltanto come appoggio alle comunità rurali.
Difatti era questa la parola magica, risolutrice d’ogni problema italiano: la ruralizzazione. La città era male, la campagna era bene. (Più o meno come Pol-Pot, che anche lui saranno affari suoi quando arriva da San Pietro.) E poi in città, nei quartieri operai, la gente s’ammassava. E mormorava. E gli venivano idee balzane. E poi rompevano le scatole. In campagna, invece, la gente lavorava. E basta. Dissodava la terra, andava a messa e faceva il suo dovere. La ruralizzazione, in pratica, era il nocciolo dell’ideologia fascista. E quando gli sono arrivate la sanzioni - a causa dell’aggressione all’Abissinia - a loro non è sembrato vero: hanno piantato il grano in tutte le aiuolette di tutti i giardinetti di tutta Italia. E obbligavano pure gli impiegati, i dottori e i commercianti ad andare a zappettare. Tutti contadini, in un modo o nell’altro. Era la mistica fascista che si reificava.
Quindi il Duce le città non le voleva. Solo borghi di campagna. Niente città. Non erano previste, almeno in questa plaga che il fascismo stava redimendo, e che doveva plasmare a sua immagine e somiglianza. L’Agro Redento - là dove prima stava l’inferno delle Paludi Pontine - doveva esserne l’emblema. E il monumento millenario. Del fascismo.
Tutto il lavoro venne affidato all’Opera Nazionale Combattenti (Onc). Regolare: come Giulio Cesare, che premiava i veterani delle sue legioni assegnandogli delle terre, così le nuove terre del Pontino venivano assegnate ai reduci della Grande Guerra. E non solo i poderi già bonificati e da coltivare, ma l’intera impresa. Da programmare, da organizzare, da gestire. E ci voleva, a capo, qualcuno all’altezza del compito (in fin dei conti erano secoli che ogni tanto si tentava la bonifica, ma tutti ci avevano sbattuto le corna: Cornelio Cetego, Giulio Cesare, Nerone, Teodorico, i frati Cistercensi, Leonardo da Vinci, Pio VI).
Il Duce nominò a presidente dell’Opera Combattenti e Commissario straordinario di Governo il conte Valentino Orsolini Cencelli. (Da non confondere assolutamente col Cencelli che, qualche anno dopo, diede vita al famigerato Manuale che serviva di base - come una bussola - alle correnti democristiane per procedere alle cosiddette lottizzazioni e spartizioni di ogni genere. Questo, di Cencelli, era solo omonimo.)
Il conte Cencelli era un uomo grosso. Alto. Robusto. Un pezzo d’uomo. Intelligente. E intraprendente. Era fascista fino al midollo. Ma era uno con un altissimo senso dello Stato, oggi si direbbe un grand commis, un manager efficientissimo, che troppo spesso - purtroppo per lui - pensava pure con la sua testa. Era uno di quei fascisti che adesso vengono definiti “di sinistra”, nel senso che era proprio convinto di fare gli interessi del popolo. E che, anzi, quello era l’unico modo di farli davvero: visto che il popolo - ma non è colpa sua, poverino - è fatto di gente ignorante e che non ci arriva, chi ci arriva deve pensare anche per lui. Deve sferzarlo, a volte, purtroppo. Per sforzarlo in qualche modo a fare il suo interesse. Che da solo non lo farebbe. Come i ragazzini d’altronde.
I coloni lo vedevano col fumo agli occhi. Ma - prima di loro - col fumo agli occhi c’erano stati tutti i coinvolti nei lavori di bonifica: maestranze, subappaltatori, imprese appaltatrici, progettisti, direttori e assistenti vari. E le famiglie nobiliari, vecchie proprietarie dei fondi. Gli aveva fatto vedere i sorci verdi.
Stava dappertutto. Con la frusta in mano; letteralmente. Non vestiva la divisa. E nemmeno la camicia nera. Era un eccentrico. Andava in borghese. Su una Balilla. Ed a cavallo. In mezzo al fango, nei pantani, tra le selve. Piombava come un falco nei cantieri, su ogni squadra di operai. Con un vestito marrone a righe, e la cravatta. Il Borsalino in testa. Gli stivali di cuoio nero, a mezzagamba, sui pantaloni alla cavallerizza. Ed il frustino. Pareva un fattore, non il presidente. Tirava sempre fuori dalla sacca il disegno giusto, ed il contratto. Controllava. E dopo baccagliava. Sempre. Trovava sempre qualcosa che non andava. Come i carabinieri quando ti fermano per strada, con la macchina. Pareva Charlton Heston nei Dieci comandamenti, prima che scopre d’essere un ebreo.
