sabato 18 gennaio 2014

oggi verdura, ieri...ARCIPELAGHI D'ARCHITETTURA




....era il 1997 a Latina nei
CAPANNONI dell'EX CONSORZIO AGRARIO  a proposito di...ARCIPELAGHI DI ARCHITETTURA
oggi: verdura&verdura ....dal grano passando per l'architettura: non male come percorso!
domani???!!!






Lo spazio "nerviano" nobilitato dalla fatica fisica ed intellettuale dei NO_BUDGET degli anni novanta del secolo scorso.....
il tutto per il piacere di un evento durato  un mese forse meno ed...erano questi i nostri ospiti :
Franco Purini, Francesco Moschini, Giorgio Muratori, Nicola Carrino, Laura Thermes.
Si riconosce Paolo Costanzo, Remigio Coco, Massimo Palumbo.



 

giovedì 16 gennaio 2014

verdura, architettura...

                                                    

    ph. angelo tozzi
 
  latina gennaio 2014
....cultura, verdura, architettura.....Latina 1997  Arcipelaghi d'Architettura, verdura, e poi verdura! quante energie buttate al vento...povera città , poveri noi ....e poi verdura
 



......chi ricorda Arcipelaghi d'Architettura??




 
Solo 17 anni fa
 

...............Il nostro buonasera a quanti presenti seguono oramai per la terza serata consecutiva questa rassegna d'architettura , tra le cose a cui si è fatto cenno l'altra sera vi era l'aver posto attenzione agli spazi aperti, alle periferie delle nostre città, agli spazi aperti. Abbiamo anche detto di aver indagato e posto con frequenza il problema del rapporto fra Arte e Architettura proprio in relazione degli spazi aperti, e questo per verificare la possibilità di interventi concreti e urgenti contro la perdita di identità e la memoria collettiva.
Siamo convinti che l'arte, e gli artisti sicuramente hanno conservato nella società una forma di maggiore sensibilità ed attenzione al "genius loci", il bellissimo polittico di Riccardo Pieroni esposto in questa sala, cui abbiamo posto la nostra attenzione proprio ieri sera ,ci dimostra quanto può un occhio attento e il saper scrutare la realtà che ci circonda con sguardo attento e critico. E' proprio questo il motivo per cui ci è sembrato opportuno riproporre gli artisti, e i fotografi all'attenzione degli architetti.
La rivista dell'ordine La Casa di Pietra ha pertanto coinvolto alla discussione e al confronto artisti e storici dell'arte con l'obiettivo di scambiare esperienze, di
creare sinergie possibili. T eodosio Magnoni, Teresa Zambrotta, Mauro Staccioli, Paolo Balmas, Carlo Lorenzetti, Achille Pace, Baldo Diodato, sono stati disponibili arricchendoci delle loro conoscenze. "Arcipelaghi d'Architettura", una tre giorni dedicati all'Architettura, e per la prima volta a Latina è organizzata una rassegna incentrata sul lavoro degli Architetti della provincia di Latina. Una rassegna dedicata agli Architetti di questo territorio che nell' Architettura, trovano il modo di esprimersi, di raccontare il loro essere, il loro relazionarsi al luogo che si vive. Per questo "Arcipelaghi d'Architettura tra Roma e Napoli", territorio ricco di storia, di esperienze, linguaggi, e ricerche, quasi a formare per l'appunto l' Arcipelago entro il quale navigare.

Nei Capannoni dell'ex Consorzio Agrario, abbiamo assegnato alla vela di Kounnelis, contrapposta a quella di Massimo Palumbo il compito di guidarci, nel mare vasto delle nostre esperienze, dei nostri progetti, delle ricerche, delle Architetture: 140 Architetti, 60 studenti di Architettura di diverse facoltà Italiane, la presenza di Enti e istituzioni, oltre a 27 su 33 municipalità della Provincia Pontina. Volevamo dare visibilità all' Architettura e al lavoro degli Architetti. Riaffermare il valore etico dell' Architettura e pensare in un ottica di crescita della categoria e del nostro territorio.
"Arcipelaghi d'Architettura" voluta con determinazione dal Consiglio dell'Ordine degli Architetti di Latina e provincia e dalla Redazione della Casa di Pietra, è stata realizzata con l'obiettivo di avere per tre giorni, quasi un sogno, un operazione virtuale, una casa per l'Architettura, un luogo che testimoni la volontà di ricerca degli architetti, l'attenzione ai problemi dell' Architettura, che sono sintomo di vitalità e di dignità, che il mestiere di Architetto e la nozione di Architettura portano da sempre con se. Arte e Architettura rapporto interrotto e che crediamo importante rimettere in moto, recuperando il valore del diverso modo di approccio al progetto. Questa sera abbiamo tra noi Nicola Carrino scultore, artista. Carrino tra gli artisti italiani si pone in posizione molto vicino alla figura di architetto. Leggevo in un catalogo di presentazione del maestro Carrino, che in lui c'è " intentio" architettonica. I suoi costruttivi famosissimi non fanno arredamento, non sono suppellettili non arrivano alla fine di un lavoro a coprire carenze altrui, ma costruiscono loro stessi lo Spazio.
Accade molto spesso che nelle operazioni su spazi urbani ,le sculture suppliscono all'architettura quando manca. In modo provocatorio ricordo d'aver chiesto nell'intervista a Staccioli ,se l'arte poteva supplire le carenze architettoniche di molte periferie urbane anonime e senza carattere. Staccioli rifiutava giustamente tale responsabilità all'arte riaffermando invece che per migliorare l'architettura era importante il riuscire tutti insieme a creare un humus adatto e capace di accogliere spinte innovative. Sia l'arte che l'architettura potevano contribuire a questa crescita e alla ricerca del segno nuovo.
Carrino da circa trenta si confronta da solo ma anche con architetti nella progettazione degli spazi urbani, lavorando in un ottica di sovrapposizioni e ricercandone significati dove il luogo è luogo di apertura, di partecipazione sociale, in un progetto teso a riqualificare la città, i luoghi pubblici, l'ambiente.
Al maestro Carrino la parola. Grazie.
14.06.97


 
"La vela nera”   Omaggio a Jannis
 1997
plastica, sabbia di mare
Installazione   500x500
Massimo Palumbo
Arcipelaghi di Architettura Capannoni Consorzio Agrario
LATINA
 

lunedì 13 gennaio 2014

ninfa/latina

    PH. Antonio Vanto 


NINFA
 
il giardino più bello del mondo???
 
