giovedì 28 febbraio 2013

nella melma più nera

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......................nella melma più nera
                                          27.02.13

mercoledì 27 febbraio 2013

la diagonale di mauro staccioli



"diagonale"  di Mauro Staccioli

Arte-Architettura
 
  Intervista a Mauro Staccioli

Massimo Palumbo: 
Il nostro lavoro ci induce alla ricerca di sinergie possibili tra Arte e Architettura. Noi de "La Casa di Pietra" ci stiamo impegnando su questo fronte. Lei, prof Staccioli, cosa ne pensa?
Mauro Staccioli:
La realtà non è questa ma è importante tentare. Condivido, quindi, pienamente questa vostra intenzione. Io stesso mi pongo ormai da venticinque anni il problema di una scultura - ma è proprio una scultura ?! - in grado di agire nel luogo e per il luogo... I miei punti di riferimento sono, da sempre: l'architettura, con i suoi profili, i suoi spazi e le sue morfologie, e i luoghi urbani o naturali, quali i parchi, i boschi, i fiumi e i laghi. Ho da sempre lavorato tentando di costruire un segno plastico, di produrre una forma di interazione tra il mio lavoro ed il suo spa-zio. Già a Volterra, nella mostra di intervento urbano del 1972, il mio referente è stato la città: la piazza dei Priori, la porta e le mura etrusche sono stati gli elementi significativi dell'intervento. Senza la forte interazione tra segno e luogo, che c'era e che naturalmente permane, quale centro significante del lavoro, la scultura non avrebbe nessun senso, nessun senso in quella forma. Quest'ultima, dunque, è l'esito finale del dialogo instauratosi tra un 'idea e quell’uogo.
Massimo Palumbo:
Molto spesso I 'Architettura che ci circonda è senza carattere, così come i quartieri di nuova espansione. Gli Artisti possono stimolare gli Architetti?
Mauro Staccioli:
È una possibilità. Tuttavia  non è soltanto con l'aiuto dell'arte che l'architettura può "migliorare. Lavoro da molto "entrando nelle città" e non solo nelle gallerie d'arte. Questo "entrare nelle città" richiede una diversa organizzazione mentale. Non è facile considerare la città quale luogo del pensiero creativo, cioè lavorare pen-sando ad un possibile effetto attivo del prodotto scultura nel territorio. Risulta facile, invece, spostare in qualche piaz-za, magari anche ingrandendone le dimensioni, sculture pensate per se stessi, a prescindere dal contesto nel quale saranno collocate. È quanto accadeva già nei secondi anni '70 e che oggi sta diventando una moda; forse da attri-buirsi alle difficoltà del mercato e ad una crisi di idee che riconduce tutto a gesti formali senza sostanza, come gli spots pubblicitari.
Personalmente ritengo che il pensiero costituisca il motivo del fare, che sovraintende al lavoro dell'arte, la quale a sua volta deve essere in grado di cambiare, di essere un segno e insieme un impegno. Occorrono, per questo, condi-zioni culturali e sociali mature, in grado di accogliere un segno nuovo. L'arte e l'architettura non sono fuori dal mondo, isolate, e non possono quindi reinventarsi se non esiste un humus adatto, in grado di accogliere qualsivoglia spinta innovativa. Ciò non toglie, tuttavia, che possiamo contribuire, insieme architetti, scultori e pittori, ad orientare l'andamento delle cose.
Massimo Palumbo:
Pensa che si riuscirà a far parlare di nuovo Architetti e Artisti? Una volta gli Architetti erano Artisti e gli Artisti erano Architetti. Lei cosa ne pensa del rapporto ArteArchitettura?
Mauro Staccioli :
 L'architettura che più mi affascina è quella di derivazione funzionale: gli edifici industrial4 le auto-strade... In questi casi la forma è il risultato di una funzione e l'estetica non prevale, quindi sulla ragione d'essere dell'edificio. Non amo il gioco, pure alto, degli stili... Trovo allarmante il fatto che la nostra società sia dominata da un così forte bisogno di forma-apparenza. È auspicabile, quindi, un rapporto tra le discipline, ma a partire da una complessiva ridefinizione del 'immagine della modernità. È una questione molto più ampia, quindi, la necessità di ricostruire un disegno creativo globale, con scopi che vadano oltre la semplice quotidianità e che coinvolga certo gli
artisti, ma anche i diversi soggetti appartenenti al mondo della tecnologia avanzata e della progettualità economica ed imprenditoriale.
Massimo Palumbo:
In un 'intervista Lei ha affermato, a proposito dei suoi lavor4 che "Quando segno e luogo intera-giscono, L'opera funziona". Le chiediamo se vale sempre quanto sopra detto.
Ha mai pensato di intervenire in una periferia degradata?
Mauro Staccioli:
Si, sono convinto che la scultura contemporanea abbia questo grande campo aperto nel quale può ritrovare un serio motivo di essere e dì avere significato e valore. Parlo della caratterizzazione dei luoghi. Ho pensato molto spesso, in particolare, alle periferie ma non ho mai avuto l’opportunità di realizzare lavori che non avessero insita un 'azione demagogica, che non condividevo. Ho lavorato, invece, in aperta campagna, piccoli centri, montagna, presso fiumi e laghi, realizzando progetti in grado di esprimere chiare indicazioni di "possibilità altre", rispetto a quelle ricorrenti nei centri storici qualificati, nelle aree espositive protette delle gallerie private e dei musei, dove peraltro ho esposto e continuo ad esporre. Sono certamente, anche questi contesti fondamentali per gli scambi di informazione, ma inadeguati per dare evidenza e spazio a queste possibilità.
Massimo Palumbo :
I suoi lavori esprimono l'idea di "precarietà", e di un "equilibrio sospeso". Ci può raccontare una delle sue ultime realizzazioni?
Mauro Staccioli :
L'equilibrio sospeso è un interrogativo: un segno organizzato e modellato tenendo conto degli equilibri plastici di ordine formale. Si tratta di un segno costruito "ascoltando" i suggerimenti e le voci del luogo. Ne deriva che segno e luogo sono la scultura. L'ultimo mio lavoro, così inteso, l'ho costruito al parco Tournay-Solvay di Bruxelles. Una "idea costruita", una grande forma triangolare che vive di un rapporto forte con un grande albero, un acero rosso. E la relazione attiva che si instaura fra due elementi cioè il segno, "l’idea costruita", appunto, e la forma naturale, a modellare la scultura e a determinarne il senso
 