Si narra che qualche volta lo abbia proprio usato, quel frustino. Sulla faccia di un paio di capoccia che accampavano scuse per giustificare dei ritardi, nello scavo dei canali. E più nessuno ha tentato di menarlo per il naso, dopo i primi tre mesi di lavoro.
Pare che non facesse troppe storie, con le imprese, per i prezzi delle opere. Non ha mai tentato di strozzarle e di estorcere sconti risicati. Ma la regolarità e la qualità dell’esecuzione e - soprattutto - la data di consegna dei lavori, prevista dal contratto, erano, per lui, qualcosa di sacro ed inviolabile. Guai a chi sgarrava. Guai a chi non rispettasse un patto. Fosse pure solo quello di spalare un po’ di fango.
Le famiglie nobiliari le aveva messe all’angolo all’inizio. Aveva fatto convocare il principe Caetani - erano loro, da secoli, i maggiori proprietari delle Paludi, insieme agli Annibaldi, ai Borghese ed ai Colonna - dal ministro dei Lavori pubblici, il giorno dopo che il Duce lo aveva nominato. Il ministro cominciò con un po’ di convenevoli. Ma lui lo interruppe subito e prese di petto il principe: “Le chiacchiere stanno a zero. O le tue terre le bonifichi tu, coi soldi tuoi, oppure le bonifico io, coi soldi miei.” (Lui si sentiva proprio l’Onc.) “Ma poi ti esproprio tutto”.
“Fai quello che ti pare”, gli ha risposto il principe Caetani. “Ma chi si crede d’essere?” ha detto poi al ministro, quando Cencelli se ne è andato.
I Caetani erano lì da sempre. O, almeno, i loro amministratori, appostati dentro il castello di Sermoneta. Loro stavano sempre a Roma, a fare i papi. Nel senso che facevano la dolce vita; oltre alle camarille e alle congiure, e alle guerre contro gli altri nobili. Guerre vere, con le spade, i coltelli e gli archibugi. Per assicurare alla famiglia quanti più Papi veri, e cardinali.
I soldi per fare la dolce vita a Roma glieli davano le Paludi. Gliene davano in abbondanza. Così com’erano. Senza toccarle. Senza neanche vederle. Senza un po’ di melma o una zanzara. Glieli portavano direttamente a Roma i grossi mercanti di campagna. I soldi. Dentro i sacchetti. Poi si arrangiavano tra loro. I mercanti. Da bravi rapinatori. Coi disboscamenti, pel carbone. Con le mandrie di cavalli. Coi diritti di pascolo, di caccia nei boschi, di pesca nei laghi e nelle piscine. E ci combattevano loro col piccolo popolo malarico: pastori ciociari e abruzzesi, butteri burini e braccianti.
A prosciugare le paludi non ci avevano mai pensato. Fossero stati matti. E chi glielo faceva fare? Quando s’era intestardito papa Braschi, Pio VI, lo avevano sabotato in ogni modo. Mandavano ogni giorno bande di sezzesi, o di sermonetani, a far dighe nei canali, coi passoni di legno e con le frasche, come i castori. Complice Napoleone - che se l’era portato via, quel papa rompiballe - le guardie svizzere smisero ben presto di sparare ai sermonetani. E la palude riprese il sopravvento. Poi neanche Garibaldi - che pure ci si era messo - ce la fece contro di lei. E contro la malaria. E contro i principi Caetani. “E’ buono Cencelli... La palude è lì da sempre”. Nessuno ce l’avrebbe spuntata. Era come voler far girare la terra all’incontrario. Era un voler buttare i soldi, come nel Fucino i Torlonia: “Ci provasse...”, era sicuro il principe Caetani.