    PH.  Carlo Tancredi 
 
 
 


la riqualificazione dell’ex garage ruspi a latina













A proposito della riqualificazione dell’ex garage Ruspi a Latina: la relazione del progetto vincitore del Prof. Cupelloni:

Il progetto vincitore del Concorso per la riqualificazione dell’ex garage Ruspi si caratterizza per il rigore del restauro filologico unito al design contemporaneo dei sistemi di completamento e degli spazi esterni, per l’innovazione tecnologica dei sistemi impiantistici, per l’attenzione alla sostenibilità ambientale e all’ecoefficienza.
La soluzione progettuale si traduce in una architettura limpida, che organizza il nuovo sistema museale al di là dei singoli edifici, coinvolgendo in un generale processo di riqualificazione gli spazi aperti circostanti.

Il progetto di restauro dei caratteri architettonici originari si è basato su una approfondita ricerca storica e d’archivio che ha colto sia la complessa vicenda costruttiva dell’area che i principali caratteri degli edifici, anche grazie a documenti inediti degli anni Trenta e Quaranta.
Il progetto ripropone le colorazioni d’epoca, le partiture dei grandi serramenti, il pavimento in getto opportunamente trattato per la grande sala e le marmette di graniglia nei locali minori, fino allo smusso delle travi ed al mosaico dei rivestimenti. Restaurate le facciate esterne, eliminati gli elementi aggiunti, restituito lo spazio interno al suo nitore riaprendo aperture tamponate, il progetto introduce nuovi elementi di design contemporaneo, quali: plafoni luce/aria, pannelli espositivi mobili, arredi fissi e pannellature in legno chiarissimo, sedili per il riposo e l’incontro.

In termini funzionali, il progetto organizza il foyer, gli spazi espositivi e il bookshop al piano terreno dell’ex garage. Il laboratorio multimediale e l’ufficio per il personale del Museo al piano primo, connessi dalla scala esistente e da un nuovo ascensore. L’ingresso originario viene sottolineato dall’ampliamento del marciapiede antistante e da un lighting wall informativo. Per favorire l’accesso dal piazzale e per ragioni di sicurezza, si introducono due nuovi ingressi ampliando i finestroni centrali.
Il bookshop e la caffetteria vengono disposti - anche per ragioni gestionali - in modo che siano connessi agli spazi espositivi ma accessibili da tutti i cittadini e non soltanto dai visitatori del Museo. Al bookshop si accede anche da via Emanuele Filiberto, mentre la caffetteria trova spazi adeguati al piano terreno della “Casa dei cursori” con una piacevole area all’aperto sotto la corona degli alberi.
Queste soluzioni consentono la destinazione dell’intera grande sala dell’ex garage (circa 800 mq) a spazio espositivo, senza alcuna alterazione della configurazione originaria. Al suo interno una serie di pannelli mobili su ruote - che sembrano richiamare la vecchia autofficina - consentiranno il massimo della flessibilità per mostre, incontri, conferenze, e piccoli concerti grazie ai requisiti di partizione dello spazio e di correzione acustica.

Il progetto ha curato con particolare attenzione il controllo acustico dell’area e del futuro Museo, delineando soluzioni tecnologiche specifiche, che prevedono una riduzione di 23 dB consentendo allo spazio pubblico di rientrare nei valori di norma circa la qualità ambientale acustica.
Per quanto concerne gli aspetti impiantistici, nell’ottica della sostenibilità, il progetto adotta un sistema di condizionamento evoluto supportato da un impianto fotovoltaico che produrrà 26 MWh/anno.

Inoltre, come richiesto dal bando di gara, il progetto propone la riqualificazione del piazzale come piazza del MUSEO e nodo di scambio auto/metro, a supporto della pedonalizzazione dell’ambito di piazza del Popolo.
Si propone di raddoppiare la capacità dell’attuale parcheggio a raso (circa 110 posti) grazie ad un nuovo parcheggio sotterraneo (circa 210 posti su due livelli) che consente di liberare lo spazio a quota zero destinandolo a manifestazioni temporanee culturali e commerciali e, in parte significativa, a verde pubblico.

Il disegno a terra del nuovo piazzale S. Benedetto “racconta” la singolare stratificazione storica dell’area. Una storia disegnata con i materiali ed i loro diversi trattamenti, con il verde e la luce, a partire dalle origini del sito come avamposto antimalarico di Quadrato preesistente la fondazione di Littoria alle varie fasi di costruzione dell’ospedale, dal progetto Stirling per la Biblioteca Comunale alla demolizione dell’ex ospedale.
 

LATINA, 12 NOVEMBRE 2009 -





la fiamma del carabiniere latina




2004_WORKS/LAVORI



2004. Latina
Comune di Latina

Massimo Palumbo Architetto 

Progettazione e Direzione lavori del
Monumento ai Carabinieri  caduti a Nassyria
“la fiamma del Carabiniere”
in Piazza della Libertà  a Latina





 
 
......Lo spazio urbano, tradizionalmente disegnato, ripartito, circoscritto e avvolto dal “costruito”, a Latina diventa unico ed infinitamente dilatato al punto che il costruito quasi vi si dissolve. A dispetto della dimensione e della monumentalità delle architetture che la costituiscono, il vuoto rappresenta il carattere distintivo della città; lo spazio aperto ed il paesaggio predominano, il resto diventa dettaglio, cornice. Ciò si avverte nella città, come nel territorio; da qualsiasi parte si posi lo sguardo aggirandosi per ciascuna delle città nuove si trova sempre un varco dal quale si scorge l’uno o l’altro degli elementi caratteristici di questo territorio: la pianura sezionata dai canali, le colline, il mare.......( MP)
 
 


piastra verde edificio polifunzionale a latina




2012_WORKS/LAVORI


2012.  Latina
"PIASTRA VERDE" Edificio polifunzionale  a Latina
Progetto. Proposta.
Un area strategica che a breve, in ambito temporale, avrà bisogno di una nuova rilettura, per poter creare nuove prospettive per un uso diverso, è l'area-parcheggio di via Verdi con annesso Mercato
Si necessita di una rivisitazione in tempi brevi e a media scadenza temporale.
Tenuto conto della collocazione urbanistica, altamente strategica, (Ospedale Civile, Parco San Marco, Viabilità Interquartiere, Teatro Comunale, prossimità del Centro Storico) è stata prevista una destinazione polifunzionale che, nel “ricollocare“ il mercato esistente,  contempla la realizzazione di un edificio con caratteristiche tali da soddisfare diverse esigenze (parcheggi a diverse quote e d’ interscambio, ampliamento area commerciale, servizi di relax e di ristoro, parco-area verde  uffici pubblici e privati ). 