con





con
il maestro Renato Barisani ed Achille Pace
KALENARTE 1991
Casacalenda_Molise

giovedì 21 febbraio 2013

pillola


pillole

Nessun uomo che non sia un grande scultore o pittore può essere architetto,
se non è scultore né pittore allora potrà essere solo un costruttore.
John Ruskin
 

cambio di stagione....a quando?



“CAMBIO DI STAGIONE… A QUANDO?!”
the installation of Massimo Palumbo


On Thursday November the 3rd from 6.30 pm at the Galleria Opera Unica in Rome it will be possible to see the installation of  Massimo Palumbo “... cambio di stagione A quando?”.  The artist intends to express a necessary if not indispensable social change in a provocative and ironic manner through the use of an ensemble of hangers, simple material of everyday’s use. Thus, art comes into close contact with society. It is from a consideration of this material that the installation emerges and with which it interacts heralding a message of renewal. This renewal is attained through the artistic language expressed by Palumbo with simple material put together “aiming to a refined and experimental search that can be assimilated to a thought developed within the  Arte Povera and Minimalism movements (Cristina Constanzo, historian and art critic). The use of simple material is a continuous in the art expression of Massimo Palumbo that emerges from an ethical message aiming to denounce today’s society based on consumerism:  in a world that continuosly instigate to buy objects destined to become obsolete, soon forgotten and disposed. Palumbo opposes this trend by recovering and assembling those objects to dignify them bestowing new life even to objects apparently destroyed, because “nothing is destroyed”.  At this point we ask ourselves whether the objects are more useful when the are new or when they are destroyed but recovered by Palumbo for his art work.  It will be interesting to ask now on the notion of usefulness. While Massimo’s choice of white in his work reflects the will and the search for an alternative to this society that is more and more arrogant and loud, he opposes the elimination of the superfluous; demolishing to reconstruct, basic assumption of post-modernism.  Palumbo wishes to express the need to deprive, subtract in order to reach the essentiality. Essentiality that has an ethical purpose, not merely aesthetic, in a mutual dialogue between art and society.  Everything must have a sense, deliver a message that allows a collective advancement. The relationship between art and society and the need to confer a meaning is reflected also in Palumbo’s urban sculptures like “La fiamma del carabiniere” a monument in Piazza della Liberta in Latina a memorial to the dead of Nassyria.  The bend-shape of the sculpture express the meaning that Palumbo wishes to convey:  underlying that, first of all, behind the military uniform there is a human being that is often forgotten. The preference of Palumbo for diagonals, for the off-centered both in large and small work is born from the desire of an anti-Monumentalism. (Laura Cianfarani)
Francesca Piovan critic and art historian writes on “…cambio di stagione A quando?”:  A simple clothes hanger belonging to everybody’s ordinary life and therefore assimilated by common perception, occupies the space, potently modifying it and occupying it. An object of everyday use, light and thin, becomes large and powerful like a message within the fragmentary disjunction of its original form and in its subtraction from the context of its use.  In this way Massimo Palumbo puts on the scene in our historical time unusual actors being them metal sheets, steels, chalks, woods. In this way the artist shapes and gives strength to his ideals, transforming them in questions and provocations, flavoured with healthy satire, unquestioned prerogative of the Italian people. And on the stage of this uncertain ”today”, hesitant in the far-sighted projection of the inconsistent “tomorrow” the blinding and pure White of  Massimo Palumbo seems shouting, imploding, while invoking listening, help, rescue. Therefore, the artistic creation assimilates the current historical period, it crystallises it, renders it visible and liveable, and is able to provide synthesis and structure to an ancient concept, never appeased: the change, the evolution that opposes the stagnation, the social stasis and inaction. The work of Massimo is interrogation and assertion, solicitation and sarcasm, it is provocation and stimulus, a verbal message and material assessment, it is logic and semiotic, it is a half-opened window on our personal experience and wide-opened on our life, it is not an ideological vision, Utopic, it does not move from the need to invent a new system, it moves instead from the real need to consolidate and give new lymph to established habits of people, and therefore it is a concrete expression of conceptual art at the beginning of the third millennium and  therefore it is the most concrete part of what conceptual art of the third millennium can offer to the tired and worn-out sociology. A simple clothes hanger, an allegory of ideological break-up, is an exemplary image of what contemporary art can elaborate and give back to the sensitive attention of those that will be able to understand and identify themselves in every single element of such alienating break-up.
Massimo Palumbo was born in Casacalenda (Molise) in 1946. In 1972 he obtained an undergraduate degree in Rome. He lives and works in Latina. Since the ‘80s he has been interested in design and visual arts, searching for the relationship between art and the environment, both urban and space. In this context, he promotes the project Kalenarte that is the realisation of a open museum of contemporary art in his native town, which operates in synergy with the Galleria Civica d‘Arte Contemporanea Franco Libertucci in Casacalenda. He collaborates actively with MAD Rassegna d’Arte Contemporanea realised by Fabio D’Achille, with whom he made a personal exhibition “…noi che non abbiamo tetti…” hosted in Teatro Comunale and the Palazzo della Cultura in Latina.  With MAD he participates in MAD Procoio 2011 with the exhibitions “Procoio…orto o scavo?” and “Forconi precari, precari con forconi”.
In a few days he will exhibit his work “mangiamo cultura, con la cultura si mangia…” within Raccolta Manzù in Ardea directed by Marcella Cossu.  This exhibition is composed of trays of bread and books laid on a ribbon in which the artist wishes to express the possibility of growth achievable through cultural feeding and the need for cultural promotion.