Il conte Orsolini Cencelli non ci stette a pensar su. Suonò le trombe, e l’Opera Combattenti scattò all’assalto. Prima fu scavato il Canale Mussolini (adesso Canale delle Acque Alte), perché togliesse via e portasse per conto loro a mare tutte le acque che da nord, extra-palude, venivano a impantanarsi e dar fastidio qui. Poi fu aggredito il cuore: tutta la zona di Piscinara - quella, cioè, tra l’Appia e il mare e da Cisterna fino a Borgo Faiti, e che adesso è il Comune di Latina - e le Paludi del Quartaccio, da sotto Sezze fino a Terracina. In due anni era tutto seccato, disboscato e appoderato.
Quando s’accorse dell’aria che tirava, e che questo faceva per davvero, il principe Caetani si mise le mani nei capelli. Era tutto quanto suo, dai monti Lepini fino al mare. E quello glielo aveva confiscato.
Per conservarsi quelle poche migliaia d’ettari che stanno tra l’Appia e Sermoneta, dovette sbrigarsi a bonificarle lui, con fossi, canali, appoderamenti, dissodamenti, casali, stalle, bestiame, attrezzature e mezzadri, cercati di corsa in tutta Italia. E tutto sotto il rigido controllo di Cencelli, che si fece pure strapagare quel pezzo di Canale Mussolini che passa in quelle terre, e che aveva scavato lui. Quello che non aveva fatto in settecento anni, il principe Caetani s’è dovuto sbrigare a farlo in sette mesi.
Cencelli, intanto, andava di gran carriera. Dopo la bonifica idraulica ed il prosciugamento era partita, quasi assieme, la cosiddetta bonifica integrale. Le terre andavano messe subito a coltura. Già nel ‘31 cominciarono ad arrivare dal Veneto i primi coloni. E anche lì pretendeva precisione. Doveva essere una manovra militare, un meccanismo sincronizzato ad orologeria.
Partivano nelle tradotte. Famiglie intere. Con gli attrezzi e masserizie - poche, trattandosi di scannati - oche, galline, maiale, qualcuno anche il somaro. Tutti dentro i vagoni merci. Pure i miei. E quelli di Palude e Nino Delorto.
Alla stazione di Cisterna in primo tempo e poi a quella di Littoria Scalo, trovavano la banda con la musica, e i banconi di ristoro. Col pane e caffelatte. Col vino e con la grappa. Poi tutti sopra i camion, che li scaricavano a destinazione: ogni famiglia nel podere assegnato.
Quasi tutti ex-mezzadri o fittavoli - rovinati fin nel poco che avevano dalla crisi del ‘29 e, più ancora, dalla quota 90 - erano abituati a vivere in stamberghe decrepite, nei fienili e nelle stalle. A buon bisogno, però, lungo il viaggio avevano provato pure nostalgia, e un po’ di panico per quel che li aspettava: “Chi lascia la strada vecchia per la nuova” avranno rimuginato, chissà per quante volte, nelle lunghe ore dentro quei carri merci.
Scendevano dai camion ed ogni nostalgia restava dentro, sul cassone. I campi erano già stati tutti quanti arati. Dalla Motomeccanica. Con le Pavesi. E con le macchine ad argano, le Favole: una fissata al di qua e l’altra al di là della capezzagna, e gli argani trainavano avanti e indietro l’aratro da scasso conficcato nel terreno. Terra che da millenni - e forse mai - l’uomo non s’era permesso di sfiorare. La prima aratura. Il primo scasso. Aratura profonda più di un metro. Adesso bastava seminare.
I casolari - che subito hanno qui assunto il nome di poderi, significando la parte con il tutto - nuovi di zecca. Grossi, ariosi, pieni di stanze. Tutti dipinti con un bel celeste. Sull’aia il pozzo. Con la pompa di ferro a forma di fascio: la bocca sull’albio. Bastava riempirlo, l’albio, e sarebbero arrivate le bestie, ad abbeverarsi. E il secchio attaccato alla pompa, con dentro il mestolo di rame, per i cristiani. E porte, finestre, vetri e zanzariere. E gli arredi dentro. La madia, i tavoli, le sedie. E dentro la madia c’era già del pane fresco. E nel camino ancora immacolato c’era la legna pronta. E il paiolo attaccato. E la scatola di prosperi sul cornicione della cappa. Bastò accendere. Cencelli aveva pensato a tutto.
