sabato 18 marzo 2017

verso atene

 by carmelo baviglio



Verso Atene

Dobbiamo ringraziare Paolo Costanzo per questo sasso lanciato in quelle che potrebbero sembrare acque ferme. In effetti sappiamo che non è così…e quando mai non te lo aspetti, un qualcosa lievita sotto le ceneri..  il nostro grazie all’ordine degli architetti che oggi ospitano questo incontro. In effetti in queste stanze c’era l’abitudine a parlare,  a parlarsi e sarebbe bello se tale modo di fare si riuscisse come metodo a recuperare. 
Di recente ci siamo ritrovati ed abbiamo ascoltato la “ Lectio Magistralis” tenuta dall’ Arch. Rosalia Vittorini, dal titolo “Latina razionalista? Un caso da chiarire” evento_incontro voluto da “Italia Nostra” sezione di Latina e sull’onda di quella serata si spera chiarificatrice per noi, per la città …siamo qui invitati a riprendere quel filo e si spera di riuscire ad andare oltre.
Ricordiamo a noi stessi che le analisi che possono essere sempre insufficienti sono state in abbondanza fatte  e per quanto ricordiamo è dagli anni settanta se non da prima che si indaga su Littoria, sulla bonifica sui territori dell’Agro Pontino, sull’urbanistica e sull’architettura di quanto realizzato… abbiamo conosciuto e studiato le citta del silenzio…come scriveva  Alberto Moravia.
Sono state fatte mostre sia sulla bonifica che sulle città di fondazione, noi stessi abbiamo alzato i primi veli su Angiolo Mazzoni Architetto e le sue opere, facendolo conoscere alla città. Meritorio in città il lavoro che prosegue nel tempo della Casa dell’Architettura nel catalogare le trasformazioni che nel tempo avvengono.
Un lavoro notevole grazie all’impegno di colleghi come Pietro Cefaly e di quanti  ruotano intorno alla Casa dell’Architettura.
Nel tempo trascorso si è fatta divulgazione ed anche letteratura… oltre alle tante forme di collezionismo e molto spesso di fanatismo. Ecco, e  se mi è permesso sappiamo tutto fino al punto d’essere riusciti ad entrare perfino nelle camere da letto di qualche…grande gerarca. Cosa centra. Centra direbbe Pennacchi  e ci spiegherebbe il perché  ed il per come.  Diciamo che dal periodo in cui non sapevamo chi mai fossimo…. ci ritroviamo oggi a sapere molto bene quali  sono le nostre radici e molti di noi possono vantarne addirittura il doppio, tanto da riuscirne a mescolare conoscenze, abitudini ed altro .
Questo il tempo trascorso, l’oggi invece ci vede in grande affanno.
Parlare di città, di architettura o di urbanistica è diventato un problema e come gruppo sociale siamo in silenzio da tempo. La società liquida al contrario si esercita a buon titolo, raccontandoci tutto e il contrario di tutto. Personalmente avrei problemi a mettere mano in una sala parto. A Latina il contrario invece è possibile.
Condivido Antonio Pennacchi quando dice che… Architettura ed urbanistica attengono da sempre alle categorie dell'arte, e poi ancora ……. Se dall'arte e dalle intuizioni liriche siete invece passati alla burocrazia….. No penso proprio che nessuno sia passato alla burocrazia… l’architettura la fai se parli di poesia, di etica e dei valori che la sanno raccontare, altrimenti racconti  di edilizia …e non credo che il nostro incontro si poneva obiettivi di questo tipo. 
Parlavo prima di affanno,  e mi piace di aver letto proprio in una mail di Pennacchi, la parola “modernità”, si perché il nostro problema  fatte le giuste analisi, è il nuovo, la contemporaneità  dove  il nostro  presente  dovrebbe essere letto in continuo ‘divenire’, completamente svincolato dall’ossessione del passato e del futuro. Futuro che dovremmo saperlo interpretare, capace a riconsiderare  criticamente e in modo dinamico la storia, inglobandola nel processo di auto-ridefinizione della società…. 
Ecco tutte le volte che qualcuno ci ha provato con  idee, proposte.. i pensieri nuovi si sono liquefatti nel nulla. Tanti i progetti, diversi i concorsi….e non è possibile che in tanti anni, non possa aver avuto esito positivo almeno uno e sino alla sua realizzazione.
C’è un qualcosa che non va …. Direi  un fatto culturale da rimuovere o addirittura da costruire….
Sempre Pennacchi dice:  ….non sta scritto da nessunissima parte che ogni generazione debba inventarsi un modo nuovo di fare le città. La città è un costrutto storico ed è un costrutto storico anche il modo di farla e progettarla. Un crescere ed evolversi per gradi, a stratificazioni successive….
E’ vero e condivisibile, ma non sta scritto da nessuna parte che non si possa avere o vivere per una “prospettiva culturale”  che porta al nuovo, alla modernità. …capace di capire il giusto valore della contemporaneità…e quindi cambiare, mutare i paesaggi del nostro quotidiano.
E’ questa invece, alle scale diverse, un’epoca di grande demolizioni. Si progetta e si costruisce poco , mentre si passa larga parte del tempo a distruggere…a segare .
Si distruggono città, idee, politiche, legami, popoli ed individui. La filosofia del nostro tempo non sembra avere più la forza per arginare o, quanto meno comprendere il tumulto epocale nel quale versiamo.
Ecco il senso di questi incontri, per quello che mi riguarda, dovrebbe essere l’occasione  per  discutere e di realizzare se possibile una base culturale, un contributo a favore di quella prospettiva di cui sopra.  Latina, la città ha bisogno di questo. Saluti a tutti.

massimo palumbo

16.03.17

martedì 14 marzo 2017

le nuove narrazioni





il coraggio per nuove narrazioni.....
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la motivazione
.".....E' il progetto che,  nel suo complesso, risponde alle finalità del bando, in quanto rappresenta la soluzione architettonica ritenuta dalla Commissione fondamentalmente convincente.  La proposta, tutta condotta sul tema della costruzione del vuoto, connota Piazza del Popolo con elementi distintivi tipici della "città di fondazione", come ad esempio, i portici e gli spazi di relazione ben definiti in soluzioni che rimandano al linguaggio Metafisico. La proposta del progetto vincitore, sempre a parere della Commissione, interpreta alcune peculiarità di  "materiali innovativi" e di alta qualità  che costituiscono il valore aggiunto dell'idea progettuale: molto convincente è stata, infatti, la capacità di coniugare i temi della storicità del luogo con le possibilità offerte dalle nuove tecnologie in tema di comunicazione che permette al progetto di raggiungere una sintesi in equilibrio tra tradizione ed innovazione architettonica."
Latina 07.12.12
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senza titolo







giovedì 9 marzo 2017

...la stagione dei concorsi


 2002


Perché il Concorso d’idee.
Abbiamo sempre pensato che la politica per la qualità dell'architettura è porre all' attenzione, non solo degli addetti ai lavori ma della società civile in genere e del mondo politico uno strumento in grado di garantire una reale concorrenza, fondata sulla qualità del prodotto: il Concorso di Architettura. In Italia si fanno ancora  pochi concorsi di idea di architettura. Nella nostra provincia poi, la cosa è senz’altro più grave. Possiamo constatare che vengono totalmente ignorati. Questo in un quadro generale ove per la realizzazione di opere pubbliche la Legge Merloni invece l'istituisce e la individua come possibilità che le amministrazioni hanno da poter perseguire. Malgrado la legge e mancandone l’obbligo, non si tengono concorsi o se ne fanno troppo pochi, mentre contrariamente a quello che accade in Europa, si fanno limitate gare di progettazione e non sempre, anzi molto di rado, segue la realizzazione dell' idea premiata. Le "idee", noi pensiamo, sono la traduzione e la visibilità della cultura architettonica contemporanea. Il risultato di un concorso dipende da come è immaginato, definito e proposto, in relazione anche ad una chiara sequenza degli obiettivi e delle finalità, tradotte in atti concreti e perseguibili sotto il profilo sia  strategico che economico. Risulta pertanto importante riuscire a creare sinergie tra le istituzioni e gli organi competenti la gestione e la promozione del territorio. Sappiamo anche, che  il concorso non è il toccasana dei problemi legati alla crescita  delle città, ma è evidente che la qualità dell' architettura è anche da ricercare con il confronto che  alimenta la competizione e la volontà di produrre architettura di qualità. I concorsi e le idee sono utili per far emergere buona architettura e costruire città migliori. Ma da  troppo tempo  la qualità architettonica  è considerata un qualcosa di superfluo, quando invece si sa che un' opera di architettura  è un bene sociale ed un  investimento capace di riqualificare e dare vita a  brani di città. Dove non c'è Architettura c'è degrado. I nostri territori chiedono da tempo  qualità e a noi architetti spetta, rendere compatibile la scena dei luoghi con i tempi nuovi, e contribuire a porre su nuove basi il problema della contemporaneità e della modernità. Il problema da porre all'attenzione di noi tutti oggi,  è la qualità della progettazione e un più ampio sviluppo della creatività. Creatività che da plusvalore al progetto, ove non va dimenticato che la tutela e la valorizzazione del territorio, del paesaggio possono non solo convivere ma essere fattore di sviluppo. Risulta diffuso oggi, tra le amministrazioni pubbliche, in  risposta alla legge Merloni il concorso-gara, che sappiamo per chi ha avuto modo di cimentarsi,   altro non è che come sedersi al tavolo di una roulette, così la definiva un nostro collega. Una gara che avviene per selezione di curricula, presentazione di fatturato, altro,  e dove a vincere,  vince chi ha più vinto, a lavorare , lavora chi ha sempre lavorato e raramente riesce ad inserirsi chi non è di gradimento dell’Amministrazione. I bandi naturalmente vengono predisposti con elementi di selezione che a monte caratterizzano “il Prescelto”.    In un quadro del genere appare quasi eroico, allora inseguire concetti elementari, parlare di architettura, pensare addirittura… alla bellezza! Il nostro intorno è fatto di queste amenità e di tante altre contraddizioni! senza considerare la… durezza del fare professione. Il lavoro di architetto ha subito trasformazioni radicali che hanno sconvolto i tradizionali impegni del lavoro disciplinare tracciati dalla cultura moderna. La rapidità e la complessità delle trasformazioni in atto pongono l'Architetto oggi come un operatore disorientato e indifeso di fronte alle procedure del processo di produzione da un lato, e alla labirintica complessità della burocrazia dall'altra. L'Architetto con la sua carica ideale molto spesso  risulta schiacciato da questa situazione, senza considerare le occasioni amare, che il caso a volte ti riserva,  in cui il desiderio di fare professione ti porta  involontariamente in  ambiti che dire minati è poco……