INSTALLATION: Galleria Opera Unica, via della Reginella 11 - Roma
VERNISSAGE: Friday 3 November, at 6:30 pm
HOURS: Open 24 – 24, until Wednesday 9th November, 11:30 pm.
PRESS COMMUNIQUE: Francesca Piovan
INFO: massimo.palumbo@libero.it - info.viaprovenzale51@gmail.com
 
 
 
Caro Massimo.... sei un gigante, hai la capacità di creare eventi naturali ma di grande impatto.
Ci portiamo sempre a casa una miriade di impressioni e commenti sempre positivi.
 La tua opera mi ha meravigliato non poco.
Appariva come una presenza sospesa e senza tempo. Percepivo solo un senso di profondo, etereo spazio vuoto che sembrava ,infinito, anche se delimitato dal candore delle pareti che lo ampliavano  fino a farlo diventare  inafferrabile, senza confini.......  
Maria Pace 

mercoledì 20 febbraio 2013

toyto ito a pescara, il calice di vino

 
 
 
 
 
 
 
 

 
Toyto Ito a Pescara..... il calice di vino
17.02.13


Huge wine glass”,

..........ovvero un enorme bicchiere di vino, un monumento in resina trasparente con all'interno una forma unica, probabilmente di colore rosso, che simboleggia il movimento dell'acqua e quello cosmico. Ecco la nuova e attesa creazione, ancora in fase di studio dell'architetto giapponese, Toyo Ito, che è riuscito ad immaginarla grazie alle foto di piazza Salotto fornitegli dal Comune.
E' qui, infatti, che fra qualche mese (il sindaco D'Alfonso giura a febbraio) sorgerà l'originale monumento che non passerà inosservato. In queste ore Toyo Ito ha visionato di persona la piazza su cui sorgerà la struttura e sta rivedendo il progetto inserendo i nuovi stimoli che ha ricevuto dall'ambiente. Questa sarà la prima opera del celebre architetto Giapponese in Italia e l'Abruzzo ha l'onore di dargli il benvenuto. «Sono contento», ha dichiarato Toyo Ito, «di inserirmi nel contesto delle città europee che sono molto diverse dalla realtà da cui provengo. In Europa ci sono pochissime opere moderne e tantissimi lavori di restauro che tendono a portare a nuovo le vecchie strutture. Nelle città», dice, «si vive un vero e proprio contrasto fra antico e moderno, un contrasto che in Giappone non esiste. L'opera può sembrare molto semplice», ha sottolineato l'artista, «ma in realtà vuole riprodurre il movimento della natura, ha quindi un significato molto forte e importante».Il materiale usato sarà probabilmente plexiglass o resine che mantengano la trasparenza. L'altezza sarà di 6 metri e la base quadrata di 3 metri di lato.
La struttura peserà tantissimo e potrebbero essere quindi necessarie modifiche strutturali (non è esclusa anche la modifica delle misure stesse).
«Spero», continua Ito, «che questa mia opera così diversa dalla tradizionale
cultura italiana venga apprezzata ed i pescaresi possano sentirla propria. La posizione è molto importante perché si trova perfettamente sull'asse che collega il mare alla stazione».
«La nostra Facoltà di Architettura», ha dichiarato il sindaco Luciano D'Alfonso, «ha giustamente deciso oggi di insignire di una laurea honoris causa Toyo Ito, che è senza dubbio uno degli intellettuali più interessanti del nostro tempo, poiché ha saputo cogliere ed affrontare la sfida della contemporaneità, coniugando la ricerca di nuove forme e di nuovi stili con la conoscenza e l'utilizzo delle frontiere più avanzate della ricerca scientifica e tecnologica. Questo monumento», ha continuato il sindaco, «conferirà una forte valenza estetica alla nostra piazza principale, che grazie al suo ingegno diventerà sempre di più un luogo capace di produrre emozioni e di suscitare sensazioni in dialogo tra loro. Pescara vuole accogliere questo dono del genio di Toyo Ito come un'occasione di rilanciare la nostra capacità di valorizzare e di vivere sempre meglio i nostri spazi pubblici».
Alessandra Lotti 

14/10/2005 

...........Così ieri la stampa locale.