Ma non erano arrivati alle Maldive. E negli anni che seguirono tutti, più volte, affogarono nei rimpianti: “Chi me lo ha fatto fare”. E tante famiglie ripresero la via del Veneto: “S’agò da crepàr de fame, mejo che ‘l mora ‘nt’al me leto” (Se debbo morire di fame, meglio morire a casa mia). Subito nei primi giorni ognuno andò a prendersi, nei centri di raccolta, la vacche maremmane che spettavano. E poi dovette mettersi a lavorare. Col fiato dei fattori sempre sopra il collo: a controllare ogni lavoro, a rimarcare ogni inadempienza. Peggio che sotto la vita militare.
I primi raccolti furono anche scarsi. Una desolazione. Nessuno gli aveva detto che la terra vergine, messa a coltura, ci vuole un due o tre anni prima che renda qualche cosa. Si raccoglieva, letteralmente, meno frumento di quanto se n’era seminato. Neanche la soddisfazione. Ma i fossi andavano ugualmente puliti a perfezione. Perfino con la scopa. Tutti i fossi di confine, e quelli comunali o consortili prospicienti. Perfino le scoline. Era una mania, questa dei fossi, per Cencelli. Era fissato. Secondo lui dai fossi sarebbero dipese, in sempiterno, le sorti dell’Agro, o sarebbero tornate le Paludi. E rompeva le scatole a tutti, coloni ed ingegneri.
Anche il seminato lo decidevano i fattori: “Qui l’orzo, là il grano, qui la canapa e là le barbabietole”. Guai a chi fiatava. Il raccolto andava all’ammasso. Tutto all’Opera. Loro poi assegnavano ad ognuno il sufficiente per andare avanti: un tanto di grano a persona; metà, per le donne e i bambini. Nessuno poteva piantarsi un po’ di vigna per conto suo. O andare a lavorare a giornata fuori. Chi veniva preso tornava in Veneto. Armi e bagagli. Con tutta la famiglia. Come chi rubava il grano, il giorno della trebbiatura, facendo sparire qualche sacco. Erano doberman, quei fattori. Ammaestrati da Cencelli. Che ogni tanto piombava pure su di loro. E sui coloni. A tradimento. Meglio la Legione Straniera.
Lo odiavano. Letteralmente. Ogni giorno, a Palazzo Venezia, arrivavano lettere anonime. A volte pure firmate. E qualche volta lettere anonime firmate (proprio così). Sgrammaticate. Senza una doppia. Con la calligrafia incerta e tutta storta: “Carro Duce pensaghe tì chesto el ne copa” (Caro Duce, pensaci tu, questo ci uccide).
Le proteste arrivavano da ogni parte: via parroco, via Podestà, via capimanipolo, via Federale, via maestre elementari, via medici condotti. E soprattutto tramite i sindacati, che nella zona di Pontinia arrivarono a proclamare una specie di sciopero. I sindacati fascisti, mica la Cgil che non c’era.
Il Duce faceva l’ingenuo. Faceva il magnanimo: “Ma non ci posso credere. Richiamerò Cencelli all’ordine”, diceva al Beato don Torello che s’era incazzato un po’. Ma dentro di sé pensava: “Vai col tango Cence’, che se la rivoluzione non è un pranzo di gala figùrati una bonifica. E che ti vai a mettere, i guanti di velluto?”
Il conte Valentino Orsolini Cencelli ha sempre goduto la massima stima e fiducia del Duce, del re e del governo. Gli hanno dato carta bianca. Almeno fino a quando non è arrivato al mare.
Poco dopo il ‘35 gran parte del lavoro era finito. Tutte le città già costruite, ed in progetto anche Pomezia. I poderi avevano ammassato un quarto raccolto. L’Agro era redento fino alla duna quaternaria, che corre parallela a quattro chilometri dalla costa.