__Giorgio Muratore con Gina Preti e Massimo Palumbo

Tempo fa, in un suo scritto Giorgio Muratore, parlando  della difficoltà del fare la professione, si interrogava pensando all’ottimismo del progetto: “ ma ci sarà ancora spazio per essere ottimisti?…” quando per alcuni architetti, il sopravvivere significava…la scuola come ultima spiaggia, e questo per non sporcarsi le mani, non sapendo poi che con……le mani pulite non si sarebbe battuto un chiodo…!!!”Ecco l’ottimismo che purtroppo vive ancora in noi ci porta  ad essere comunque presenti e  ad essere  convinti oggi come ieri  che quello del concorso d’idee come si diceva prima  è il sistema più corretto per raggiungere risultati di qualità architettonica-progettuale. Bisognerebbe spingere per creare delle alleanze tra pubbliche amministrazioni, imprenditori, architetti, e cittadini per rilanciare l’immagine delle nostre città. Un tavolo, per trovare gli incentivi i programmi gli investimenti giusti che siano capaci di riportare al centro del processo edilizio, il progetto di architettura, la procedura dei concorsi, la qualità e l’innovazione degli interventi. Fare Architettura significa fare e promuovere  cultura… ma sappiamo bene che spesso i tempi e i modi dell’investimento nella cultura non sono mai compatibili con la prassi dell’eterna emergenza e la programmazione di opere più o meno grandi,  che potrebbero essere per l’appunto occasioni di confronto concorsuale. Dovremmo invece come architetti, rafforzare forme di maggiori pressioni per ottenere  l’istituzione della legge sull’Architettura, legge esistente dal lontano 1977 nella vicina Francia. In un ambito ambientale che è quello della nostra città e perseguendo scenari di questo tipo,  abbiamo trovato, fortunosa sinergia con la Camera di Commercio di Latina, che con noi ha condiviso gli obiettivi del Concorso.Il lavoro è stato difficile ma l’obiettivo credo sia stato raggiunto. Attraverso il Bando del Concorso, così come strutturato, abbiamo chiesto progetti innovativi. Era anche quello che si sollecitava, in occasione del primo premio Ernesto Lusana, e l’abbiamo considerato punto di partenza anche per questa seconda edizione. Un Premio d’Architettura  aperto alle molteplici possibilità e proposte, oltre che occasione non secondaria per riaffermare l’obiettivo della qualità del progetto oltre a  segnali di innovazione nelle proposte. Siamo convinti, che sia sempre “tempo” per cominciare e  di indagare, per offrire spazi di possibilità a chi queste occasioni le trova con difficoltà. Crediamo che sia sempre “il tempo” di porre attenzione al progetto, alle idee, e ……quando capita, alle occasioni e agli avvenimenti che a volte riescono ad aggiungere “valori” agli orizzonti spesso troppo stretti, delle realtà che fanno il nostro quotidiano.

” Promuovere il progetto d’Architettura ”

E’  quanto si impose il consiglio dell’Ordine degli Architetti di Latina nel sostenere,  l’idea  del Premio Ernesto Lusana. Era per  ricordare un amico ed un architetto, che tanto aveva dato all’Architettura come etica di valori che durano nel tempo, ma ci interessava anche  istituire a cadenza biennale, un premio d’Architettura per sollecitare progetti nuovi e capaci di valorizzare anche il senso della nostra contemporaneità .Un Premio,  occasione, cadenzata nel tempo, per discutere di Architettura e delle tematiche ad essa collegate, ma anche  per avere momenti di discussione tra quanti hanno a cuore la sorte delle nostre città, degli ambienti e dei luoghi in cui si vive.La prima edizione del premio, ha visto nel celebrare il trentennale della costituzione del nostro ordine, una grande mostra e la consegna del Primo Premio d’Architettura  a progetti meritevoli di colleghi iscritti all’Ordine e che operano sul nostro territorio. Una attenta riflessione di quanto è stato fatto, ci ha portato a considerare, che forse era maturo il tempo per un salto di qualità nel considerare il premio occasione da non perdere per aprire ad un concorso di respiro nazionale e verificare il progetto d’Architettura in un area ben individua. Si è pensato ad  un tema di rilievo per un area strategica  del centro storico di Latina, un area irrisolta della città  che ha fatto da base al Concorso Nazionale d’Idee: l’area delle così dette Ex Autolinee. L’obiettivo, condiviso da quanti hanno voluto il Concorso è stato anche la richiesta di idee progettuali per individuare proposte mirate a sviluppare “……il gusto di vivere la città  nonché a migliorarne la fruizione sociale ed economica”.

“……oltre il nonluogo,
ipotesi progettuali per uno spazio urbano di una città del novecento:
Latina…..”

Luogo, nonluogo, un concetto di alcuni anni fa che attende ancora risposte e che al di la delle mode,  è parte di una problematica generale tutt’ora di grande attualità per il territorio italiano e che per quanto riferito al contesto della città di Latina pensiamo possa essere colto come valore-nonvalore, da studiare e capire ulteriormente.Abbiamo dato seguito a questa traccia pensando, come provocazione, di poter anche andare “oltre”. Nasce in questo modo il Concorso d’idee e vogliamo sperare che  non sia per Latina,  un occasione unica ed irripetibile. Latina e il nostro territorio hanno bisogno di tante occasioni di questo tipo. Interventi mirati nella città per ricucire porzioni di città, per legare Latina a Littoria o viceversa, ma anche  per ridare dignità alla marina, a porzioni urbane centrali, e alle periferie.  Periferie e dormitori senza anima che chiedono servizi e periferie che chiedono luoghi significanti, simboli e nuovi segni. Perchè il cittadino si senta di casa nella propria città è necessario che possa fruire di un tessuto comune di segni e di significati che costituiscano l’individualità, lo stile di luoghi, di ambienti e spazi della città nel suo insieme. La nostra, che è la generazione persa, la generazione  saltata di architetti, attende a Latina un Concorso di Architettura da più di trent’anni, un quarto di secolo abbondante. Erano i primi anni settanta con il Concorso Nazionale per il centro direzionale, e per Fogliano. Concorsi rimasti sulla carta, senza alcun seguito. Furono comunque per la città occasione di dibattito.  Poi il nulla. Da troppi anni si aspetta un inversione di tendenza, vorremmo che anche le  abitudini nella  gestione e nell’indirizzo della cosa pubblica  fossero diverse.  Pensiamo che sia  sempre  il momento di andare “oltre”, di uscire dalle secche, di lavorare per la crescita di questo territorio; è sempre il momento di rompere gli schemi e di essere propositivi. “Oltre”…,  per fare quadrato, non per una ennesima rifondazione, ma seguire comunque la storia di questa città, che comunque e a dispetto di noi tutti che la viviamo, va verso il suo destino. Il futuro di Latina fatto da chi la vive giornalmente e che per quanto riguarda il nostro ambito specifico di architetti, è un futuro comunque rappresentato dai nostri “segni”. Franco Purini parlando di Latina, diceva: ” …io ho l'impressione che Latina e il suo territorio siano giunti a un momento di svolta, un momento di svolta che corrisponde a una situazione molto critica, ma anche a una condizione di grande privilegio nei confronti del contesto delle città italiane…
…Latina è una città, assieme ad altre nella pianura Pontina, che ha il nuovo come antico, e quindi si trova in una condizione di assoluto privilegio nei confronti di molte altre città italiane. E quindi sul piano del rapporto col nuovo come antico può insegnare molte cose alla cultura progettuale italiana e non solo…”
Come Franco Purini  pensiamo  a questo territorio urbanizzato nel Novecento come ad un grande Museo all’Aperto del Moderno e del Contemporaneo. Il luogo o il nonluogo poi, siamo noi a determinarlo, come cittadini, come architetti, con il nostro vivere con le nostre scelte, con il nostro fare.
Sappiamo che ogni epoca ha lasciato quello che poteva dare. Per noi oggi, anche attraverso questo Concorso d’idee il  contributo, l’esempio anche minimo, ma il nostro contributo.
L’occasione e la capacità di costruire uno scenario migliore di cui i veri attori sono le persone che abitano questa “polis” e che hanno fra le proprie mani la possibilità di vivere un presente, che ha valore, con la prospettiva di lasciare un futuro migliore a chi verrà dopo. Ed allora, capita spesso di chiederci, perché non mettere in moto una nuova etica, una nuova morale, un nuovo gioco?
Il futuro di Latina, si giocherà sicuramente intorno ai suoi tanti punti deboli, sulla capacità di saper ricucire le sue diverse parti e la capacità di inventare nuovi spazi, nuovi luoghi. Portiamo a compimento un periodo lungo d’impegno che ci ha visti in prima linea e promotori di una serie di iniziative a favore dell’Architettura.
Il Premio d’Architettura Ernesto Lusana, il Concorso Nazionale d’idee, le mostre, i Convegni che si terranno nei prossimi giorni, sono un tutt’uno che speriamo possano significare un segnale per l’oggi e una traccia importante per il domani. Un segnale,  ci auguriamo forte che diamo alla città e alle istituzioni per riaffermare l’Architettura, come valore etico, sociale e politico. L’Architettura, come valore etico, ha giustificato  la nostra presenza in questo ordine professionale  e guidato in questi anni  a favore delle tante iniziative intraprese.
Siamo alla conclusione e desidero fare un ultima considerazione. Il bando del Concorso Nazionale d’idee così come strutturato chiedeva una riflessione sul concetto di luogo-non luogo, sul doversi confrontare con una città del Novecento e il  rapportarsi a degli edifici storici del Novecento, come l’ex Opera Balilla futuro museo Cambellotti di Oriolo Frezzotti e quello che resta dell’edificio futurista di Angiolo Mazzoni. Sempre il bando sollecitava  inoltre spunti ed indicazioni significative per quanto riguardava il rapporto Arte Architettura. Rimane  sottinteso  il rispetto che abbiamo  per il lavoro svolto dalla giuria e dei risultati già espressi. Penso tuttavia che la nostra autonomia di pensiero e il ruolo che in questa occasione occupiamo ci permette comunque di porre all’attenzione tra i tanti progetti pur  meritevoli di questo premio, alcuni lavori che a nostro parere hanno espresso alcune delle peculiarità sopra riportate che il bando pur chiedeva e poneva all’attenzione dei partecipanti al concorso. “LA RICONQUISTA DELLA TERRA 2002” come quello che sicuramente ha saputo più degli altri porsi il problema del rapporto Arte Architettura nella sua complessità e nello specifico di una città come la nostra. Ma anche gli unici progetti che si sono posti in modo problematico di fronte al problema-dilemma  del Palazzo delle Poste di Mazzoni. Cosa fare? è più giusto e facile ricostruirlo così com’era  incorrendo  forse in un falso storico  o bisogna reinterpretare un qualcosa che oggi è solo un frammento e un ricordo sbiadito nel tempo dell’edificio futurista e magnificato da Marinetti? Al di là dei risultati progettuali espressi due sono i progetti che si sono posti ed hanno  affrontato  l’interrogativo in chiave critica, tentando una strada per un  problema di grande attualità ne restauro o progetto: “AGORA POLIS 2012” e “FINESTRA METAFISICA”.
E poi la proposta  che pensiamo sia riuscita a trasmettere  il sapore e l’aria della città del Novecento, la città dei vuoti e dei grandi spazi, la Latina dei colori ocra e delle palme, la Latina crocevia di razze diverse: “PIAZZA DELLA SCALA A LATINA 1.7.1.2”.
Questo secondo Premio  di Architettura ci ha permesso di  ricordare Ernesto Lusana.  Sicuramente Ernesto i concorsi d’idee d’Architettura mai banditi in questo ultimo quarto di secolo nella nostra città, li avrebbe fatti tutti: l’ottimismo del progetto dicevamo, e l’ottimismo dell’Architettura erano parte essenziale del suo essere. Essere per essere e non per apparire.L’augurio che facciamo è che il Premio possa vivere nel tempo, e che ci possano essere in questa città altri momenti ed altre occasioni per parlare e promuovere Architettura.  
Massimo Palumbo
Curatore Premio d’Architettura Ernesto Lusana
Latina li 3 Aprile 2002