OGGI
....in piazza Salotto il Calice è imbracato entro una struttura in ferro in attesa di essere
trasferito

 

LA POLEMICA

L'OPERA D'ARTE IN FRANTUMI.
Per la prima volta ecco i disegni originali del progetto dell'architetto giapponese Toyo Ito. Sono questi i disegni che hanno accompagnato il progetto e che raffigurano l'idea originale del Huge Wine Glass. Il risultato finale, però, oltre che essere finito indecorosamente, risulta di gran lunga difforme.
I disegni parlano chiaro.
La prima differenza sta nelle dimensioni. L'opera doveva essere più mastodontica, imponente: sei metri di altezza per tre di larghezza e profondità. Quella che abbiamo visto a piazza Salotto invece era 5 metri per due. Una modifica in corso d'opera che la ditta esecutrice, la Clax Italia, dice di aver concordato con il Comune di Pescara per una serie di ragioni. Che vi siano state difficoltà di realizzazione non è un mistero. Secondo alcune versioni il peso sarebbe stato eccessivo e questo avrebbe comportato sia difficoltà nell'assemblaggio che nel trasporto e nella resistenza.

Si sarebbe pensato così di ridurre le dimensioni.
Ma c'è dell'altro che emerge dal progetto. Come si può notare il calice doveva avere funzioni ben precise ed un impatto visivo ben differente.
Sotto la base interrata doveva lavorare una pompa che doveva servire a mettere in circolo il liquido rossastro creando delle bolle e la sensazione del movimento come fosse un vero e proprio calice gigantesco di vino. Probabilmente anche questo "marchingegno" aveva conferito all'opera il ruolo di fontana che, pare ovvio, oggi di fontana non ha niente.
Doveva essere un' opera d'arte che avrebbe stimolato i riflessi del liquido, avrebbe incuriosito e reso "dinamica" l'opera. Anche questa parte è sparita del tutto trasformando il parallelepipedo in un blocco di plexiglass unico di due colori.

Nessun movimento, nessun riflesso cangiante del liquido, nessuna bollicina che sale, nemmeno una goccia d'acqua se non quella della vasca sottostante.
Un risultato finale diverso dunque dal progetto originale ideato dall'artista e che pare egli stesso abbia avallato in seguito. Eppure non si conoscevano questi particolari. Ma il problema potrebbe essere un altro. E' su questi disegni e su questo progetto che le ditte sarebbero state chiamate a fornire i loro preventivi. Stando a quanto riportato nella delibera solo una ditta avrebbe risposto fornendo, su quei disegni, un preventivo di 1 milione e 650 mila euro.
La Clax dunque aveva stimato in quel prezzo la realizzazione dell'opera originaria.
Su quel progetto le altre ditte probabilmente vista la complessità hanno deciso di non inviare il preventivo. Ma poi le cose sono cambiate. La pompa ed il liquido sono spariti e il calice si è ridotto.
Riducendosi viene da pensare che si sia ridotto il costo e dunque il prezzo.
Eppure sempre sulla delibera di giunta si parla di un contributo di 650mila euro della Clax Italia.
Come è stato calcolato tale contributo?Mistero nel mistero che ora dovrà essere sviscerato dalla nuova inchiesta affidata al pm Paolo Pompa e alla Squadra mobile che ieri ha sequestrato le carte del Comune. Mistero anche sulla nuova figura spuntata dal nulla: quella di un misterioso consulente e di una società che avrebbe curato i rapporti per conto del Comune con le ditte che si presume siano state contattate.

«Chiediamo ufficialmente alla Commissione consiliare Vigilanza di invitare con urgenza i responsabili della Clax Italia, la ditta che ha materialmente costruito lo Huge Wine Glass, nella prossima riunione fissata per martedì».
E' quanto hanno chiesto il capogruppo del Popolo della Libertà al Comune di Pescara, Luigi Albore Mascia, e il consigliere comunale Pdl, Marcello Antonelli.
«Finalmente dall'impresa potremo avere chiarimenti circa i 'conti' relativi alla realizzazione del manufatto, soprattutto potremo avere la documentazione cartacea relativa al pagamento del 'calice' che, in teoria, doveva essere coperto dai due sponsor privati. Resta però l'amara considerazione che su tale vicenda continua a esserci un alone di mistero ben lontano dallo svanire».
«In particolare alla Clax chiederemo notizie utili in merito ai pagamenti e ai contratti eventualmente stipulati con il Comune o con i privati che avrebbero poi dovuto pensare al pagamento dell'opera», spiegano i consiglieri di centrodestra, «sino ad oggi non abbiamo visto fatture, dunque non sappiamo se effettivamente gli sponsor abbiano o meno pagato la costruzione della scultura, né tantomeno abbiamo letto contratti che regolassero i rapporti tra gli sponsor privati e la stessa Clax per stabilire conti e modalità di pagamento. Di fatto oggi non sappiamo neanche se il Comune sia o meno comproprietario del 'calice'.