 
 

il dardo viola




XXV BIENNALE DI SCULTURA DI GUBBIO
04.10.2008
PARCO RANGHIASCI
Curatore
Giorgio Bonomi
Collaborazione di  Cristina Marinelli


MASSIMO PALUMBO
Il dardo vìola
2008
(asta in acciaio verniciato viola sez.100 mm. lunghezza 12.00 m.)


“…un segno per Gubbio.
Una lunga asta in acciaio verniciato, trasversa e dinamica trafigge un costone in pietra presente nel parco Ranghiasci. Nella città delle antiche balestre, un dardo vìola e irrompe nel silenzio severo del parco… è una presenza. Il nostro passaggio alla ricerca di segni, la nostra testimonianza forte e minimale nello stesso tempo.” 

massimo palumbo.


 
 
............in occasione della XXV Biennale di Scultura di Gubbio, inauguratasi lo scorso 4 ottobre, Massimo Palumbo ha presentato un’opera che va direttamente ad interagire con le preesistenze medievali del Parco Ranghiasci, entrando a far parte della collezione permanente della città e superando così il limite effimero della natura temporanea dell’esposizione. L’artista e architetto, il cui operare è solitamente caratterizzato da interventi minimali e rispettosi degli impianti costruttivi con i quali va a dialogare, ama le contaminazioni e l’uso di materiali poveri. Con Il dardo vìola crea una scultura site-specific che s’impone allo sguardo dell’osservatore sia per la sua mole che per il suo colore acceso, ma che, allo stesso tempo, si inserisce con rispetto ed eleganza nell’antico apparato murario eugubino. Una lunga asta metallica viola sembra attraversare e trafiggere, come fosse una freccia, un costone in pietra del parco. Allo stupore del fruitore per la vista inattesa di questo snello “giavellotto”, che si scorge tra le fronde del giardino, si aggiunge il disorientamento per l’ironico gioco linguistico del titolo, che pone l'osservatore di fronte alla spiazzante questione della corrispondenza del nome al soggetto......


CRISTINA MARINELLI


 

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APRE I BATTENTI IL 4 OTTOBRE
LA XXV “BIENNALE DI SCULTURA DI GUBBIO”


La venticinquesima edizione della Biennale di Scultura di Gubbio, che aprirà i battenti sabato 4 ottobre, è considerata dai promotori una sorta di “nozze d’argento” per il grande evento, anche se la manifestazione ha visto i suoi albori nel 1956. La sua rinascita, negli ultimi tre anni, si è avviata dopo una lunga interruzione, grazie all’impegno del Comune di Gubbio e della Provincia di Perugia e al lavoro del curatore Giorgio Bonomi. Si tratta di un’edizione curata in collaborazione con Cristina Marinelli e organizzata a fianco, per alcune sezioni, della Fondazione Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” e della Camera di Commercio, Industria, Artigianato ed Agricoltura.
Si struttura in maniera articolata, comprendendo più sezioni che si inaugureranno in tre diversi momenti: il 4 ottobre, alle ore 15.30, a Palazzo Ducale avverrà il taglio del nastro per la sezione “Collezione e Nuove presenze”, per la Mostra evento “Omaggio a Paolo Icaro” e del Premio Ajò. Dal 1° novembre invece via alla sezione “Accademie: L'artista nel suo farsi” e alla Mostra-concorso per l’artigianato ceramico. Dal 13 dicembre infine la Mostra evento “Plastica/mente. La terra come materia”.
C’è stata la volontà di creare un percorso espositivo per questa nuova edizione che abbraccia la parte alta della città di Gubbio attraverso l’utilizzo di luoghi “nuovi”, belli, accoglienti e importanti quali gli Orti della Cattedrale, interessati da un recente restauro, il Parco Ranghiasci.
“Con la nuova edizione della Biennale – è il commento dell’Assessore provinciale alle attività culturali Pier Luigi Neri – consolidiamo ulteriormente una delle azioni culturali più qualificanti a cui da tempo stiamo lavorando”. Per l’assessore provinciale è da mettere in rilievo anche lo spazio dato ai giovani artisti provenienti dalle cinque Accademie storiche non Statali italiane di Perugia, Bergamo, Ravenna, Verona e Genova che esporranno le loro opere accanto ai grandi maestri.
Già due anni fa è stato pubblicato un catalogo in cui risultano schedate scientificamente tutte le opere del patrimonio recuperato della Collezione del Comune di Gubbio. Si è, inoltre, edita lo scorso anno, con la Silvana Editoriale, La Storia della Biennale di Gubbio e Museo di Scultura Contemporanea che documenta 50 anni di attività e ricorda tutte le centinaia di partecipanti, a vario titolo (artisti, storici, studiosi ecc.), alla iniziativa eugubina.
 

Anche questa edizione contribuirà ad arricchire il Museo della Scultura Contemporanea che si svilupperà nel corso degli anni, nel Parco Ranghiasci e in spazi al chiuso in corso di reperimento.
Tra le tante opere già presenti si contano quelle di Getulio Alviani, Alessandra Bonoli, Nicola Carrino, Nino Caruso, Lucilla Catania, Enrico Castellani, Bruno Ceccobelli, Riccardo Cordero, Nino Franchina, Nedda Guidi, Paul Klerr, Igino Legnaghi, Julio Le Parc, Leoncillo, Carlo Lorenzetti, Teodosio Magnoni, Luigi Mainolfi, Eliseo Mattiacci, Luca Maria Patella, Arnaldo Pomodoro, Cloti Ricciardi, Sol LeWitt, Francesco Somaini, Ettore Sottsass, Pino Spagnulo, Mauro Staccioli, Giuseppe Uncini, Nanni Valentini.
Quest’anno le ‘Nuove presenze’ saranno, all’aperto: Sestilo Burattini, Mario Ciaramella, Michele Ciribifera, Maria Dompè, Annamaria Gelmi, Franco Ottavianelli, Massimo Palumbo.
Negli spazi di Palazzo Ducale: Roberto Almagno, Valerio Anceschi, Vittorio Balcone, Manuela Bedeschi, Carlo Bernardini, Pietro Coletta, Giovanni Di Nicola, Licia Galizia, Adele Lotito, Federica Luzzi, Romano Mazzini, Vittorio Messina, Elena Modorati, Maki, Nakamura, Angelo Ricciardi, Vincenzo Rusciano, Marilena Scavizzi, Giancarlo Sciannella, Valdi Spagnulo, Luisa Valentini, Silvia Vendramel.