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__Giorgio Muratore a Latina Premio d’Architettura Ernesto Lusana 2002




































__Premio d’Architettura Ernesto Lusana
    Curatore Massimo Palumbo



Giorgio Muratore





Anche Giorgio Muratore ci ha lasciato e direi che è un periodaccio. Tante le volte che è venuto da noi a Latina, amava molto questo territorio, le città nuove Latina, Sabaudia, le altre ....
Sicuramente dobbiamo a lui, anche a lui,  la rilettura critica delle città del novecento, rilettura che servì a cancellare ombre e dubbi sulle città del duce sottolineandone le qualità che tutt'ora sono da esempio per chi le analizza al di parte o nostalgie fuori della storia.
Con Giorgio Muratore abbiamo perduto un amico ed un grande storico del novecento, veramente ...non abbiamo paole,  ricordiamo tra l'altro parlando in uno degli incontri che ci ha visto insieme...  della difficoltà del fare la professione e Giorgio si interrogava pensando all’ottimismo del progetto: “ ma ci sarà ancora spazio per essere ottimisti?…
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Di seguito un ricordo di Duccio Trombadori che inquadra in modo esemplare la figura di Giorgio Muratore.

Ho perso oggi all'improvviso il mio caro, carissimo Giorgio Muratore. Aveva un anno meno di me. Ci conoscevamo da cinquant'anni, da quando frequentavamo le lezioni di Bruno Zevi nell'aula magna della facoltà di architettura in Valle Giulia. Giorgio era magrolino, allora. Ma aveva un sorriso pieno di ironica sapienza che tagliava e cuciva pensieri prima ancora di formularli in parole.
Era uno studioso pieno di scrupoli e attenzione filologica. Mai stato un pedante. E' diventato uno straordinario maestro per le migliaia di studenti che sono passati al vaglio della sua cattedra di storico della architettura.
Non ci siamo frequentati per anni. Ma non ci siamo mai persi di vista. Scambiandoci alla lontana pareri sui disastri urbanistici di Roma, la devastante crescita della incultura architettonica, il comune disgusto per le 'archistar', l'attenzione per la tradizione moderna italiana, il nostro fulgido razionalismo, le città di fondazione, l'esigenza di salvaguardare il patrimonio architettonico degli anni Trenta (dal Foro Italico all'Eur), e in generale la difesa della straordinaria sapienza accumulata nella storia edilizia delle nostre città.
Nato a Roma nel 1946, Giorgio  si è qualificato come uno dei più lucidi intellettuali nel mondo della architettura italiana. Collaboratore di Ludovico Quaroni, Paolo Portoghesi e Tomàs Maldonado.
Ha tanto scritto e commentato su "Controspazio" e  "Casabella", "Domus", ha collaborato alle pagine culturali dei quotidiani "La Repubblica", "Paese Sera", “Unità”, "Il Messaggero", ha curato mostre e pubblicato numerosi saggi sulla storia dell'architettura e l'urbanistica.
Fondamentale è stata la sua opera per valorizzare i 'cantieri romani del '900' dal Foro Italico al Palazzo dei congressi, da Sabaudia a Latina. La sua carriera universitaria si è svolta alla insegna di una originale linea indipendente e orgogliosa delle sue idee, spesso in controtendenza con la vulgata 'politicamente corretta'.
Giorgio era un uomo di sinistra. Ma non fu mai corrivo ai maggiorenti politici e per questo pagò prezzi che altri non hanno pagato. Non era un opportunista. Anche per questo ci capivamo e ci volevamo bene.
Lo ho incontrato e collaborato con  lui dal 1999 al 2009 alla Facoltà di Valle Giulia, dove cominciammo da ragazzi e dove io tornai per una stagione di insegnamento di estetica. Lui era un 'barone', io un docente a contratto. Abbiamo fatto esami assieme, abbiamo condiviso il medesimo amore per le nostre passioni giovanili con la medesima idiosincrasia verso gli ignoranti, i politici saccenti, gli arrivisti del professionismo architettonico dai fianchi molli.
Aveva superato anni fa una brutta malattia. Ne ero felice. Lo avevo incontrato negli ultimi tempi in qualche serata  al ristorante La Campana, dove si riuniscono da anni ogni venerdì vecchi amici architetti (da Franco Purini a Claudio Damato a Franz Prati a Gianni Accasto e altri). Non potevo immaginare che la morte me lo avrebbe portato via così all'improvviso. e così presto. Perdo un amico, l'Italia perde un intellettuale prezioso e onesto. Abbraccio fortemente la sua cara moglie Clementina Barucci,i figli e tutti coloro che lo hanno amato e lo piangono.



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mercoledì 8 marzo 2017

ciao pietro!




Non si nasce a volte se non dopo la disgrazia e dopo l’amore  
(Onofrio Annibalini)

Pietro Corsi ci ha lasciato .Sapevamo ma speravamo in tempi più lunghi….invece Pietro ci hai lasciato… e il  pensiero corre, torna indietro nel tempo e le tante tessere si sovrappogono velocemente ….
Tanti i ricordi di un microcosmo che ruota intorno al numero civico 24 di via Terravecchia. Poi arriviamo  al giorno in cui passa per casa nostra  e ci dice che avrebbe aperto una copisteria a piazza Bologna. Nessuno ci crede perché nessuno riusciva a vederlo in quella condizione ..non era quello il suo status.  Pietro pensava ad altro e, carico di ansie e generoso,  lo sapevamo essere  stretto in ambiti che non lo appagavano… il paese, il mondo,  il desiderio dell’oltre.
E il nostro Ulisse subito si rimise in viaggio…per un viaggio interminabile diremmo, senza fine… Pietro,  uomo di cultura, dalle tante ansie,  scrisse negli anni, scrisse tanto e raccontò in anticipo le sofferenze delle migrazioni o la malattia che colpisce il paese: l’ozio.
Scrive i  suoi libri, tanti, in un percorso locale- globale che lo ha accompagnato per una vita intera . Rincorreva il sole, il caldo e la sua Casacalenda era geograficamente un quartiere di Los Angeles o una porzione di Mazatlan e viceversa.
Gracias, grazie Pietro per quanto ci hai dato come cugino…ma anche come scrittore, come uomo di cultura,  quando ci hai donato la tua presenza e il contributo di idee in occasione della prima passeggiata letteraria che si svolse lo scorso Agosto tra le vie di Casacalenda, negli spazi e nei luoghi del Maack .  Ti ricordiamo  in questi attimi  quando eri lì col megafono a parlarci del tuo mondo e ci dicevi come le strade e i vicoli che attraversavi avevano suscitato suggestioni in alcuni dei tuoi racconti .
Eravamo lì quel pomeriggio nu fuosse d’avorie e lo sguardo andava lontano in un infinito senza fine.  E questo era quello che vedevi quando ti affacciavi dal balcone della tua casa.