Circostanze che sicuramente la ditta sarà in grado di chiarire alla città mostrando finalmente tutte le carte e restituendo trasparenza all'intera vicenda.
Restano però alcune considerazioni: comprendiamo il disagio di una ditta tanto celebre nel trovarsi, suo malgrado, trascinata in polemiche inevitabili quando parliamo del cedimento di una scultura destinata a durare secoli e invece crollata dopo soli 64 mesi dalla realizzazione. Ovvio che si dovranno accertare le cause di tale cedimento: nell'attesa è bene però puntualizzare che quella del maestro Toyo Ito è stata un'opera di ingegno ben pagata dal Comune che ha sborsato 240 mila euro, anche se la giunta ha sempre ribadito che la scultura sarebbe stata a 'costo zero' per la città, oggi sappiamo che non è così.
La Clax, dal canto suo, ha invece realizzato un'opera 'industriale' seguendo le indicazioni dell'ideatore, e purtroppo non si tratta di un'opera 'unica' se è vero che può essere replicata.
 La Gioconda è un'opera d'arte unica, la Pietà di Michelangelo è un'opera d'arte unica, non lo Huge Wine Glass, che, con l'autorizzazione di Toyo Ito, potrebbe essere riprodotta identica in 50 modelli da posizionare in 50 piazze nel mondo».
20/02/2009 14.51
by PRIMA DA NOI .it



 

martedì 19 febbraio 2013

omaggio a ludovico quaroni

 
 
 
 
 
 
 







S. Maria Maggiore di Francavilla a mare:
La chiesa di S. Maria Maggiore in Francavilla a Mare (Chieti) venne costruita sulle ceneri della precedente chiesa settecentesca, distrutta durante il secondo conflitto mondiale.
Il progetto vincitore del concorso indetto nel 1948, elaborato da Ludovico Quaroni, si distingueva per  l’uso del cemento armato nelle parti strutturali portanti e per l'adozione di un linguaggio neorealista per le pareti di tamponamento che inseriva la chiesa nel più ampio contesto delle sperimentazioni architettoniche postbelliche.
S. Maria Maggiore rappresenta anche il primo tentativo quaroniano di rispondere ai problemi dell'interpretazione del tema dell'edificio sacro e del suo inserimento nel tessuto urbano, alla luce delle esigenze di culto poste dalla committenza e dalla natura stessa dell'edificio .  Nel corso del tempo gli interventi dello scultore Pietro Cascella hanno "contribuito" a modificare la percezione dello spazio interno dell’edificio, riplasmato nel rispetto della riforma liturgica operata dal Concilio
Vaticano II.

 

giovedì 14 febbraio 2013

il poeta di costas varotsos

 
 
 
 
Il Poeta di Costas Varotsos
 

photo by Guerimo Trevisonno

vanessa beecroft







 
 
........Vanessa Beecroft. Figure femminili mute e immobili testimoni di un'epoca dominata dal culto del corpo e dell'immagine.

mercoledì 13 febbraio 2013

la morte di gabriele basilico



         13.02.13
La morte di Gabriele Basilico. Un saluto a un grande fotografo del nostro tempo.



Parco Lambro
1976

 

città di pietra biennale di venezia







Angiolo Mazzoni Palazzo delle Poste di Littoria,1932.



 
Angiolo Mazzoni Palazzo delle Poste di Littoria,1934.
Progetto di ampliamento non realizzato.
Ricostruzione in 3D esposta alla Biennale di Venezia alla 10 mostra di Architettura, nella mostra Città di Pietra a cura di Claudio D'Amato.





Oriolo Frezzotti Casa del Fascio Littoria,1942.
Progetto, prospetto principale 
Ricostruzione in 3D esposta alla Biennale di Venezia alla 10 mostra di Architettura, nella mostra Città di Pietra a cura di Claudio D'Amato

10.
Mostra internazionale di Architettura.
Biennale di Venezia 2006

“Città di Pietra"
a cura di
Claudio
D’Amato Guerrieri


“Città di Pietra”
.........sono per definizione
quelle città il cui principale
carattere è dato dall’essere state
pensate e costruite organicamente con la pietra,
fino a quando il declino di concezioni
strutturali basate sulla muratura portante
decretarono la fine della fortuna (critica e
costruttiva) di questo materiale. Un dato oggi
confermato dall’assestamento di termini contrapposti,
attraverso i quali viene riconosciuto
il valore di contemporaneità solo al primo di
essi: modernità-leggerezza-materiali artificiali
vs premodernità-massività-materiali naturali.
Sono città di pietra le città “mediterranee”,
quelle direttamente generate dalla civiltà greca
e romana, dalla loro particolare forma di razionalità
e i cui valori estetici sono diventati nel
tempo ideali condivisi della cultura occidentale.