Gubbio, mercoledì 24 settembre 2008



 

mercoledì 8 gennaio 2014

laboratorio Palermo alla zisa

 

 

by ARTE e CRITICA

LABORATORIO PALERMO. ZAC E LA RESTITUZIONE ALLA CITTÀ DEI CANTIERI CULTURALI ALLA ZISA


a cura di Daniela Bigi

Questo viaggio è iniziato diversi mesi fa. E mi pare di poter dire che, malgrado sia trascorso parecchio tempo, sia ancora nel pieno del suo ritmo, animato dallo stesso clima e dalle stesse aspettative delle prime settimane.



Veduta interna di ZAC.


ZAC è un'esperienza nuova per l'Italia. E il fatto che sia nata a Palermo la rende dirompente. A pensarla bene, potrebbe essere quasi letta come una dimensione da maggio francese, quando ancora l'essere in tanti, l'essere combattivi, il crederci, assumeva un valore politico reale dentro le coordinate del mondo della cultura.


Così come allora, ZAC ha infuocato gli animi. Ha anche dato vita a schieramenti contrapposti, certo, ma quando il 16 dicembre tutto il mondo culturale cittadino si è riversato nell'enorme hangar delle ex Officine Ducroux, è stato tangibile il fatto che una comunità si riunisse intorno ad una istanza condivisa. Ed è da lì che siamo ripartiti. E tutto questo è avvenuto mentre quasi un centinaio di artisti cominciava ad abitare quotidianamente, come fosse il proprio, lo spazio pubblico, o meglio, lo spazio istituzionalmente deputato all'arte. Spazio che peraltro, ormai, in tutti i luoghi del mondo e sempre più clamorosamente, viene sottratto all'arte stessa, per ragioni e modalità note a tutti (o a quasi tutti). Uno spazio che per la prima volta poteva alimentarsi di energie diverse, di presenze eterotrofe, e riconfigurarsi completamente.
A circa sei mesi di distanza, questi giovani e giovanissimi artisti stanno ancora abitando ZAC, uno dei più affascinanti Cantieri della Zisa. Liberi di crearsi un proprio habitat vitale e di ordinaria quotidianità dentro quell'enorme contenitore comune, liberi di progettare il proprio esserci in un luogo carico di memoria storica e di investiture simboliche. Ma al contempo costretti a fare i conti con la somma degli ego di ciascuno e a confrontarsi con il generarsi inevitabile di dinamiche di gruppo non sempre edificanti. Non si è trattato, insomma, di tornare nell'eden. Forse tutt'altro, è stato un affondo autentico nella realtà.


Veduta esterna di ZAC.


Ci sono altre due componenti molto insolite in questa vicenda di ZAC e vale la pena evidenziarle. Una vicenda che in non pochi momenti ha rischiato di muoversi in terreni impervi e scivolosi. È importante ribadirlo, altrimenti sfuggono i termini complessivi di un progetto molto ambizioso. La prima riguarda il Comitato scientifico (composto da Alessandro Bazan, Daniela Bigi, Francesco De Grandi, Gianna Di Piazza, Eva Di Stefano, Paolo Falcone, Luciana Giunta, Giuseppe Marsala, Francesco Pantaleone, Alessandro Rais, Sergio Troisi, Emilia Valenza con il coordinamento di Antonella Purpura). Tante teste, tante visioni dell'arte, tanti ruoli differenti, posizioni critiche, posizioni fisiche dentro il mondo dell'arte. Tante persone in passato anche distanti, riunite intorno ad un tavolo di lavoro per progettare la struttura e il destino di un'istituzione civica. Percorso impervio dunque, ma civilmente molto significativo.
L'altra riguarda il fatto che a due artisti, Alessandro Bazan e Francesco De Grandi, facenti parte del Comitato, è stato chiesto di condividere quotidianamente questa dimensione di coralità progettuale, ponendosi come riferimento immediato, costante, dei giovani artisti abitanti. Ed è alla memoria di un artista a loro molto caro, ma caro anche a tante delle figure coinvolte in ZAC, Andrea Di Marco, scomparso troppo prematuramente, che è dedicato l'intero progetto.

DB: Alessandro, Francesco, voi potete raccontare meglio di chiunque altro la sostanza e la struttura di questa esperienza collettiva e restituire appieno il valore di questo segno all'interno della vita culturale palermitana.
Da cosa vogliamo partire? Forse dai sentimenti di libertà, appropriazione, responsabilità, condivisione e magari anche costrizione che hanno circolato in questi mesi nel capannone di ZAC? Oppure, se sulla base di questa vostra immersione senza riserve, vi sembra più urgente partire da qualche altro aspetto, procedete pure. Ancora una volta, e giustamente, a voi la conduzione del gioco...