Grazie Pietro, ciao  buon viaggio!
Massimo
7.03.2017

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                                                                            Kalenarte_Maack di Casacalenda presenta
               “Letture & Territorio_Tra le pieghe del Maack” 
con l’intervento di  Pietro Corsi


L’ultimo weekend di eventi, organizzati dall’Associazione Culturale Kalenarte_Maack di Casacalenda, inizierà con una delle sezioni più sentite e partecipate dell’Aut Out even in: Letture & Territorio_Tra le pieghe del Maack che vedrà l’intervento di Pietro Corsi, uno degli scrittori italo-americani più noti, nativo di Casacalenda. La passeggiata e le letture abbracceranno le componenti vitali del progetto Kalenarte, dalla Galleria Franco Libertucci, nata come conseguenza del museo all’aperto grazie alle donazioni dei tanti artisti interessati, sino all’Efesto del giapponese Hidetoshi Nagasawa del 1992, anno d’impulso per Kalenarte e di quello che oggi chiamiamo MAACK: Museo all’Aperto d’Arte Contemporanea Kalenarte.Nato in Molise, a Casacalenda, nel 1937, a metà degli anni ’50, Pietro Corsi si è trasferito a Roma, dove ha lavorato da libero traduttore per l’industria cinematografica. In quegli stessi anni ha collaborato con Michele Galdieri alla creazione di diversi programmi radiofonici. Come egli stesso afferma si è ritrovato a vent’anni per le vie del mondo, prima in Canada, nel 1959,  dove ha collaborato al giornale canadese in lingua italiana "Il Cittadino Canadese". Proprio tra quelle pagine di giornale è nato il suo primo romanzo La Giobba (edizioni Enne, 1982, in inglese “Winter in Montreal”) oggi considerato, nel mondo accademico, un classico dell’emigrazione del secondo dopoguerra. Poi tra Los Angeles e Acapulco, come commissario di bordo della prima nave da crociera. Ha girato il Messico in lungo e largo, fino ad assimilarne cultura e umori. Infatti, molti dei suoi libri hanno uno sfondo messicano, come: Ritorno a Palenche, 1985; Sweet Banana , 1986; Lo sposo messicano, 1989; Amori tropicali di un naufrago, 1989. In Messico, oltre all’ispirazione per la scrittura ha trovato anche l’amore della sua vita, sua moglie, con la quale si è stabilito a Los Angeles, dove tutt’ora vive.
Il suo interesse per la lettura è iniziato quando, in prima media, al Caradonio-Di Blasio di Casacalenda, vinse un concorsino che riguardava un tema in italiano. Per premio ricevette I tre moschettieri, libro che divenne per lui, molto prezioso. Cittadino del mondo, per ventisette anni in mare, iniziando come ispettore di bordo per terminare la carriera con la qualifica di Vice Presidente Esecutivo per una flotta di dieci navi. Pietro Corsi racconta la sua vita in mare proprio in uno dei suoi libri che leggerà a Casacalenda, dal titolo L’odore del Mare (edizioni il Grappolo, S. Eustachio, 2006), dove  ha raccontato le esperienze vissute come dirigente sulle lussuose navi da crociera della famosa compagnia di navigazione americana la “Princess Cruise”.  L’altra lettura sarà estratta da Arabesco (Sovera, Roma 2008), un libro che racconta, tra i suggestivi paesaggi dell’Appennino sannitico, una storia di donne, di briganti e di cuori infranti.
"Come tutte le persone che lasciano la propria terra in età adulta, il mio cuore è sempre restato nel Molise. Ho cominciato a scrivere giovanissimo e la scrittura è stata la mia carica, il mio sfogo, il mio rifugio. (Pietro Corsi)".

Paola Di Tullio
da INFORMA MOLISE.com

TRA LE PIEGHE DEL MAACK
Letture & Territorio Passeggiata a cura di PIETRO CORSI
VENERDÌ 19 AGOSTO
Ore 18.00
Raduno e dialoghi con Pietro Corsi in Galleria Franco Libertucci Palazzo Comunale Via Emilio De Gennaro 83 Casacalenda
Ore 19.30
Centro Storico di Casacalenda – dal balcone – letture da Il profumo del mare ore 20.30
Galleria Franco Libertucci – Auditorium – letture da Arabesco aperitivo offerto da Caseificio Barone Vinchiaturo e Cantine d’Uva Larino a cura dell'Associazione Culturale Kalenarte_Maack Casacalenda (CB)

martedì 7 marzo 2017

...ILMAACK







_la galleria Franco Libertucci
 


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Ministero dei Beni e delle Attività Culturali –
Direzione generale per il Paesaggio, le Belle Arti, l’Architettura e l’Arte Contemporanee
Martedì 10 luglio 2012 alle ore 9.30 presso il  Complesso monumentale del San Michele a Ripa Via di San Michele 22 – Roma

Presentazione del volume:
Luoghi del contemporaneo
Gangemi Editore

_ il MAACK,
Museo all'Aperto d'Arte Contemporanea di Kalenarte a Casacalenda_Molise , è parte integrante di tale ricerca.
Il volume raccoglie i risultati di una ricerca che il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali – Direzione generale per il Paesaggio, le Belle Arti, l’Architettura e l’Arte Contemporanee – a seguito di una procedura di evidenza pubblica, ha affidato a IZI – società di consulenza specializzata nella ricerca applicata in ambito culturale.
La ricerca costituisce un aggiornamento della pubblicazione realizzata nel 2003 dall’allora Direzione Generale per l’Architettura e l’Arte Contemporanea (DARC) del MiBAC e si è posta l’obiettivo di censire, in tutto il territorio nazionale, i centri operanti nel settore del contemporaneo. Il volume, realizzato con la collaborazione scientifica dell’Associazione per l’Economia della Cultura, si propone di essere uno strumento utile agli amanti ed agli studiosi dell’arte contemporanea; esso contiene, sotto forma di agili schede descrittive corredate da immagini, una rassegna comprendente oltre 200 tra i più rilevanti centri per l’arte del contemporanea presenti in Italia. La selezione dei luoghi da inserire nella pubblicazione è avvenuta attraverso l’applicazione di rigorosi criteri metodologici, sottoposti al vaglio di un Comitato Scientifico che ha supportato il gruppo di lavoro durante tutta la durata del progetto.
Nello specifico sono stati inclusi i luoghi in possesso di una collezione di arte contemporanea e/o che organizzino periodicamente eventi di arte contemporanea; che siano aperti al pubblico con continuità e che intrattengano relazioni stabili con il settore pubblico. La giornata di presentazione sarà organizzata in due momenti. Una prima parte sarà dedicata alla presentazione del volume da parte dei ricercatori di IZI e dei dirigenti del MiBAC responsabili del progetto.
Nella seconda parte dell’incontro si terrà una tavola rotonda che permetterà ai funzionari pubblici, ai responsabili delle strutture, agli operatori del settore ed agli studiosi di discutere del futuro dell’arte contemporanea e dei principali problemi che interessano il settore.





07.03.2017






by emilia georgieva

by carmelo  baviglio

un progetto visionario....   
.....questo progetto dovrà essere capace di interpretare i sogni di chi vive la città.......
dovrà essere capace di convincere prima di realizzare, 
di immaginare il futuro prima di risolvere il presente. 
Oggi  serve un progetto visionario che sia in grado di stimolare il desiderio di esserci ....di fare in quanto cittadini di questo territorio...

Latina






ce n'è di strada da fare...