...........con le città di fondazione: illustra l’idea di città
moderna mediterranea attraverso alcuni
esempi di città di fondazione, la cui natura
organica viene esplorata mettendo in relazione
il legame che intercorre fra architettura
e impianto urbano......

cartolina da costas varotsos

 
 
 
cartolina
 
 

Costas Varotsos

le torri complesso iacp_38







_EPISODI DI ARCHITETTURA
38
 

 


Complesso
per Edilizia Residenziale Pubblica
IACP
“Le Torri”
1988
Latina 1988
progetto
Roberto Perris
Paolo Costanzo
Italo Montemurro


IACP Latina
impresa
localizzazione
Via dei Pionieri della Bonifica,Latina
cronologia
Progetto 1988
     
Il complesso rientra in uno dei programmi di edilizia residenziale pubblica (IACP).
ll progetto è del 1988. Si tratta di due torri gemelle alte 40 ml, che ospitano 144 alloggi e servizi. L'impianto compositivo radica a terra le due torri, lasciando arrampicare i ricorsi di travertino, che segnano le pavimentazioni esterne e la piazza, fino al primo piano dell'edificio; poi, il manto in laterizi rossi avvolge tutte le pareti, fino all'undicesimo piano. Infine, lungo le superfici che racchiudono l'ultimo piano ed i vani stenditoi, affiora la trama strutturale dell’edificio, evidenziata da paraste e bande di travertino, con quadrotti di pietra bleu nei punti di intersezione.
La piazza è avvolta da un'alta scarpata che scherma le aree di parcheggio, e da un filare di palme, tipiche del repertorio vegetale della fondazione di Latina. Il disegno planimetrico, in qualche modo, racconta la storia della fondazione: con la rotazione degli assi delle torri, con la rigida scansione quadrata della pavimentazione che si sovrappone agli andamenti 'naturali' e sinuosi delle sistemazioni a verde, con l'affiorare dell'acqua che ricorda le paludi originarie..... del resto la strada limitrofa si chiama via dei Pionieri della Bonifica.






"Il concetto che mi ha impegnato è stato
l'accordare i due aspetti
di un ordine nuovo: arte e politica"
Giuseppe Terragni

centro commerciale mefi_63



_EPISODI DI ARCHITETTURA
63

 

 MEFI
Centro Commerciale
Latina 1989

progetto
Roberto Perris
Italo Montemurro


collaboratori
strutture
impianti
committente
MEFI snc Latina


impresa
localizzazione
Via Don Torello, Latina


cronologia
Progetto        1987
Inizio Lavori   1988
Ultimazione    1989



L’edificio, a due piani, ospita una vasta area commerciale e servizi connessi al piano terra ed uffici al primo piano.
La concezione dell'edificio si basa sulla netta contrapposizione del prospetto rivolto verso via Don Torello, strada di grande traffico, trattato come un grande segnale urbano Bleu, con la grande bocca d'accesso 'ad onde' ed il resto del volume scandito dalla rigida geometria a moduli quadrati delle piastre di rivestimento bianche, degli infissi, ecc.
La parete che costituisce il prospetto principale è stata nettamente sconnessa dal volume retrostante - è più larga, più alta, sollevata da terra, come sospesa ed è stata realizzata in laterizi smaltati bleu appositamente prodotti, disposti a cortina ed a coltello intorno agli archi delle onde d'accesso. (M.P.)


 



 

"Sempre di più apprezzo e ricerco
nell'architettura la chiarezza,
tanto quanto non apprezzo
il semplicismo".

Alvaro Siza

 

villa isabella_48





_EPISODI DI ARCHITETTURA
48
 
 


Villa Isabella

Latina 1959.
Progetto architettonico e Direzione Lavori:
arch. Vittorio D’Erme.


Calcoli strutturali c.a.
ing. Francesco D’Erme.


Committente:
Giuseppe Isabella.

Impresa costruttrice: Lavori eseguiti dall’impresa di costruzione Bassoli e Compagnucci,
collaudo ing. Vincenzo Gnessi.

Localizzazione:
Viale N. Bixio, angolo Via F. Ferrucci, Latina. (*)


Cronologia:
progetto approvato dalla Commissione edilizia in data di costruzione n° 18875 del 16/06/1959 e successiva variante n° 17639 del 30/08/1961.

Villa “Isabella” fu costruita nel 1959 per volontà del sig. Giuseppe Isabella. Il progetto della villa si distingue di pian terreno, piano primo e attico, con una superficie coperta di  300 mq circa, con una cubatura di 2000 mc circa, per un’altezza complessiva di 9 m. Le fondazioni sono state realizzate con plinti intelaiati con travi di collegamento su sottostante masso di calcestruzzo magro poggiante su di un banco di sabbia compatto
La struttura in elevazione è costituita da pilastri e travi. I solai sono di tipo misto in laterizi e c.a.
Il tipo utilizzato è Sinalunga.
Parte del piano terra è occupato dall’autorimessa, dalla lavanderia, dai locali tecnici (caldaia e serbatoio) e da un magazzino. Nella restante parte, costituita dal portico dei pilotis sollevato da terra e servito da una rampa sul prospetto principale, è disposto il corpo scala per accedere al piano abitato. Questo si sviluppa con uno schema planimetrico abbastanza regolare e risulta pertanto rigido nella distribuzione delle funzioni abitative. La zona giorno e quella notte sono separate dal vano scala con l’ingresso e dal patio. Nella zona notte si realizzano cinque camere da letto con tre servizi e accessori, mentre nella zona giorno si trovano la cucina, il tinello ed un ampio soggiorno – pranzo.