Francesco De Grandi: Emergenza. Questo è il filo conduttore che ci accompagna da sempre a Palermo. Anche in questa occasione l'emergenza, declinata in tutti i suoi aspetti, si propone come motore energetico di ZAC, un'emergenza che unisce pensieri utopici di un gruppo di persone che sta cercando di portare ad un livello almeno di normalità la gestione di uno spazio museale pubblico. La prima chiamata per me è stata un anno e mezzo fa quando un movimento cittadino si è mobilitato per scongiurare un processo di disgregazione dell'identità dei Cantieri Culturali e per porre l'attenzione su uno spazio pubblico dedicato alla cultura abbandonato da anni. Uno spazio che contiene un cinema pubblico di 800 posti e un museo per l'arte contemporanea pronti per l'uso e chiusi inspiegabilmente da tempo immemore. Dopo un cambio di giunta eccomi qui, di nuovo con un'altra emergenza: quella di pensare ad una identità per questo museo, una governance, e nel frattempo di aprirlo, riconsegnandolo alla città. Una città assopita, divisa, senza una reale massa critica, stritolata da problemi enormi e, cosa ancora più pericolosa, rassegnata. Allora bisogna ripartire dall'idea di comunità, innescare quei processi virtuosi che portano le persone a dialogare e ad abitare gli spazi che di fatto sono "comuni", cioè di ognuno.
E non solo. In tempi in cui i musei sono diventati sterili contenitori la cui neutralità li fa terra di nessuno, occupati da ufo, da mostre che non lasciano più nulla al tessuto che li ospita, pensare uno spazio dove le opere si generano in un laboratorio connesso con la città ci è sembrata l'unica via per ricucire una pelle slabbrata e guardare agli artisti palermitani come a un'emergenza in emergenza. Ricostruendoci, come cittadini prima che come artisti. Allora ZAC potrebbe essere la piattaforma dove viene garantito il "diritto di artisticità". Un grande laboratorio attraversabile, un laboratorio politico, un luogo dove far crescere le eccellenze e garantire loro spazio e confronto. Il progetto prende forma e diventa la cartina di tornasole del Comitato scientifico, la sala-prova dove sperimentare quel modello che a fine mandato verrà consegnato all'istituzione, con la testimonianza di tutti quelli che si sono avvicinati, che hanno collaborato, sperimentando sulla propria coscienza che cosa vuol dire essere assieme, essere comunità.
E qui prende forma la pratica quotidiana del dialogo, della presenza sul campo. Un incessante lavoro di autodeterminazione, di educazione alla convivenza e allo scambio. Smussare l'ego, portarlo a servizio della comunità. Credo che quando guarderemo questa mostra, ciò che sarà evidente e che restituirà il valore di questo progetto sarà la forza di un'esperienza condivisa, che si ritrova in tutti i lavori, perché anche in quelli più solitari c'è sempre una mano che ha collaborato nel processo di gestazione, un'idea che è circolata nello spazio, l'aiuto anche fisico dell'altro, la condivisione in assemblea delle suggestioni che lo spazio provocava nel gruppo. Sono anche nate molte collaborazioni spontanee, il "facciamolo assieme" è stata una frase che ho sentito spesso nei gruppetti che hanno abitato questo hangar che il primo giorno ci sembrava sterminato e che oggi risulta addirittura troppo pieno! Sono nate collaborazioni anche esternamente a ZAC, alcuni artisti si sono uniti a creare piccoli eventi improvvisati in vecchi palazzi del centro storico, oppure in atelier aperti ad eventi di un giorno, sono nate collaborazioni con artisti che hanno "transitato" il laboratorio, sono nati nuovi amori, vedere crescere questo dentro uno spazio "istituzionale", un museo che non diventa mausoleo ma spazio aperto, mi fa sognare una città diversa. Anche se tutto questo non dovesse vedere la luce, rimane l'esperienza, lo spostamento della coscienza. Il laboratorio è stato luogo di transito, di discussione. E io e Alessandro possiamo dire di avere avuto l'appoggio di tutti, di Paolo Falcone che ha partecipato costantemente sul campo al dispiegarsi delle idee, di Gianna Di Piazza, Emilia Valenza, Eva Di Stefano, Daniela Bigi, Sergio Troisi, Francesco Pantaleone, e dall'Assessore alla Cultura Francesco Giambrone, che ha dato fiducia a ciò che sulla carta era un grosso azzardo. I "fiancheggiatori esterni" come la preziosa Tiziana Pantaleo, Salvatore Davì, Fabrizio Fucà, Eleonora Marino e tanti altri che per amore della città ci stanno dando una mano fondamentale, Lorenzo Bruni, che ha creato incontri interessantissimi come quello di Fabrizio Basso che da transito si è trasformato in collaborazione con il collettivo Fare Ala.
E soprattutto degli artisti di Palermo, che hanno dimostrato una pazienza, una generosità e una fiducia grandissima nei nostri confronti e una voglia di riscatto, di dignità e di amore nei confronti della loro città.
Un lavoro difficile, una macchina che deve riavviarsi ancora, per l'ennesima volta, caparbiamente, con il "dovere di servizio" (come amava dire Giovanni Falcone) di quelli che nonostante le troppe primavere deluse alle spalle credono ancora che ci sia un'etica e un dovere civico: quello di provare a spostare anche di un solo centimetro il baricentro politico di una città asserragliata dal malaffare, dall'indottrinamento televisivo e dalle scarpe con la suola rialzata.


Veduta dei cantieri culturali alla ZISA, Palermo.


P.S. Perdere un compagno di trincea è la cosa più triste che può succederti in battaglia, specialmente se era quello che ti copriva le spalle.