Tra questa duna - che è una specie di pianoro a 30 metri s.l.m. - e la duna costiera o tumuleto, alta una quindicina di metri e che si affaccia sulle onde, c’è una vallata bassa, con quote al di sotto del livello del mare. L’acqua che arrivava qui - da millenni - qui si fermava. Era una specie di catino. Una laguna, da Torre Astura fino a Terracina. C’erano quattro laghi veri e propri e tutta una serie di pantani. Una laguna puzzolente - acqua stagnante - ed infernale. Il dottor Rossetti narra di un signorotto a cavallo, moro, coi baffi, che se ne veniva lungo il ciglio del tumuleto, all’altezza di Capoportiere. Il cavallo fa uno scarto. Ha inciampato. Sono scivolati giù, lungo la sabbia, cavallo e cavaliere. Non sembravano neanche preoccupati. Sono scivolati calmi. Sulla sabbia. Ma sono finiti dentro il lago di Fogliano. Prebonifica. Un metro solo d’acqua. E, sotto, una trentina di metri di fango. Limaccioso. Il pantano li ha imprigionati subito. Lentamente. Ma senza scampo. Hanno provato, gli altri, a dar soccorso. Niente da fare. Ingoiati in dieci minuti. Dal fango. Cavallo e cavaliere. Altro che sabbie mobili. Altro che i film di Tarzan.
Andavano innanzitutto bonificati i pantani e, per evitare che si impantanassero di nuovo, ne andava alzato il livello, con le colmate: milioni di metri cubi di terra da prendere da un’altra parte e trasportare qua. Poi irreggimentare i laghi. Con sponde fisse. E assicurare gli sbocchi al mare - con canali e pompe idrovore - e i flussi di acqua nuova e, per evitare ogni stagnazione, aumentare la profondità dei laghi stessi. Scavando.
Cencelli s’accinse pure a questo.
Chiamò i proprietari, le solite quattro famiglie nobiliari latifondiste: “O bonificate voi oppure bonifico io. Però vi esproprio tutto. Come l’altra volta”.
Com’è come non è, una settimana dopo lo chiama il Duce a Roma: “Ho deciso di accettare le tue dimissioni”.
“Duce, non ho capito. Io non ho dato nessuna dimissione”.
“Le proteste dei coloni hanno toccato il cuore del Partito ed anche il mio. Hai esagerato, con le tue angherie. Dimettiti!”
“Duce!” salutò Cencelli. Ed obbedì.
Il giorno dopo il presidente dell’Onc era Araldo di Crollalanza. Un altro nobile. Marchigiano-pugliese. Ministro dei Lavori pubblici.
I coloni smisero di protestare. E festeggiarono, insieme ai loro sindacati: “Il Duce sì che fa giustizia. Tutto sta a fargliele sapere. E’ il contorno...”
L’Opera Nazionale Combattenti - diretta da Crollalanza - ha bonificato a regola d’arte i laghi costieri. Interamente a spese sue. Ovvero nostre. E quello che ancora si chiama Pantano d’Inferno è, oggi, una delle zone più fertili d’Europa. Ma la proprietà dei laghi (Fogliano, dei Monaci, Caprolace, Sabaudia) è rimasta, naturalmente, dei vecchi proprietari. Alla faccia di Cencelli.
Il quale è tornato a casa sua. E c’è rimasto. Messo a riposo. A poco più di quarant’anni. Senza mai deflettere dalla sua fede nel Duce e nel fascismo. Sempre in attesa che qualcuno lo chiamasse, per tornare umilmente - secondo lui - a fare il servitore del popolo e dello Stato. Ma ha fatto le ragnatele per trent’anni, nel salotto di casa. Solo negli anni sessanta il Federale s’è ricordato di lui. E gli ha chiesto di candidarsi al Senato. Lui s’è prestato. Non gli pareva vero. Comizi dappertutto: “Ho lasciato questa terra che era un fiore”. Ma è stata una débâcle. Al Senato il Msi ha preso la metà dei voti della Camera. I coloni lo odiavano ancora. Altro che Democrazia Cristiana, piuttosto che votare lui avrebbero votato Giuseppe Stalin.
Resta, comunque, che la città l’ha fondata lui. E’ Cencelli il padre vero, non il Duce.
Nei progetti era prevista solo la costruzione dei borghi, come già detto. E a ognuno di questi borghi sarebbe stato dato il nome di una celebre - in quanto sanguinosa - battaglia del ’15-18: Borgo Piave, Podgora, Grappa e via di seguito. Uno però - quello posto al centro delle ex-Paludi - si sarebbe chiamato Borgo Littorio.
Una mattina dell’inverno 1932 - la bonifica era iniziata nel `28 - Cencelli s’è svegliato con un’idea: “Ma perché non facciamo una città?”
Non ci ha pensato sopra: “Ma quale Borgo Littorio...” e si è fatto chiamare un architetto: “Progettala!”