Illustre Direttore,(***)
spesso capita anche a me d'essere scambiato per una persona molto pessimista, abituato a mettere in moto la giusta porzione di senso critico e in particolare nel guardare le cose che fanno il nostro quotidiano, quotidiano di chi vive Latina.
Sono entrato l'altra sera in quella sala del Circolo Cittadino, che, devo confessare, poco amo, per quel suo aspetto un po' ....stantio, ma l'incontro era li e non ci si poteva sottrarre.  L'identità, il presente, il futuro, il centro storico, le  illusioni, le speranze, progetti, piani....c'era di tutto, in una sorta di copia e incolla senza fine. Per fortuna poi siamo giunti indenni alla fine della giostra per poter sentire cento parole di fila con un minimo di costrutto e senso compiuto, legate alla verità storica di questa città, cento parole capaci di raccontare il dramma di un luogo. Un luogo che, come ben diceva Lei, racconta di una città, Latina, che sta morendo.
Abbiamo sentito il bisogno di farle i complimenti a fine serata e desidero anche ora rinnovare il mio grazie.
Purtroppo sembra ai più,  che non sia chiaro quale è il dramma che vive oggi Latina, un non luogo generalizzato che attraversa tutti i quartieri, dalla periferia al centro e viceversa, senza distinzioni: quale l'anima, ci chiediamo, quale il sapore, l'atmosfera.....e perchè poi andare a Piazza del Popolo....per quali contenuti, per quali motivazioni....chi ci dovrebbe andare.
Qualcuno lamentava dei manifesti che invitavano a partecipare ad eventi nelle altre città del Lazio e si chiedeva perchè non avviene il contrario, dimenticando che l'evento lo fanno i cittadini,  le donne, gli uomini che sono comunità. Lo fanno le persone che vivono il loro quotidiano riconoscendosi sotto l'identità di un luogo, persone proprietarie di quei beni immateriali che noi non conosciamo, che noi non possediamo. 
Una cosa banale, troppo semplice, un valore solo culturale che sfugge ai più. Oggi questa cosa, a Latina diventa ancora più difficile da trovare perchè come giustamente diceva Lei, non solo non ci conosciamo, ma non sappiamo neanche chi siamo, non sappiamo quali i nostri desideri, le passioni....se abbiamo delle peculiarità, dei valori da raccontare da raccontarci. Chi è cosciente di questo purtroppo appena può va via, mette fine a momenti continui di umiliazione. E di esempi ne abbiamo tantissimi oramai.
Di sicuro siamo un ottimo dormitorio, una porzione di una grande periferia e le prospettive, i numeri, i sondaggi  ci dicono che lo saremo ancora di più. Periferia strana però, perchè a volte ci si può imbattere anche in periferie vive, capaci di generare corti circuiti. La nostra è periferia dormiente, costantemente sotto farmaci anestetizzanti.... salvo occasioni particolari dove a tutti è permesso svegliarsi e salire su carrozzoni orribili che a volte di passaggio per Piazza del Popolo si fermano:  e il popolo felice può godere a comando.
Altro che identità, presente, futuro, centro storico, illusioni, o speranze .....la città ha avuto respiro fino agli anni settanta, poi il nulla: una collezione infinita di carta, progetti, idee che da una parte rappresentano l'inconcludenza di chi ha governato questa città, dall'altra l'incapacità di fare quadrato intorno ad un'idea, anche minima, semplice, elementare. Avevamo, abbiamo bisogno di un progetto qualsiasi ma capace di trovare una città che ci crede, un progetto utile a creare quell'amalgama, quel terreno di coltura che da solo può tenere insieme le persone. E'  mancato, manca, il segnale forte, quello strutturale, diremmo oggi quando pensiamo alle beghe nazionali...e purtroppo anche qui  tutto torna anche se a scale diverse.
In cambio da diverso tempo, da troppo tempo  pannetti caldi, pezze e toppe utili solo al tirare a campare. Manca il piacere della scommessa, il piacere di progettare un sogno, pensare ad un'utopia da realizzare, una calamita nei confronti di chi annoiato attraversa la città e non ne capisce il senso.
Oggi è più facile per i più dire a bassa voce alla Razzi....ma chi te lo fa fare!!!
Sono le opere pubbliche, come diceva Lei, Illustre Direttore, quelle che rappresentano una comunità; sono dieci anni o quasi che il Tribunale "nuovo" è lì, opera incompiuta....buttata lungo un autostrada come una " palazza " qualsiasi, cantiere incompiuto a rappresentare molto bene l'immagine di un'epoca, di questo momento storico tanto triste. Eppure un edificio come il Tribunale avrebbe dovuto avere un senso urbano, una sua dignità, una sua forza urbana in nome del significato che porta dietro....oppure anche qui, pur stando nelle retrovie dell'impero, respiriamo il vento dei tempi e il Tribunale può anche essere una palazza qualsiasi buttata lì senza un minimo di senso, entro un cantiere infinito...a ridosso di una strada a scorrimento veloce.
Per il resto deserto. Deserto assoluto.
Poi non più tardi di un anno fa, era il 12 dicembre se non sbaglio...e in quell'occasione  l'ultima o la penultima perla.  Il Comune di Latina, l'Ordine degli Architetti, il Premio Lusana, aprono ad un Concorso d'idee per una rivisitazione (?) della Piazza del Popolo.  Agli atti ci sono i bandi, i partecipanti, i vincitori e quant'altro utile anche a capire sull'esistenza o meno di quel punto interrogativo posto un rigo sopra.
Di sicuro posso aggiungere di essermi sentito molto onorato, veder vincere la mia proposta....salvo poi imbattersi qualche ora dopo in un paio di persone.








La prima mi dice: Architetto ma è sicuro che gliela  fanno fare? e l'altra a rinforzo : .....ma si è trattato di una esercitazione di stile.?   Gliela fanno fare. Esercitazione.
Non riporto i pensieri di quei momenti,  preso a godermi una situazione che ho voluto tra l'altro condividere con cinque giovani architetti della città,  ne' ho voglia ora di aggiungere altro se non l'augurio ai tanti giovani a guardarsi intorno......Ulisse insegna. Per Latina attendiamo da loro un sanifico corto circuito "contemporaneo".
Si l'altra sera di tutto si è parlato, ma non abbiamo registrato  un minimo d'anelito di contemporaneità,  ne'  volontà... visionarie.
......Ottanta anni dopo, ed è tempo per riflessioni e sguardi visionari, tempo per nuovi segni capaci di rilanciare il messaggio della modernità, rappresentato proprio all’inizio del secolo scorso, dalla fondazione delle città nuove......
L' ironia della storia che vede Littoria più moderna di Latina.
Oggi, 24 Novembre 2011 il  giorno dopo, il mio grazie al Dottor Damiano Coletta e a Rinascita Civile per la serata che ci ha permesso queste riflessioni, a lei Illustre Direttore  il piacere di rinnovare  la nostra stima.... ce n'è di strada da fare.
Massimo Palumbo

24.11.13
(***)
Alla cortese attenzione del Direttore di LatinaOggi
Dott.  Alessandro Panigutti
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Massimo Palumbo Architetto Latina










giovedì 2 marzo 2017

premio pritzker 2017




premio Pritzker 2017
 





Tre architetti catalani – Rafael Aranda, Carme Pigem e Ramon Vilalta – hanno vinto il premio Pritzker 2017, il più prestigioso premio internazionale per l’architettura. Aranda, Pigem e Vilalta lavorano in Catalogna e non sono molto noti fuori dalla Spagna. Nel 1988 hanno fondato lo studio RCR Arquitectes nella piccola cittadina di Olot, vicino a Girona e da allora si sono occupati soprattutto della realizzazione e del restauro di edifici nell’area circostante, nella zona dei Pirenei. La caratteristica principale dei loro lavori, spiega il Guardian, è lo sforzo di inserire le loro opere all’interno del paesaggio, scegliendone accuratamente i materiali da costruzione e la posizione.Tra i progetti più caratteristici dei tre architetti catalani c’è la cantina di Bell-Loc, terminata nel 2007 a Palamòs, sulla costa non lontano da Girona. L’edificio, utilizzato per conservare vini da un’azienda locale, è interrato e quasi invisibile dall’esterno. Per raggiungere le celle del vino bisogna attraversare un percorso coperto da una lamiera di metallo ondulata, interrotto da feritoie che lasciano entrare fasci di luce. Anche la pista di atletica di Tussols-Basil, terminata nel 2000, è quasi invisibile, circondata dalla foreste e con gli spalti coperti d’erba e immersi tra gli alberi.l Guardian dice che questa è una delle prime volte in cui il prestigioso premio Pritzker viene assegnato a un gruppo di architetti relativamente sconosciuti fuori dal loro paese. L’anno scorso il premio fu vinto dall’architetto cileno Alejandro Aravena e già allora rappresentò una rottura con il passato. Aravena è molto noto nel panorama internazionale, ma i suoi edifici destinati spesso all’edilizia sociale sono considerati poveri rispetto ai grandi progetti culturali vincitori delle precedenti edizioni.
by POST  1 marz0 2017



mercoledì 1 marzo 2017

latina


LATINA
...quando eravamo belli, biondi e con gli occhi blu!

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.....la città e prima ancora la Bonifica da Palude (Baldini&Castoldi, prima edizione Donzelli, 1995). di Antonio Pennacchi