Alessandro Bazan: Ci tengo a dire che non siamo pagati! E che comunque vada a finire questo bizzarro progetto, la mia responsabilità me la assumerò tutta, costi quel che costi.
L'esperienza di lavorare insieme ad altri è stata traumatica per me fin dal principio, data la mia pigrizia, scarsa diplomazia, e la mia impazienza. Non è stato facile all'inizio far passare l'idea di un posto di pubblico servizio con la vocazione artistica da aprire con il lavoro in crescita di giovani selezionati, tantissimi, che operano in un grande spazio che una volta aveva visto il lavoro vero (serviva alla produzione di idrovolanti durante la seconda guerra mondiale), aperto oggi per ospitare il lavoro dell'arte. Molto rischioso. Problema non da poco e iniziale ostacolo nelle sofferte ma intense sedute del gruppo di lavoro di ZAC, evitare di scadere in obbrobri da kermesse italidiote. Kermesse tra l'altro è una parola che mi sta veramente antipatica.
Devo dire che non tutti erano convinti che questa fosse una buona idea, ma dato che, come avrete capito, non c'è una lira, siamo riusciti a sfruttare la mancanza di alternative per meglio sostenere la nostra proposta. Meglio sarebbe stata qualsiasi altra cosa, è vero, tuttavia per come la vedo io si doveva sfruttare l'occasione per dare spazio agli artisti e per presidiare con l'arte un edificio tra i tanti, che va difeso dalle speculazioni di basso bordo o dall'ennesimo spreco. Come dire, l'arte a protezione di un patrimonio culturale e paesaggistico troppo spesso concesso con leggerezza (per non dire altro) a società private la cui dubbia competenza e vocazione sta creando in Italia un vero e proprio, scandaloso, sfacelo. Per altri motivi non credo che nel nostro paese l'arte italiana abbia goduto di un poco più che pessimo rapporto con le istituzioni, e che anzi si debba tenere quanto più possibile alla larga dalla facilità e dalla strumentalizzante cecità della politica, di sempre.
Francesco Giambrone ha deciso di chiederci, differenze tra di noi a parte, di aiutarlo ad aprire questo spazio che sulla carta è un museo d'arte contemporanea, e a consegnarlo alla città di Palermo, per sottrarlo quanto più possibile ad un destino incerto. Ecco allora l'idea di ospitare un laboratorio di giovani selezionati grazie anche alla quantità di talenti concentrati intorno all'accademia che qui svolge, suo malgrado, funzioni che non le competerebbero, data la mancanza di tutto e dei pochi momenti nei quali l'arte di oggi trova spazio in città. Giovani affamati di tutto, che qualcuno comodamente critica contestandogli una gratuità che io considero invece vera generosità, sono stati pronti ad affrontare questa avventura che qui assume un senso di unicità veramente rivoluzionaria.
Palermo poi è una bellissima città, nella quale si vive abbastanza male perché il lavoro è beceramente considerato un’infamità; tutto ciò la pone in uno stato di degrado ambientale, sociale e culturale enorme, che negli anni ho, purtroppo, visto proliferare anche nel resto d'Italia. Lontani gli anni nei quali per un provinciale palermitano raggiungere Milano sembrava spingersi all'estero, in un altro paese…
Ciò nonostante, permane a Palermo una posa di decadenza ottocentesca nella quale noi cittadini e visitatori stranieri continuiamo a crogiolarci considerando l'humus palermitano qualcosa di speciale, una sorta di atavica presunzione assolutamente priva di fondamento almeno nella storia recente. Ma io credo nella proficuità delle scommesse anche perse, a discapito di una più ponderata inazione.
A mio avviso lo spazio serve anche a questo, da un lato a individuare un contesto esistente e non ancora codificato che trova rifugio nell'arte per ripararsi dalla perdita di estetica crescente, un contesto che, sfuggendo la tipicità, ha ancora vitalità, spontaneità, e voglia di confronto, che non è ancora caduto in depressione.
In più, ad alcuni di noi sembrava interessante coinvolgere il pubblico giorno per giorno, attraverso visite quotidiane, per rivelare il processo di costruzione dell'opera, ritenendo ciò importante per avvicinare alla cultura dell'arte persone che non sono abituate a goderne la fruizione, i cosiddetti cittadini.
Tra i componenti del comitato scientifico io e Francesco ci siamo occupati del laboratorio vero e proprio, che va avanti da più di quattro mesi e nel quale la pratica che stiamo facendo, proprio perché fatta a Palermo, è probabilmente unica nel suo genere. Gli artisti lo hanno utilizzato come studio, per alcuni di essi il primo, probabilmente. I disagi della coabitazione si incrociano con la difficoltà quotidiana, ogni cosa è stata difficile perché il sostegno che dovevamo avere dalla società che doveva occuparsi di questioni logistiche è stato pressoché inesistente, tale da condurci spesso allo sconforto, ma questo meriterebbe un approfondimento a parte.
Il laboratorio sta andando avanti comunque e l'energia che dentro si respira è bellissima. È sempre esaltante vedere gli artisti all'opera. I transiti e gli attraversamenti sono partiti spontaneamente e abbiamo già relazioni con la Kunstverein e con l'Accademia di Düsseldorf. Abbiamo incontrato Patrizia Sandretto. Quel giorno siamo rimasti al buio e lei ha parlato della sua fondazione praticamente a lume di candela e senza l'ausilio di alcuna tecnologia. Ma se l'è cavata benissimo, sapeva di sabotaggio! O l'incontro con Jean-Luc Nancy che, parlando di danza, ha preso ad esempio la foto di Paterniti, giovane astro nascente della fotografia. Sono in programma molti di questi incontri e laboratori con artisti e curatori che si stanno dimostrando disponibili a venire a Palermo.
Non vorrei una mostra finale, sarei andato avanti così per un po' di tempo, con il laboratorio, tenendolo il più aperto possibile alla produzione dell'arte intesa come partecipazione, per dare spazio ai bisogni reali delle persone e degli artisti, perché gli artisti possano fare il loro mestiere e cioè prendere lo spazio. Ma penso che i passi si facciano uno alla volta e intanto mi dà una certa gioia che ZAC ci sia e sia in piena, seppur faticosa, attività. E per una volta non so come andrà a finire.



Transito con Jean-Luc Nancy, foto Rosellina Garbo.


DB: I Cantieri Culturali alla Zisa, dopo una stagione gloriosa, hanno versato per parecchi anni in uno stato di abbandono, mantenuti in vita da alcune istituzioni culturali – dal Goethe-Institut, alla Biblioteca dell'Istituto Gramsci, all'Accademia di Belle Arti – che ne hanno capito l'enorme potenziale e non hanno smesso di credere in un grande progetto cittadino, pur subendo quotidianamente lo scacco del degrado.
Decidere di riaprire i Cantieri alla città, così come ha fatto l'Assessore Giambrone subito dopo il suo insediamento, oltre a segnare una continuità progettuale con quanto avviato molti anni or sono, rilancia un disegno culturale che vede nella coabitazione e nell'intersecarsi delle varie discipline dell'arte la possibilità reale di una crescita della città a partire dai valori dei quali la cultura è di fatto portatrice.
Questa riapertura è passata attraverso diverse fasi e sta seguendo un determinato orientamento progettuale.
In qualità di Responsabile dei Cantieri, e quindi di ideatore, o comunque co-ideatore, del nuovo volto che quest'area della città dovrà assumere, in quali passaggi sintetizzeresti quanto fatto fin qui?

