mercoledì 27 febbraio 2013

la diagonale di mauro staccioli



"diagonale"  di Mauro Staccioli

Arte-Architettura
 
  Intervista a Mauro Staccioli

Massimo Palumbo: 
Il nostro lavoro ci induce alla ricerca di sinergie possibili tra Arte e Architettura. Noi de "La Casa di Pietra" ci stiamo impegnando su questo fronte. Lei, prof Staccioli, cosa ne pensa?
Mauro Staccioli:
La realtà non è questa ma è importante tentare. Condivido, quindi, pienamente questa vostra intenzione. Io stesso mi pongo ormai da venticinque anni il problema di una scultura - ma è proprio una scultura ?! - in grado di agire nel luogo e per il luogo... I miei punti di riferimento sono, da sempre: l'architettura, con i suoi profili, i suoi spazi e le sue morfologie, e i luoghi urbani o naturali, quali i parchi, i boschi, i fiumi e i laghi. Ho da sempre lavorato tentando di costruire un segno plastico, di produrre una forma di interazione tra il mio lavoro ed il suo spa-zio. Già a Volterra, nella mostra di intervento urbano del 1972, il mio referente è stato la città: la piazza dei Priori, la porta e le mura etrusche sono stati gli elementi significativi dell'intervento. Senza la forte interazione tra segno e luogo, che c'era e che naturalmente permane, quale centro significante del lavoro, la scultura non avrebbe nessun senso, nessun senso in quella forma. Quest'ultima, dunque, è l'esito finale del dialogo instauratosi tra un 'idea e quell’uogo.
Massimo Palumbo:
Molto spesso I 'Architettura che ci circonda è senza carattere, così come i quartieri di nuova espansione. Gli Artisti possono stimolare gli Architetti?
Mauro Staccioli:
È una possibilità. Tuttavia  non è soltanto con l'aiuto dell'arte che l'architettura può "migliorare. Lavoro da molto "entrando nelle città" e non solo nelle gallerie d'arte. Questo "entrare nelle città" richiede una diversa organizzazione mentale. Non è facile considerare la città quale luogo del pensiero creativo, cioè lavorare pen-sando ad un possibile effetto attivo del prodotto scultura nel territorio. Risulta facile, invece, spostare in qualche piaz-za, magari anche ingrandendone le dimensioni, sculture pensate per se stessi, a prescindere dal contesto nel quale saranno collocate. È quanto accadeva già nei secondi anni '70 e che oggi sta diventando una moda; forse da attri-buirsi alle difficoltà del mercato e ad una crisi di idee che riconduce tutto a gesti formali senza sostanza, come gli spots pubblicitari.
Personalmente ritengo che il pensiero costituisca il motivo del fare, che sovraintende al lavoro dell'arte, la quale a sua volta deve essere in grado di cambiare, di essere un segno e insieme un impegno. Occorrono, per questo, condi-zioni culturali e sociali mature, in grado di accogliere un segno nuovo. L'arte e l'architettura non sono fuori dal mondo, isolate, e non possono quindi reinventarsi se non esiste un humus adatto, in grado di accogliere qualsivoglia spinta innovativa. Ciò non toglie, tuttavia, che possiamo contribuire, insieme architetti, scultori e pittori, ad orientare l'andamento delle cose.
Massimo Palumbo:
Pensa che si riuscirà a far parlare di nuovo Architetti e Artisti? Una volta gli Architetti erano Artisti e gli Artisti erano Architetti. Lei cosa ne pensa del rapporto ArteArchitettura?
Mauro Staccioli :
 L'architettura che più mi affascina è quella di derivazione funzionale: gli edifici industrial4 le auto-strade... In questi casi la forma è il risultato di una funzione e l'estetica non prevale, quindi sulla ragione d'essere dell'edificio. Non amo il gioco, pure alto, degli stili... Trovo allarmante il fatto che la nostra società sia dominata da un così forte bisogno di forma-apparenza. È auspicabile, quindi, un rapporto tra le discipline, ma a partire da una complessiva ridefinizione del 'immagine della modernità. È una questione molto più ampia, quindi, la necessità di ricostruire un disegno creativo globale, con scopi che vadano oltre la semplice quotidianità e che coinvolga certo gli
artisti, ma anche i diversi soggetti appartenenti al mondo della tecnologia avanzata e della progettualità economica ed imprenditoriale.
Massimo Palumbo:
In un 'intervista Lei ha affermato, a proposito dei suoi lavor4 che "Quando segno e luogo intera-giscono, L'opera funziona". Le chiediamo se vale sempre quanto sopra detto.
Ha mai pensato di intervenire in una periferia degradata?
Mauro Staccioli:
Si, sono convinto che la scultura contemporanea abbia questo grande campo aperto nel quale può ritrovare un serio motivo di essere e dì avere significato e valore. Parlo della caratterizzazione dei luoghi. Ho pensato molto spesso, in particolare, alle periferie ma non ho mai avuto l’opportunità di realizzare lavori che non avessero insita un 'azione demagogica, che non condividevo. Ho lavorato, invece, in aperta campagna, piccoli centri, montagna, presso fiumi e laghi, realizzando progetti in grado di esprimere chiare indicazioni di "possibilità altre", rispetto a quelle ricorrenti nei centri storici qualificati, nelle aree espositive protette delle gallerie private e dei musei, dove peraltro ho esposto e continuo ad esporre. Sono certamente, anche questi contesti fondamentali per gli scambi di informazione, ma inadeguati per dare evidenza e spazio a queste possibilità.
Massimo Palumbo :
I suoi lavori esprimono l'idea di "precarietà", e di un "equilibrio sospeso". Ci può raccontare una delle sue ultime realizzazioni?
Mauro Staccioli :
L'equilibrio sospeso è un interrogativo: un segno organizzato e modellato tenendo conto degli equilibri plastici di ordine formale. Si tratta di un segno costruito "ascoltando" i suggerimenti e le voci del luogo. Ne deriva che segno e luogo sono la scultura. L'ultimo mio lavoro, così inteso, l'ho costruito al parco Tournay-Solvay di Bruxelles. Una "idea costruita", una grande forma triangolare che vive di un rapporto forte con un grande albero, un acero rosso. E la relazione attiva che si instaura fra due elementi cioè il segno, "l’idea costruita", appunto, e la forma naturale, a modellare la scultura e a determinarne il senso
 

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