A questa rigidità distributiva fa da contrasto un notevole ed interessante movimento prospettico, sottolineato anche, da un differente uso cromatico che accentua, in grigio, gli aggetti dei solai,  in rosso-arancio le zone in chiaroscuro dei balconi rientranti, e in bianco le lisce pareti di tamponatura interrotte dalle bucature delle finestre a nastro.
Infine nell’attico, oggetto di una successiva variante, è stato realizzato un appartamento autonomo composto dall’ingresso, il tinello, la cucina,  un bagno ed una stanza.
In questo progetto emergono evidenti i riferimenti, l’uso e le reinterpretazioni di alcuni elementi dell’architettura di Le Corbusier, che allora influenzarono le scelte e le soluzioni architettoniche di Vittorio D’Erme: dai pilotis con la rampa nel sottoportico, alle finestre a nastro nella facciata libera al movimento degli aggetti e delle rientranze. (Pietro Petrianni)

(*)  Villa Isabella è stata demolita 2011)




“Ciò di cui mi preoccupo  non
è di produrre forme interessanti,
bensì delle qualità spaziali
delle forme.”Tadao Ando
 

martedì 12 febbraio 2013

case popolari in via picasso



_EPISODI DI ARCHITETTURA
23


Latina 1983
P.Z. 167 Q3
legge n.457/1978
CasePopolari
Impresa Marchionne  Sezze
n.32 alloggi
Progetto Architettonico Paolo Costanzo
con
M.T. Accatino, U.Censi, G.Di Maggio,
M.Mazzoni, F.Scalzi,
G.Viglianti

Latina  Via Picasso



 
 
 
 

Una corte bianca e un teatrino azzurro

……è singolare che io presenti, tra le opere realizzate a Latina, quello che forse è il primo progetto, dopo la laurea in architettura. Forse lo rifarei molto simile, perché lì c’è qualcosa che viene prima di ogni riferimento stilistico. Ha scritto Franco Purini, nel libro IACP Latina 1939-1989: “ …sperimentazione già presente nelle poetiche case di Paolo Costanzo, nelle quali irrompono venti neoclassici, mentre coloriture da architettura coloniale ricordano nei loro portici, nei loro deserti teatrini l’immota aria e il greve silenzio della pianura, prima delle sue città…”. Con la sensibilità dello sguardo verso le cose e verso l’ambiente esterno, che avevo assorbito da Ludovico Quaroni e da Aldo Rossi, capisaldi della mia formazione universitaria, in questo progetto e nei miei successivi ho sempre cercato un rapporto con l’elemento naturale, il vento, la luce del sole, lo scorrere del tempo e delle stagioni. Alla base della torre dell’ascensore ad esempio, una piccola fontana, immaginata come sorgente su cui si costruiva l’edificio, doveva caratterizzare la corte interna, intonacata di bianco e aperta verso il cielo azzurro. Un giorno di maggio, le famiglie che abitavano l’edificio, ne fecero un piccolo altare per la madonnina. Sono rimasto sempre affettuosamente legato a questo sacro teatrino…
Paolo Costanzo
 

 
 

omaggio a benedetto

 
 
 
 
 
 
 
12.02.13

le batiment deux_64





_EPISODI DI ARCHITETTURA
64







Le batiment deux  Latina 1982
Progetto architettonico
Ernesto Lusana

Latina, Via Don Torello-Quartiere Piccarello
Committente: M.I.P. di Elio Polito
Edificio per uffici e negozi

Gli anni Settanta furono caratterizzati da un grande fermento creativo che produsse, attraverso l’edificio cosidetto “triangolone” (P.R.G. Sermoneta), la ricerca grafica delle soluzioni architettoniche tramite lo strumento della sezione trasversale, che ricorrerà da allora  quale pulsione progettuale.
Nel 1978 compimmo tutti un viaggio sulle strade di Francia attraverso un itinerario dedicato a Le Corbusier.
Le   “batiment deux”, il cui titolo deriva senza dubbio da quel pellegrinaggio francese, rappresenta un’evoluzione dello studio della sezione nella quale fa di nuovo la sua comparsa, qui nella duplice veste di elemento distributivo e fortemente caratterizzante, il ballatoio.
Il posizionamento di questo servizio di accesso ai piani generato dalla “ricerca del segno” attraverso le immagini intenzionali, aveva già avuto la sua applicazione in alcuni edifici a Nettuno ma fu concepito per questo fabbricato con volontà dirompente, coraggiosa e fedele al ruolo di architetto-calcolatore.
La scelta di realizzare forme architettoniche avulse dagli standard edilizi determinò anche il piacere di avventurarsi in nuove sperimentazioni, usufruendo in modo inconsueto dei materiali solitamente destinati ai cantieri.
(Nazarena Lusana  F.Lusana )









                        

la foto del giorno

 
 
 
la foto del giorno
 
 
12.02.13
 
photo by Alessandro di Meo
ANSA

ricostruire

 
 
 
pillola
 
 
ricostruire, il segno dei tempi, cesoia, azzerare, giornata storica,voltare pagina,dinamiche,

lunedì 11 febbraio 2013

cimitero comunale_31

   





_EPISODI DI ARCHITETTURA
31








 
“La luce ed il vento ad esempio, assumono preciso significato allorché all’interno di un abitazione si presentano come ritagli della realtà esterna, come frammenti che evocano la pienezza della natura….” 