Giuseppe Marsala: Vi sono due aspetti che considero abbastanza centrali dei passaggi sin qui compiuti. Due aspetti di uno stesso processo che riguarda il modo con cui una comunità si riconosce in un luogo. E di come questo luogo si apre alla città. Il primo riguarda i principi che sono stati introdotti circa l'utilizzo degli spazi. Un principio che ha visto affiancare ad alcuni progetti pilota molto sperimentali, come ad esempio quello di ZAC, un certo grado di libertà lasciato ai cittadini, alle associazioni, ai gruppi e agli operatori culturali di proporre progetti e di poterli sviluppare per un periodo temporaneo all'interno dei Cantieri. Il tema della temporaneità ha consentito a moltissime realtà di potersi esprimere e di non vivere la frustrazione o la competizione sfrenata dei bandi che assegnano a tempo definitivo qualcosa a uno solo, lasciando fuori gli altri. Ha allargato il senso di partecipazione e di condivisione di un posto che la città ha percepito come aperto, attraversabile. Come un luogo del possibile.
Questa condizione, nei casi migliori, ha inciso fortemente sui processi creativi stessi, costruendo situazioni molto generative dal punto di vista delle ideazioni. E in più ha generato una capacità di co-abitazione e di co-generazione di idee che si è verificata in una forma molto naturale, senza percorsi troppo precostituiti. Il progetto, dunque, sta più nel creare alcune condizioni fertili e mettere a sistema alcune risorse, piuttosto che importare pacchetti preconfezionati e generati a freddo fuori da una condizione condivisa. Credo che questa cifra sia molto importante, specie in questo nostro tempo incerto e lacerato da una crisi che rende tutti i sistemi più fragili. E penso che una politica capace di costruire questo processo sia l'unica in grado di ripartire davvero dalle comunità. E che alla lunga solo così le comunità possano riappropriarsi di alcuni significati spesso andati dispersi, prima tra tutte la nozione di "spazio pubblico". Tutto questo, se osservato con attenzione, costruisce le domande e i programmi che l'architettura può tradurre in termini di progetto, e dunque in termini di scelte ed indirizzi per le trasformazioni future.
Il secondo riguarda l'apertura e l'integrazione con la città da un punto di vista fisico.
Aspetto, questo, più complesso, che riguarda processi lenti di assimilazioni che la città può fare rispetto a certe scelte di natura urbanistica o architettonica.
Il tema del muro di cinta che separa i Cantieri dal tessuto urbano circostante, ad esempio, è uno dei temi centrali di cui mi sono occupato sin da subito e intorno al quale si sono sviluppate molte discussioni. Eppure abbattere subito tutto il muro, prima cioè che si avviasse il processo di ri-identificazione della città con i Cantieri, avrebbe esposto l'area ad un eccesso di denudamento, senza che essa avesse ancora gli anticorpi urbani per reggere un cambiamento davvero così radicale. Bucarlo a poco a poco, così come sta avvenendo, coinvolgendo gli artisti intorno al "pensare l'apertura" prima che a realizzarla, sta producendo un effetto di cura e di attenzione che costituirà a brevissimo l'unico vero possibile presidio urbano di un'area che per estensione e densità equivale ad un vero e proprio pezzo di città. Come in ogni buon progetto di spazio pubblico, dunque, ciò che appare necessario è in primo luogo la ricostruzione del pubblico in quanto tale, inteso, cioè, come una comunità della polis che chiede di abitarlo.

DB: Quali altre scelte state compiendo per la riqualificazione dei Cantieri e di questa parte della città?

GM: Prima di questa nuova fase di recupero, i Cantieri erano un luogo difficile da comprendere. Da una parte erano un buco nero; una rimozione cartografica; un paesaggio post; una archeologia di una archeologia, ancora troppo giovane per essere riconoscibile come tale. E nello stesso tempo erano attraversati dai giovani dell'Accademia, o del Centro Sperimentale di Cinematografia che, muovendosi come controfigure, rendevano ancora più stridente e surreale questo luogo/non luogo; questo simulacro in attesa di qualcosa. La prima scelta è stata quella di lavorare sul paesaggio urbano, di ridefinire sfondi in cui le figure umane si muovessero entro un certo senso di familiarità, consapevoli di partecipare alla ri-fondazione di un luogo. In questo senso è stata decisiva la scelta di cominciare da due spazi aperti, di cui uno è il giardino di ZAC, da cui si ammira il castello della Zisa da un punto di vista inedito e sorprendente e in cui è stata collocata la Torre del Tempo di Emilio Tadini, unico esempio di arte pubblica presente a Palermo.

DB: Fin dalle prime battute ti sei mosso infatti sulla questione delle aree vuote e del verde, muovendoti evidentemente all'interno di un pensiero che in questi anni ha spesso ritrovato nella gestione di questi temi urbanistici una risorsa che poi è andata a contagiare anche altri settori della progettazione sia architettonica che urbanistica. Penso a Clément, per esempio, a Yona Friedman, per intenderci. Come pensi che vada gestita questa risorsa all'interno dei Cantieri?

GM: Questa questione e questa risorsa aprono il tema più generale della bio-diversità, che è declinabile in termini di bio-diversità urbana, sociale, di linguaggi ecc. Un tema in cui la forza della natura e delle cose riprogramma il mondo ed il paesaggio lavorando in primo luogo con il tempo. I Cantieri sono una rappresentazione plastica del terzo paesaggio clementiano. E ciò vale anche per gli edifici e non solo per gli elementi vegetali.
E – come ormai è definitivamente assodato anche sul piano teoretico – solo l'esperire un posto può generare una sua trasformazione che possa dirsi davvero consapevole e aderente ai processi che la vita di quel posto trascrive quotidianamente. Un'esperienza che chiede al progetto urbano e di architettura un'osservazione partecipante in cui il tempo è uno dei materiali di progetto, in cui più che la forma in quanto tale conta il processo che la genera; e in cui i suoi contenuti sono oggetto di una "manutenzione ordinaria" e quotidiana dei processi che li generano. Una prospettiva low-fi, dunque, sembra quella in grado di garantire la vita di uno spazio pubblico che per sua natura deve mantenersi flessibile, attraversabile, aperto e inclusivo di quella bio-diversità urbana di cui le metropoli contemporanee sono oggi portatrici.