"A dire il vero, non è poi affatto vero che l’abbia fondata Mussolini, la città. Lui non la voleva proprio. Gli è nata per sbaglio. Anzi, non è proprio figlia sua. E’ di un altro. Anche se dopo ci si è affezionato per davvero e le ha voluto bene come a una figlia. Anzi di più, visto che a quella vera l’ha fatta diventare vedova. Vedova Ciano.
Mi spiego. La bonifica delle Paludi l’ha voluta lui. E’ vero, anche qui, che i progetti ed i disegni di legge erano stati già approntati qualche anno prima che venisse su il fascismo. Ma loro, poi, l’hanno voluta per davvero. Ci hanno investito in capitali - dello Stato, naturalmente - ma soprattutto in energie e volontà politiche. C’è qualche storico che sostiene che solo uno stato forte - quale era indiscutibilmente il loro - poteva essere in grado di bonificare le Paludi Pontine, sia per gli enormi interessi che si andavano a toccare, sia per gli ancor più enormi sacrifici umani che si andavano ad imporre: masse di operai bonificatori e, dopo, di coloni, sottoposte a migrazioni, malaria, duro lavoro e stenti. Con problemi, oltretutto, di governabilità di questi flussi e di vero e proprio ordine pubblico.
La Bonifica, comunque, va ascritta a lui (anche se, nella realtà effettuale, l’hanno fatta gli operai. E le cifre vere dei morti per malaria, nel periodo 1928-32, il fascio le ha sempre tenute ben nascoste).
Ma la città, no. Nel progetto originario non era assolutamente prevista la costruzione di città. Solo di piccoli borghi, con la chiesa, la dispensa, Casa del Fascio ed osteria. Punto e basta. Dovevano servire soltanto come appoggio alle comunità rurali.
Difatti era questa la parola magica, risolutrice d’ogni problema italiano: la ruralizzazione. La città era male, la campagna era bene. (Più o meno come Pol-Pot, che anche lui saranno affari suoi quando arriva da San Pietro.) E poi in città, nei quartieri operai, la gente s’ammassava. E mormorava. E gli venivano idee balzane. E poi rompevano le scatole. In campagna, invece, la gente lavorava. E basta. Dissodava la terra, andava a messa e faceva il suo dovere. La ruralizzazione, in pratica, era il nocciolo dell’ideologia fascista. E quando gli sono arrivate la sanzioni - a causa dell’aggressione all’Abissinia - a loro non è sembrato vero: hanno piantato il grano in tutte le aiuolette di tutti i giardinetti di tutta Italia. E obbligavano pure gli impiegati, i dottori e i commercianti ad andare a zappettare. Tutti contadini, in un modo o nell’altro. Era la mistica fascista che si reificava.
Quindi il Duce le città non le voleva. Solo borghi di campagna. Niente città. Non erano previste, almeno in questa plaga che il fascismo stava redimendo, e che doveva plasmare a sua immagine e somiglianza. L’Agro Redento - là dove prima stava l’inferno delle Paludi Pontine - doveva esserne l’emblema. E il monumento millenario. Del fascismo.
Tutto il lavoro venne affidato all’Opera Nazionale Combattenti (Onc). Regolare: come Giulio Cesare, che premiava i veterani delle sue legioni assegnandogli delle terre, così le nuove terre del Pontino venivano assegnate ai reduci della Grande Guerra. E non solo i poderi già bonificati e da coltivare, ma l’intera impresa. Da programmare, da organizzare, da gestire. E ci voleva, a capo, qualcuno all’altezza del compito (in fin dei conti erano secoli che ogni tanto si tentava la bonifica, ma tutti ci avevano sbattuto le corna: Cornelio Cetego, Giulio Cesare, Nerone, Teodorico, i frati Cistercensi, Leonardo da Vinci, Pio VI).
Il Duce nominò a presidente dell’Opera Combattenti e Commissario straordinario di Governo il conte Valentino Orsolini Cencelli. (Da non confondere assolutamente col Cencelli che, qualche anno dopo, diede vita al famigerato Manuale che serviva di base - come una bussola - alle correnti democristiane per procedere alle cosiddette lottizzazioni e spartizioni di ogni genere. Questo, di Cencelli, era solo omonimo.)
Il conte Cencelli era un uomo grosso. Alto. Robusto. Un pezzo d’uomo. Intelligente. E intraprendente. Era fascista fino al midollo. Ma era uno con un altissimo senso dello Stato, oggi si direbbe un grand commis, un manager efficientissimo, che troppo spesso - purtroppo per lui - pensava pure con la sua testa. Era uno di quei fascisti che adesso vengono definiti “di sinistra”, nel senso che era proprio convinto di fare gli interessi del popolo. E che, anzi, quello era l’unico modo di farli davvero: visto che il popolo - ma non è colpa sua, poverino - è fatto di gente ignorante e che non ci arriva, chi ci arriva deve pensare anche per lui. Deve sferzarlo, a volte, purtroppo. Per sforzarlo in qualche modo a fare il suo interesse. Che da solo non lo farebbe. Come i ragazzini d’altronde.
I coloni lo vedevano col fumo agli occhi. Ma - prima di loro - col fumo agli occhi c’erano stati tutti i coinvolti nei lavori di bonifica: maestranze, subappaltatori, imprese appaltatrici, progettisti, direttori e assistenti vari. E le famiglie nobiliari, vecchie proprietarie dei fondi. Gli aveva fatto vedere i sorci verdi.
Stava dappertutto. Con la frusta in mano; letteralmente. Non vestiva la divisa. E nemmeno la camicia nera. Era un eccentrico. Andava in borghese. Su una Balilla. Ed a cavallo. In mezzo al fango, nei pantani, tra le selve. Piombava come un falco nei cantieri, su ogni squadra di operai. Con un vestito marrone a righe, e la cravatta. Il Borsalino in testa. Gli stivali di cuoio nero, a mezzagamba, sui pantaloni alla cavallerizza. Ed il frustino. Pareva un fattore, non il presidente. Tirava sempre fuori dalla sacca il disegno giusto, ed il contratto. Controllava. E dopo baccagliava. Sempre. Trovava sempre qualcosa che non andava. Come i carabinieri quando ti fermano per strada, con la macchina. Pareva Charlton Heston nei Dieci comandamenti, prima che scopre d’essere un ebreo.
Si narra che qualche volta lo abbia proprio usato, quel frustino. Sulla faccia di un paio di capoccia che accampavano scuse per giustificare dei ritardi, nello scavo dei canali. E più nessuno ha tentato di menarlo per il naso, dopo i primi tre mesi di lavoro.
Pare che non facesse troppe storie, con le imprese, per i prezzi delle opere. Non ha mai tentato di strozzarle e di estorcere sconti risicati. Ma la regolarità e la qualità dell’esecuzione e - soprattutto - la data di consegna dei lavori, prevista dal contratto, erano, per lui, qualcosa di sacro ed inviolabile. Guai a chi sgarrava. Guai a chi non rispettasse un patto. Fosse pure solo quello di spalare un po’ di fango.
Le famiglie nobiliari le aveva messe all’angolo all’inizio. Aveva fatto convocare il principe Caetani - erano loro, da secoli, i maggiori proprietari delle Paludi, insieme agli Annibaldi, ai Borghese ed ai Colonna - dal ministro dei Lavori pubblici, il giorno dopo che il Duce lo aveva nominato. Il ministro cominciò con un po’ di convenevoli. Ma lui lo interruppe subito e prese di petto il principe: “Le chiacchiere stanno a zero. O le tue terre le bonifichi tu, coi soldi tuoi, oppure le bonifico io, coi soldi miei.” (Lui si sentiva proprio l’Onc.) “Ma poi ti esproprio tutto”.
“Fai quello che ti pare”, gli ha risposto il principe Caetani. “Ma chi si crede d’essere?” ha detto poi al ministro, quando Cencelli se ne è andato.
I Caetani erano lì da sempre. O, almeno, i loro amministratori, appostati dentro il castello di Sermoneta. Loro stavano sempre a Roma, a fare i papi. Nel senso che facevano la dolce vita; oltre alle camarille e alle congiure, e alle guerre contro gli altri nobili. Guerre vere, con le spade, i coltelli e gli archibugi. Per assicurare alla famiglia quanti più Papi veri, e cardinali.
I soldi per fare la dolce vita a Roma glieli davano le Paludi. Gliene davano in abbondanza. Così com’erano. Senza toccarle. Senza neanche vederle. Senza un po’ di melma o una zanzara. Glieli portavano direttamente a Roma i grossi mercanti di campagna. I soldi. Dentro i sacchetti. Poi si arrangiavano tra loro. I mercanti. Da bravi rapinatori. Coi disboscamenti, pel carbone. Con le mandrie di cavalli. Coi diritti di pascolo, di caccia nei boschi, di pesca nei laghi e nelle piscine. E ci combattevano loro col piccolo popolo malarico: pastori ciociari e abruzzesi, butteri burini e braccianti.
A prosciugare le paludi non ci avevano mai pensato. Fossero stati matti. E chi glielo faceva fare? Quando s’era intestardito papa Braschi, Pio VI, lo avevano sabotato in ogni modo. Mandavano ogni giorno bande di sezzesi, o di sermonetani, a far dighe nei canali, coi passoni di legno e con le frasche, come i castori. Complice Napoleone - che se l’era portato via, quel papa rompiballe - le guardie svizzere smisero ben presto di sparare ai sermonetani. E la palude riprese il sopravvento. Poi neanche Garibaldi - che pure ci si era messo - ce la fece contro di lei. E contro la malaria. E contro i principi Caetani. “E’ buono Cencelli... La palude è lì da sempre”. Nessuno ce l’avrebbe spuntata. Era come voler far girare la terra all’incontrario. Era un voler buttare i soldi, come nel Fucino i Torlonia: “Ci provasse...”, era sicuro il principe Caetani.