Quello non se l’è fatto dire due volte. Si chiamava Oriolo Frezzotti. Era il meno brillante, nella conversazione, dei suoi compagni di corso. Sembrava pure quello che avesse meno idee, perché aveva meno parole. Ma il mese dopo s’è presentato da Cencelli con tutti i disegni pronti. Pianta radiante e ottagonale della città. Piazze, vie, giardini. Rete fognante. Rete idraulica. Disposizione di tutti gli edifici pubblici. Quartieri residenziali. Era tutto previsto da qui ai prossimi cinquant’anni, per una città di 40 mila abitanti. Ed erano belli e pronti - insieme al piano regolatore e ai progetti urbanistici - tutti i disegni di tutti gli edifici: comune, chiesa, caserme, genio civile, casa del fascio, circolo ricreativo, albergo, bar, cinema-teatro, palazzi di abitazione per gli impiegati, case popolari, autostazione e vespasiani.
Il Duce non sapeva niente. Era rimasto ai borghi. Del resto, in quel periodo, aveva altro a cui pensare. Le Paludi le aveva affidate all’Onc, gli aveva dato i soldi, li aveva riempiti di potere: ci pensassero loro. E ci era venuto, sì e no, due o tre volte, in visita di cortesia.
“Chissà com’è contento quando glielo dico”, pensava Cencelli.
Quando il Duce, alla metà di giugno, è tornato da un viaggio all’estero, ha trovato sulla scrivania, nel salone del Mappamondo in Palazzo Venezia a Roma, un appunto che lo invitava ad essere in Palude, il 30 di quel mese, per mettere la prima pietra della città di Littoria. Manca poco e gli prende un colpo: “Che è sta storia?”, ha urlato al segretario.
Quello gli ha spiegato. E gli ha spiegato pure che Cencelli era un bel po’ di giorni che veniva lì, per vedere se lo trovava.
“S’è montato la capoccia? Questo fonda le città. Ma chi si crede d’essere, Giulio Cesare? E la ruralizzazione? Ma che per caso parlo arabo? Se lo prendo me lo mangio”.
Cencelli diventò uno straccio quando il segretario del Duce lo chiamò al telefono: “Mi sa che è meglio che non ti fai vedere per un po’.”
Provarono pure a fare marcia indietro. Ma era troppo tardi: i lavori appaltati, e piazze strade ed edifici già squadrati dagli agrimensori, coi picchetti di legno piantati nel terreno.
“Questa passi, per adesso”, disse il Duce: “Ma che sia la prima e l’ultima. E piccolina. Solo un borgo un po’ più grosso”.
E il 30 di giugno del 1932 Cencelli pose la prima pietra della torre comunale, che era pure la prima pietra della città. Ci sono le foto che lo ritraggono col Borsalino in testa e la cazzuola in mano. E un prete a fianco, che dà la benedizione.
Il Duce era rimasto a Roma. Incazzato nero. E aveva dato pure ordine che nessun giornale desse risalto alla notizia: “Noi bonifichiamo terre perché siamo un popolo rurale. Di città ne abbiamo pure troppe. Non sappiamo che farcene”.
Ma dopo neanche venti giorni la notizia aveva fatto il giro del mondo. La stampa estera la pompava a tutto spiano. Dagli Usa al Giappone, alla Cina, alla Russia, tutti non parlavano d’altro. Sulla bonifica in sé stessa nessuno aveva speso più di quattro righe. Ma il fatto che si stesse fondando una città nuova colpiva l’immaginario collettivo. In fin dei conti, le ultime fondazioni erano state quelle americane, ma spontanee, una casa appresso all’altra, quasi per caso, non con un disegno preordinato o con un atto d’imperio. Per questo bisognava risalire a qualche papa del Rinascimento. E soprattutto alla tradizione romana: Augusto, Giulio Cesare, Romolo e Remo con l’aratro.
Sai che fanfara. Era il 1932. In America Roosevelt - per far fronte ai guasti del ‘29 - stava appena appena pensando alla politica economico-sociale del new deal. E l’Unione Sovietica s’apprestava a colonizzare la Siberia. La fondazione di Littoria divenne il simbolo di tutto questo. Costruì, anche all’estero, l’immagine buona del fascismo, l’immagine sociale. (Immagine, peraltro, che andò a farsi benedire nel ‘35, quando aggredimmo l’Abissinia.) E vennero da tutto il mondo. Delegazioni tutti i giorni. E visite guidate. A vedere come si faceva. Pure la Russia comunista. Ministri e semplici colcosiani.