MAAM/ROMA



                             MAAM, il Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz ROMA


 MAAM   "i Guerrieri della Luce"  di Stefania Fabrizi


Andando fuori Roma sulla via Prenestina, prima del raccordo anulare, non si può non vedere una grande torre azzurra con una luna bianca: è la sede del MAAM, il Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz al numero civico 913.
Domani il MAAM apre le porte per una grande festa dell’arte contemporanea: più di 80 artisti daranno vita a mostre, installazioni, performance e non mancheranno proiezioni di video e concerti. Ospite d’onore della serata sarà Michelangelo Pistoletto che ha voluto gemellare la sua Cittadellarte di Biella con il MAAM di Roma.
Ma il signore dell'arte Povera sarà anche al MAXXI, con una grande installazione nella lobby del museo, che domani dalle 11 alle 22, replicherà il simbolo del Terzo Paradiso costruito da bambini e adulti con i libri, nuovi e usati.
Metropoliz, o come ama definirsi "città meticcia”, nasce nel 2009 dall’occupazione da parte di famiglie italiane e straniere, Rom compresi, della ex fabbrica di salumi Fiorucci, abbandonata da decenni. Questa comunità di più di 150 persone nel 2012 ha aderito con entusiasmo alla proposta dell’antropologo Giorgio De Finis di realizzare all’interno di Metropoliz un museo di arte contemporanea, il MAAM appunto, iniziando così attraverso interventi artistici un percorso di recupero e riuso non solo abitativo di questo ampio complesso industriale. "Mi interessava provare a riprodurre la situazione propria del museo in un contesto che ha avuto tutt’altra funzione” racconta De Finis che non è nuovo a progetti di questo genere. Nel 2011 De Finis aveva infatti già conquistato il consenso degli abitanti occupanti, coinvolgendoli con il suo collega Fabrizio Boni, nella realizzazione del film "Space Metropoliz " (www.spacemetropoliz.com). Il film documenta il progetto surreale della reale costruzione da parte degli abitanti e di artisti volontari, di un razzo che avrebbe portato tutto il popolo di Metropoliz sulla luna per trovare finalmente una vita migliore che sulla terra.
Sono sempre più numerosi gli artisti italiani e stranieri che hanno accettato l’invito a venire a lavorare in forma completamente gratuita al MAAM, interagendo con gli abitanti e godendo della loro ospitalità. Le opere, una volta terminate, entrano a far parte della collezione del museo, rendendolo sempre più riconoscibile non solo in Italia, ma anche all’estero, come polo culturale privo di qualsiasi finanziamento pubblico e privato. Questo capitale artistico in continua crescita può avere un ruolo determinante nel proteggere il MAAM da un sempre possibile sgombero forzato dell’intero stabilimento. Gli abitanti di Metropoliz hanno lottato a fianco dei Blocchi Precari Metropolitani per difendere la loro occupazione, perché non va scordato che il MAAM è un museo abitato, un modello di residenza sociale unico.
Per dirlo con le parole di Pistoletto: «Il MAAM è un luogo fuori dai contesti ufficiali, dove si lavora per la responsabilità, si lavora per l’economia, si lavora per una società diversa».
E nel giorno della rinascita anche Bologna si mette in prima linea: alla Galleria + (ex Oltredimore), va in scena "Kairos. It’s time to change and re-birth", a cura di Raffaele Quattrone, con le opere di Roberta Cavallari & Lucia Anselmi, Giovanni Longo, Sabrina Muzi, e con la partecipazione di Ylenia Giacobone. Qui è l'antico lemma greco contenuto nel titolo la parola "magica” per descrivere una particolare condizione sia del tempo che dell'azione che arriva attualissima a migliaia di anni di distanza: «Dobbiamo avere la responsabilità di cambiare avvicinandoci agli altri, dando priorità al rispetto per gli altri, alla natura, a coloro che nasceranno. Bisogna ritrovare quell'equilibrio al quale il Terzo Paradiso ci invita. Solo con questa nuova forza possiamo ri-nascere. Solo con questa nuova forza possiamo cambiare il mondo» spiega Quattrone. Un nuovo 21 dicembre, il secondo della rinascita. Auguri a tutti. (Pierluigi Sacconi)







dubbio




Dubbio

.........Dopo un paio di settimane ti abitui al cibo scadente, ti abitui al caffè nei bicchieri di carta al pane che sa di plastica. Ti abitui alle corse per prendere la metro, a tutta questa gente che condivide poche centinaia di metri quadri ogni giorno, e non sa dirsi neanche "buonasera". Ti abitui alla pioggia al sole che sorge così presto,Ti abitui alla mancanza del mare, perchè puoi usare i parchi come metadone,ti abitui ai mezzi che funzionano, alle strade pulite, ai bagni pubblici decenti ti abitui alla mancanza delle tapparelle ti abitui ad essere puntuale, alla mancanza del bidet, ai musei gratuiti, al lavoro gratificante. Ad una lingua che non sempre puoi capire ma che è tua, agli stipendi proporzionati, alle tasse basse ad un eccellente livello di civilità. Ti abitui alla nostalgia del sole, della calma delle campagne sterminate, dell'olio buono del vino del contadino. Ti abitui presto e non per questo ti scordi tutto quello che hai lasciato. Se ripartirei adesso? senza dubbio....

.........Non ho veramente voluto nulla di tutto questo. Non sono qui per godermi i vantaggi dell'emigrazione. Non mi godrò mai nulla fino in fondo, starò semplicemente qui, in piedi, a sudare, a ricordarvi con la mia lontananza di avere dei rimpianti. Per tutto quello che di bellissimo mi avete tolto. Per tutto quello che avrei potuto fare, essere, avere a casa mia. E anche se qua andrà tutto per il meglio, non sarò mai a casa, e questa lingua non sarà mai mia come tutte queste nuvole. Ma non ve ne fregherà nulla. Mai. Forse un giorno. Quando le vostre città in macerie, puzzeranno di vecchio, e sentirete finalmente la mancanza di tutti quei ragazzi che avete mandato via a calci. Perché credo che sia tutta colpa vostra, di nessun altro. Nessun politico, nessun amministratore, nessun potente ha più colpa di voi. Di noi. Perchè mi sento responsabile di questa catastrofe tanto quanto lo siete voi. È ora di ammettere che abbiamo fallito. E che il nostro mondo è crollato. E io non sono che una scheggia andata a infrangersi da qualche altra parte.

By:
Dubbio Made in Italy film diretto ed edito da _Stefano De Marco e Niccolò Falsetti




ph: endstart photo by Matilde De Feo

 

le bianche barche

 

le bianche barche vanno e.......per qualcosa che finisce, qualcosa inizia ...and happy new year...!!