Il conte Orsolini Cencelli non ci stette a pensar su. Suonò le trombe, e l’Opera Combattenti scattò all’assalto. Prima fu scavato il Canale Mussolini (adesso Canale delle Acque Alte), perché togliesse via e portasse per conto loro a mare tutte le acque che da nord, extra-palude, venivano a impantanarsi e dar fastidio qui. Poi fu aggredito il cuore: tutta la zona di Piscinara - quella, cioè, tra l’Appia e il mare e da Cisterna fino a Borgo Faiti, e che adesso è il Comune di Latina - e le Paludi del Quartaccio, da sotto Sezze fino a Terracina. In due anni era tutto seccato, disboscato e appoderato.
Quando s’accorse dell’aria che tirava, e che questo faceva per davvero, il principe Caetani si mise le mani nei capelli. Era tutto quanto suo, dai monti Lepini fino al mare. E quello glielo aveva confiscato.
Per conservarsi quelle poche migliaia d’ettari che stanno tra l’Appia e Sermoneta, dovette sbrigarsi a bonificarle lui, con fossi, canali, appoderamenti, dissodamenti, casali, stalle, bestiame, attrezzature e mezzadri, cercati di corsa in tutta Italia. E tutto sotto il rigido controllo di Cencelli, che si fece pure strapagare quel pezzo di Canale Mussolini che passa in quelle terre, e che aveva scavato lui. Quello che non aveva fatto in settecento anni, il principe Caetani s’è dovuto sbrigare a farlo in sette mesi.
Cencelli, intanto, andava di gran carriera. Dopo la bonifica idraulica ed il prosciugamento era partita, quasi assieme, la cosiddetta bonifica integrale. Le terre andavano messe subito a coltura. Già nel ‘31 cominciarono ad arrivare dal Veneto i primi coloni. E anche lì pretendeva precisione. Doveva essere una manovra militare, un meccanismo sincronizzato ad orologeria.
Partivano nelle tradotte. Famiglie intere. Con gli attrezzi e masserizie - poche, trattandosi di scannati - oche, galline, maiale, qualcuno anche il somaro. Tutti dentro i vagoni merci. Pure i miei. E quelli di Palude e Nino Delorto.
Alla stazione di Cisterna in primo tempo e poi a quella di Littoria Scalo, trovavano la banda con la musica, e i banconi di ristoro. Col pane e caffelatte. Col vino e con la grappa. Poi tutti sopra i camion, che li scaricavano a destinazione: ogni famiglia nel podere assegnato.
Quasi tutti ex-mezzadri o fittavoli - rovinati fin nel poco che avevano dalla crisi del ‘29 e, più ancora, dalla quota 90 - erano abituati a vivere in stamberghe decrepite, nei fienili e nelle stalle. A buon bisogno, però, lungo il viaggio avevano provato pure nostalgia, e un po’ di panico per quel che li aspettava: “Chi lascia la strada vecchia per la nuova” avranno rimuginato, chissà per quante volte, nelle lunghe ore dentro quei carri merci.
Scendevano dai camion ed ogni nostalgia restava dentro, sul cassone. I campi erano già stati tutti quanti arati. Dalla Motomeccanica. Con le Pavesi. E con le macchine ad argano, le Favole: una fissata al di qua e l’altra al di là della capezzagna, e gli argani trainavano avanti e indietro l’aratro da scasso conficcato nel terreno. Terra che da millenni - e forse mai - l’uomo non s’era permesso di sfiorare. La prima aratura. Il primo scasso. Aratura profonda più di un metro. Adesso bastava seminare.
I casolari - che subito hanno qui assunto il nome di poderi, significando la parte con il tutto - nuovi di zecca. Grossi, ariosi, pieni di stanze. Tutti dipinti con un bel celeste. Sull’aia il pozzo. Con la pompa di ferro a forma di fascio: la bocca sull’albio. Bastava riempirlo, l’albio, e sarebbero arrivate le bestie, ad abbeverarsi. E il secchio attaccato alla pompa, con dentro il mestolo di rame, per i cristiani. E porte, finestre, vetri e zanzariere. E gli arredi dentro. La madia, i tavoli, le sedie. E dentro la madia c’era già del pane fresco. E nel camino ancora immacolato c’era la legna pronta. E il paiolo attaccato. E la scatola di prosperi sul cornicione della cappa. Bastò accendere. Cencelli aveva pensato a tutto.
Ma non erano arrivati alle Maldive. E negli anni che seguirono tutti, più volte, affogarono nei rimpianti: “Chi me lo ha fatto fare”. E tante famiglie ripresero la via del Veneto: “S’agò da crepàr de fame, mejo che ‘l mora ‘nt’al me leto” (Se debbo morire di fame, meglio morire a casa mia). Subito nei primi giorni ognuno andò a prendersi, nei centri di raccolta, la vacche maremmane che spettavano. E poi dovette mettersi a lavorare. Col fiato dei fattori sempre sopra il collo: a controllare ogni lavoro, a rimarcare ogni inadempienza. Peggio che sotto la vita militare.
I primi raccolti furono anche scarsi. Una desolazione. Nessuno gli aveva detto che la terra vergine, messa a coltura, ci vuole un due o tre anni prima che renda qualche cosa. Si raccoglieva, letteralmente, meno frumento di quanto se n’era seminato. Neanche la soddisfazione. Ma i fossi andavano ugualmente puliti a perfezione. Perfino con la scopa. Tutti i fossi di confine, e quelli comunali o consortili prospicienti. Perfino le scoline. Era una mania, questa dei fossi, per Cencelli. Era fissato. Secondo lui dai fossi sarebbero dipese, in sempiterno, le sorti dell’Agro, o sarebbero tornate le Paludi. E rompeva le scatole a tutti, coloni ed ingegneri.
Anche il seminato lo decidevano i fattori: “Qui l’orzo, là il grano, qui la canapa e là le barbabietole”. Guai a chi fiatava. Il raccolto andava all’ammasso. Tutto all’Opera. Loro poi assegnavano ad ognuno il sufficiente per andare avanti: un tanto di grano a persona; metà, per le donne e i bambini. Nessuno poteva piantarsi un po’ di vigna per conto suo. O andare a lavorare a giornata fuori. Chi veniva preso tornava in Veneto. Armi e bagagli. Con tutta la famiglia. Come chi rubava il grano, il giorno della trebbiatura, facendo sparire qualche sacco. Erano doberman, quei fattori. Ammaestrati da Cencelli. Che ogni tanto piombava pure su di loro. E sui coloni. A tradimento. Meglio la Legione Straniera.
Lo odiavano. Letteralmente. Ogni giorno, a Palazzo Venezia, arrivavano lettere anonime. A volte pure firmate. E qualche volta lettere anonime firmate (proprio così). Sgrammaticate. Senza una doppia. Con la calligrafia incerta e tutta storta: “Carro Duce pensaghe tì chesto el ne copa” (Caro Duce, pensaci tu, questo ci uccide).
Le proteste arrivavano da ogni parte: via parroco, via Podestà, via capimanipolo, via Federale, via maestre elementari, via medici condotti. E soprattutto tramite i sindacati, che nella zona di Pontinia arrivarono a proclamare una specie di sciopero. I sindacati fascisti, mica la Cgil che non c’era.
Il Duce faceva l’ingenuo. Faceva il magnanimo: “Ma non ci posso credere. Richiamerò Cencelli all’ordine”, diceva al Beato don Torello che s’era incazzato un po’. Ma dentro di sé pensava: “Vai col tango Cence’, che se la rivoluzione non è un pranzo di gala figùrati una bonifica. E che ti vai a mettere, i guanti di velluto?”
Il conte Valentino Orsolini Cencelli ha sempre goduto la massima stima e fiducia del Duce, del re e del governo. Gli hanno dato carta bianca. Almeno fino a quando non è arrivato al mare.
Poco dopo il ‘35 gran parte del lavoro era finito. Tutte le città già costruite, ed in progetto anche Pomezia. I poderi avevano ammassato un quarto raccolto. L’Agro era redento fino alla duna quaternaria, che corre parallela a quattro chilometri dalla costa.
Tra questa duna - che è una specie di pianoro a 30 metri s.l.m. - e la duna costiera o tumuleto, alta una quindicina di metri e che si affaccia sulle onde, c’è una vallata bassa, con quote al di sotto del livello del mare. L’acqua che arrivava qui - da millenni - qui si fermava. Era una specie di catino. Una laguna, da Torre Astura fino a Terracina. C’erano quattro laghi veri e propri e tutta una serie di pantani. Una laguna puzzolente - acqua stagnante - ed infernale. Il dottor Rossetti narra di un signorotto a cavallo, moro, coi baffi, che se ne veniva lungo il ciglio del tumuleto, all’altezza di Capoportiere. Il cavallo fa uno scarto. Ha inciampato. Sono scivolati giù, lungo la sabbia, cavallo e cavaliere. Non sembravano neanche preoccupati. Sono scivolati calmi. Sulla sabbia. Ma sono finiti dentro il lago di Fogliano. Prebonifica. Un metro solo d’acqua. E, sotto, una trentina di metri di fango. Limaccioso. Il pantano li ha imprigionati subito. Lentamente. Ma senza scampo. Hanno provato, gli altri, a dar soccorso. Niente da fare. Ingoiati in dieci minuti. Dal fango. Cavallo e cavaliere. Altro che sabbie mobili. Altro che i film di Tarzan.
Andavano innanzitutto bonificati i pantani e, per evitare che si impantanassero di nuovo, ne andava alzato il livello, con le colmate: milioni di metri cubi di terra da prendere da un’altra parte e trasportare qua. Poi irreggimentare i laghi. Con sponde fisse. E assicurare gli sbocchi al mare - con canali e pompe idrovore - e i flussi di acqua nuova e, per evitare ogni stagnazione, aumentare la profondità dei laghi stessi. Scavando.
Cencelli s’accinse pure a questo.
Chiamò i proprietari, le solite quattro famiglie nobiliari latifondiste: “O bonificate voi oppure bonifico io. Però vi esproprio tutto. Come l’altra volta”.
Com’è come non è, una settimana dopo lo chiama il Duce a Roma: “Ho deciso di accettare le tue dimissioni”.
“Duce, non ho capito. Io non ho dato nessuna dimissione”.
“Le proteste dei coloni hanno toccato il cuore del Partito ed anche il mio. Hai esagerato, con le tue angherie. Dimettiti!”
“Duce!” salutò Cencelli. Ed obbedì.
Il giorno dopo il presidente dell’Onc era Araldo di Crollalanza. Un altro nobile. Marchigiano-pugliese. Ministro dei Lavori pubblici.
I coloni smisero di protestare. E festeggiarono, insieme ai loro sindacati: “Il Duce sì che fa giustizia. Tutto sta a fargliele sapere. E’ il contorno...”