Quando ha visto tutto il baccano, e le relazioni entusiaste che inviavano i nostri ambasciatori dalle più sperdute capitali del pianeta, il Duce ha fatto lui la marcia indietro. In quattro e quattr’otto.
E’ andato subito a farsi un giro in zona (stavano ancora scavando le fondazioni) e a dare un’occhiata ai progetti. E appena si sono presentati a Palazzo Venezia i corrispondenti esteri, i cinegiornali, e gli ambasciatori stranieri, era pronto: “Ho fatto tutto io. Io ho avuto l’idea ed ho scelto il luogo. Ho chiamato Cencelli davanti a questa carta, su questo tavolo, e gli ho detto la voglio qua, proprio al centro delle ex-Paludi Pontine. Vero Cence’?”, e si voltava verso di lui.
“Duce! La vostra volontà piegherebbe il ferro”. E sembrava che ci credesse pure lui. Ma forse ci credeva per davvero.
E subito annunciò che, dopo Littoria, ne sarebbero state costruite altre quattro - Sabaudia, Pontinia, Aprilia, Pomezia - e ricostruita Ardea, che era abbandonata da due secoli. La notizia fece fracasso dappertutto. Perfino Le Corbusier scrisse al Duce, e si fece raccomandare dal governo francese, perché gliene facessero progettare almeno una, pure gratis, pure pagando di tasca sua anche i rotoli di carta lucida e le matite. Ha dovuto aspettare Chandigarh, trent’anni dopo. S’è tuffata a volo d’angelo tutta la congrega degli architetti ed ingegneri d’Italia: “Non passa lo straniero”. Tutti quelli che parlavano bene hanno cominciato a parlare più forte. Chi aveva avuto a che fare col futurismo, chi era stato marcia su Roma, chi si sentiva Antonio Sant’Elia o Michelangelo reincarnati. E tutti a sputare su Frezzotti. Non gli è riuscito di togliergli Littoria - perché oramai la cosa era andata troppo avanti - ma nelle altre città nuove non gli hanno fatto progettare nemmeno una fontanella. Poi - così è la vita - caduto il fascio quasi tutti sono diventati di sinistra. Eccetto lui. Che ha fatto il consigliere comunale insieme al Federale fino al giorno che è morto. (Abitava a Roma. E veniva a Latina per le riunioni del Consiglio a spese sue, in corriera. Non è mai mancato a una seduta.) Sui manuali di architettura e sui testi universitari ci stanno tutti - Piccinato, Mazzoni, Montuori, Piacentini - chi citato con un paragrafo, chi con un capitoletto a parte. Eccetto lui. Se lo sono scordato tutti. “Era un gregario”, dice Portoghesi.
Ma poi il Duce s’è innamorato per davvero. Non solo per finta. Per la bella figura, forse, gli è venuto in mente di fare anche le altre. Ma nel cuore gli è rimasta sempre Littoria.
Ha cominciato subito a mettere in croce Frezzotti. Voleva controllare ogni progetto. Aveva da ridire su ogni cosa. E il primo d’agosto - mentre quello già teneva la moglie in macchina per andare ai bagni di Viareggio - gli ha mandato un motociclista a convocarlo. Ha dovuto piantare lì moglie e valigie - sul marciapiede - e montare sul sellino di dietro. Palazzo Venezia. Il Duce lo aspettava sulle scale: “Bisogna cambiare tutto. Non va bene niente”.
“Come? Ma Cencelli...”
“Me ne frego di quel che v’ha detto Cencelli. Voi due pensate troppo in piccolo. Avete progettato un paesotto di campagna”. A Littoria, per fortuna, stavano ancora alle fondazioni. “Camerata Frezzotti: al tavolo da disegno! Ho deciso che sarà capoluogo di provincia”.
E Frezzotti è tornato a casa. Gomma da cancellare, matita, e inchiostro di china. Così è nata piazza della Libertà, la Prefettura, la Banca d’Italia, e l’idea definitiva della città."

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