L’Opera Nazionale Combattenti - diretta da Crollalanza - ha bonificato a regola d’arte i laghi costieri. Interamente a spese sue. Ovvero nostre. E quello che ancora si chiama Pantano d’Inferno è, oggi, una delle zone più fertili d’Europa. Ma la proprietà dei laghi (Fogliano, dei Monaci, Caprolace, Sabaudia) è rimasta, naturalmente, dei vecchi proprietari. Alla faccia di Cencelli.
Il quale è tornato a casa sua. E c’è rimasto. Messo a riposo. A poco più di quarant’anni. Senza mai deflettere dalla sua fede nel Duce e nel fascismo. Sempre in attesa che qualcuno lo chiamasse, per tornare umilmente - secondo lui - a fare il servitore del popolo e dello Stato. Ma ha fatto le ragnatele per trent’anni, nel salotto di casa. Solo negli anni sessanta il Federale s’è ricordato di lui. E gli ha chiesto di candidarsi al Senato. Lui s’è prestato. Non gli pareva vero. Comizi dappertutto: “Ho lasciato questa terra che era un fiore”. Ma è stata una débâcle. Al Senato il Msi ha preso la metà dei voti della Camera. I coloni lo odiavano ancora. Altro che Democrazia Cristiana, piuttosto che votare lui avrebbero votato Giuseppe Stalin.
Resta, comunque, che la città l’ha fondata lui. E’ Cencelli il padre vero, non il Duce.
Nei progetti era prevista solo la costruzione dei borghi, come già detto. E a ognuno di questi borghi sarebbe stato dato il nome di una celebre - in quanto sanguinosa - battaglia del ’15-18: Borgo Piave, Podgora, Grappa e via di seguito. Uno però - quello posto al centro delle ex-Paludi - si sarebbe chiamato Borgo Littorio.
Una mattina dell’inverno 1932 - la bonifica era iniziata nel `28 - Cencelli s’è svegliato con un’idea: “Ma perché non facciamo una città?”
Non ci ha pensato sopra: “Ma quale Borgo Littorio...” e si è fatto chiamare un architetto: “Progettala!”
Quello non se l’è fatto dire due volte. Si chiamava Oriolo Frezzotti. Era il meno brillante, nella conversazione, dei suoi compagni di corso. Sembrava pure quello che avesse meno idee, perché aveva meno parole. Ma il mese dopo s’è presentato da Cencelli con tutti i disegni pronti. Pianta radiante e ottagonale della città. Piazze, vie, giardini. Rete fognante. Rete idraulica. Disposizione di tutti gli edifici pubblici. Quartieri residenziali. Era tutto previsto da qui ai prossimi cinquant’anni, per una città di 40 mila abitanti. Ed erano belli e pronti - insieme al piano regolatore e ai progetti urbanistici - tutti i disegni di tutti gli edifici: comune, chiesa, caserme, genio civile, casa del fascio, circolo ricreativo, albergo, bar, cinema-teatro, palazzi di abitazione per gli impiegati, case popolari, autostazione e vespasiani.
Il Duce non sapeva niente. Era rimasto ai borghi. Del resto, in quel periodo, aveva altro a cui pensare. Le Paludi le aveva affidate all’Onc, gli aveva dato i soldi, li aveva riempiti di potere: ci pensassero loro. E ci era venuto, sì e no, due o tre volte, in visita di cortesia.
“Chissà com’è contento quando glielo dico”, pensava Cencelli.
Quando il Duce, alla metà di giugno, è tornato da un viaggio all’estero, ha trovato sulla scrivania, nel salone del Mappamondo in Palazzo Venezia a Roma, un appunto che lo invitava ad essere in Palude, il 30 di quel mese, per mettere la prima pietra della città di Littoria. Manca poco e gli prende un colpo: “Che è sta storia?”, ha urlato al segretario.
Quello gli ha spiegato. E gli ha spiegato pure che Cencelli era un bel po’ di giorni che veniva lì, per vedere se lo trovava.
“S’è montato la capoccia? Questo fonda le città. Ma chi si crede d’essere, Giulio Cesare? E la ruralizzazione? Ma che per caso parlo arabo? Se lo prendo me lo mangio”.
Cencelli diventò uno straccio quando il segretario del Duce lo chiamò al telefono: “Mi sa che è meglio che non ti fai vedere per un po’.”
Provarono pure a fare marcia indietro. Ma era troppo tardi: i lavori appaltati, e piazze strade ed edifici già squadrati dagli agrimensori, coi picchetti di legno piantati nel terreno.
“Questa passi, per adesso”, disse il Duce: “Ma che sia la prima e l’ultima. E piccolina. Solo un borgo un po’ più grosso”.
E il 30 di giugno del 1932 Cencelli pose la prima pietra della torre comunale, che era pure la prima pietra della città. Ci sono le foto che lo ritraggono col Borsalino in testa e la cazzuola in mano. E un prete a fianco, che dà la benedizione.
Il Duce era rimasto a Roma. Incazzato nero. E aveva dato pure ordine che nessun giornale desse risalto alla notizia: “Noi bonifichiamo terre perché siamo un popolo rurale. Di città ne abbiamo pure troppe. Non sappiamo che farcene”.
Ma dopo neanche venti giorni la notizia aveva fatto il giro del mondo. La stampa estera la pompava a tutto spiano. Dagli Usa al Giappone, alla Cina, alla Russia, tutti non parlavano d’altro. Sulla bonifica in sé stessa nessuno aveva speso più di quattro righe. Ma il fatto che si stesse fondando una città nuova colpiva l’immaginario collettivo. In fin dei conti, le ultime fondazioni erano state quelle americane, ma spontanee, una casa appresso all’altra, quasi per caso, non con un disegno preordinato o con un atto d’imperio. Per questo bisognava risalire a qualche papa del Rinascimento. E soprattutto alla tradizione romana: Augusto, Giulio Cesare, Romolo e Remo con l’aratro.
Sai che fanfara. Era il 1932. In America Roosevelt - per far fronte ai guasti del ‘29 - stava appena appena pensando alla politica economico-sociale del new deal. E l’Unione Sovietica s’apprestava a colonizzare la Siberia. La fondazione di Littoria divenne il simbolo di tutto questo. Costruì, anche all’estero, l’immagine buona del fascismo, l’immagine sociale. (Immagine, peraltro, che andò a farsi benedire nel ‘35, quando aggredimmo l’Abissinia.) E vennero da tutto il mondo. Delegazioni tutti i giorni. E visite guidate. A vedere come si faceva. Pure la Russia comunista. Ministri e semplici colcosiani.
Quando ha visto tutto il baccano, e le relazioni entusiaste che inviavano i nostri ambasciatori dalle più sperdute capitali del pianeta, il Duce ha fatto lui la marcia indietro. In quattro e quattr’otto.
E’ andato subito a farsi un giro in zona (stavano ancora scavando le fondazioni) e a dare un’occhiata ai progetti. E appena si sono presentati a Palazzo Venezia i corrispondenti esteri, i cinegiornali, e gli ambasciatori stranieri, era pronto: “Ho fatto tutto io. Io ho avuto l’idea ed ho scelto il luogo. Ho chiamato Cencelli davanti a questa carta, su questo tavolo, e gli ho detto la voglio qua, proprio al centro delle ex-Paludi Pontine. Vero Cence’?”, e si voltava verso di lui.
“Duce! La vostra volontà piegherebbe il ferro”. E sembrava che ci credesse pure lui. Ma forse ci credeva per davvero.
E subito annunciò che, dopo Littoria, ne sarebbero state costruite altre quattro - Sabaudia, Pontinia, Aprilia, Pomezia - e ricostruita Ardea, che era abbandonata da due secoli. La notizia fece fracasso dappertutto. Perfino Le Corbusier scrisse al Duce, e si fece raccomandare dal governo francese, perché gliene facessero progettare almeno una, pure gratis, pure pagando di tasca sua anche i rotoli di carta lucida e le matite. Ha dovuto aspettare Chandigarh, trent’anni dopo. S’è tuffata a volo d’angelo tutta la congrega degli architetti ed ingegneri d’Italia: “Non passa lo straniero”. Tutti quelli che parlavano bene hanno cominciato a parlare più forte. Chi aveva avuto a che fare col futurismo, chi era stato marcia su Roma, chi si sentiva Antonio Sant’Elia o Michelangelo reincarnati. E tutti a sputare su Frezzotti. Non gli è riuscito di togliergli Littoria - perché oramai la cosa era andata troppo avanti - ma nelle altre città nuove non gli hanno fatto progettare nemmeno una fontanella. Poi - così è la vita - caduto il fascio quasi tutti sono diventati di sinistra. Eccetto lui. Che ha fatto il consigliere comunale insieme al Federale fino al giorno che è morto. (Abitava a Roma. E veniva a Latina per le riunioni del Consiglio a spese sue, in corriera. Non è mai mancato a una seduta.) Sui manuali di architettura e sui testi universitari ci stanno tutti - Piccinato, Mazzoni, Montuori, Piacentini - chi citato con un paragrafo, chi con un capitoletto a parte. Eccetto lui. Se lo sono scordato tutti. “Era un gregario”, dice Portoghesi.
Ma poi il Duce s’è innamorato per davvero. Non solo per finta. Per la bella figura, forse, gli è venuto in mente di fare anche le altre. Ma nel cuore gli è rimasta sempre Littoria.
Ha cominciato subito a mettere in croce Frezzotti. Voleva controllare ogni progetto. Aveva da ridire su ogni cosa. E il primo d’agosto - mentre quello già teneva la moglie in macchina per andare ai bagni di Viareggio - gli ha mandato un motociclista a convocarlo. Ha dovuto piantare lì moglie e valigie - sul marciapiede - e montare sul sellino di dietro. Palazzo Venezia. Il Duce lo aspettava sulle scale: “Bisogna cambiare tutto. Non va bene niente”.
“Come? Ma Cencelli...”
“Me ne frego di quel che v’ha detto Cencelli. Voi due pensate troppo in piccolo. Avete progettato un paesotto di campagna”. A Littoria, per fortuna, stavano ancora alle fondazioni. “Camerata Frezzotti: al tavolo da disegno! Ho deciso che sarà capoluogo di provincia”.
E Frezzotti è tornato a casa. Gomma da cancellare, matita, e inchiostro di china. Così è nata piazza della Libertà, la Prefettura, la Banca d’Italia, e l’idea definitiva della città."