Tadao Ando

 

ogni epoca ha lasciato







_EPISODI DI ARCHITETTURA
 

 

“…..ogni epoca ha lasciato un segno di se stessa in uno stile architettonico , perché mai la nostra non dovrebbe elaborare un suo stile ?….”
Karl Friedrich Schinkel
 

scuola materna in via milazzo _69







_EPISODI DI ARCHITETTURA
69









“……abbiamo distrutto molti luoghi. Forse non c’è più un luogo reale per gli umani di questa stagione, cioè non è possibile costruire l’architettura…”

Luigi Pellegrin


senza parole

 
 
 
 
 
 
 

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12.02.13

grattacielo key _04






_EPISODI DI ARCHITETTURA
04 












GRATTACIELO KEY
Latina 1966

Progetto architettonico
Vittorio D’Erme.

Calcoli strutturali c.a. e acciaio Sergio Musmeci.
Committente: Angelo Cucchiarelli e figli.

Impresa costruttrice: Lavori in economia eseguiti dall’impresa di costruzione Sante Palumbo, assistente ai lavori geom. Liberati, Ispettore prefettizio ing. Aldo Zanetti.
Cronologia: progetto approvato dalla Commissione edilizia in data di costruzione n°47794 del 10/03/1966.

L'edificio KEY fu costruito nel 1966 per conto di Angelo Cucchiarelli e figli, da adibire ad esposizione mobili ed uffici vendita.
Il progetto architettonico fu redatto dall'arch. Vittorio D'Erme, i calcoli strutturali dallo studio Musmeci - Desideri e firmati dall'ing. Sergio Musmeci,  La sua realizzazione, fu eseguita dall’impresa Sante Palumbo, mentre il collaudo statico dall’arch. Fabio Falsetti. L'immobile è sito in Latina in un cortile delimitato da fabbricati prospicenti Piazzale Don Bosco, Via Dandolo, e Via Leone X. L'edificio è composto di tredici piani fuori terra per quattordici solai, compreso il piano attico ed un torrino di copertura per i vani contenenti il gruppo ascensori e montacarichi. Dopo molti anni tali pannelli oramai lesionati e pericolanti sono stati del tutto smantellati. Il fabbricato, unico esempio a Latina d’edificio multipiano a sbalzo,  è stato fino al 1981 adibito ad esposizione di mobili, ed ha ospitato e rappresentato per l’epoca, una delle attività commerciali e intellettuali più innovative. Grazie alla lungimiranza dei Cucchiarelli ha di fatto il merito di aver introdotto e messo in mostra, per la prima volta  a Latina, il design d’autore.


Da questa data in poi esso è completamente vuoto ed inutilizzato, ma non per questo ha perduto il suo ruolo di riferimento visivo e soprattutto di porta urbana per chi sopraggiunge dal Lido di Latina. (Pietro Petrianni)






“………In architecture, there is a part
that is the result of logical reasoning and
a part that is created through the senses.
There is always a point where they crash.
I don’t think architecture can be created
without that collision.”
Tadao Ando

moto bici riccio_05




 

_EPISODI DI ARCHITETTURA,
05






Moto bici Riccio
Fabbricato per attività
commerciali


Latina 1998

progetto
Salvatore Pannunzio


collaboratori
strutture
Salvatore Pannunzio


committente
Riccio Patrizia 
Riccio Roberto
Latina

impresa
localizzazione
Largo Acquedotto,
Latina
 
cronologia
Progetto  1971

progetto 1998
realizzazione 2001


La costruzione, è esempio di intervento minimale. Un ampliamento per una piccola attività artigianale di riparazione e vendita di biciclette pensando ad un nuovo volume che potesse per forma accogliere anche al piano superiore uno spazio per esposizione biciclette. L’intervento in un quartiere residenziale (R3 di PRG), individua una tipologia che potesse inequivocabilmente essere di richiamo all’uso. Una committenza dedita da sempre  alla promozione della bicicletta ove la pratica e l’uso della stessa ha avuto gran parte nella vita e nella memoria storica della città. Una progettazione fatta con materiali poveri, ferro, vetro, muratura ed una copertura a volta capace a rievocare il “capannone agricolo“ in cui c’è sempre “la bicicletta accostata”  sono gli  elementi compositivi e poetici di questo piccolo intervento.   (MP)

         
“.......è molto più importante un
buon progetto bene eseguito
anche di piccola scala che non migliaia
di metri cubi tirati su senza amore.”
Mario Ridolfi

scuola edile latina

 
 
1988_WORKS/LAVORI,CONCORSI 



1988—Latina

Scuola Edile
Concorso
“NUOVA SEDE SCUOLA EDILE”
Progetto Premiato  *
 

 



domenica 10 febbraio 2013

tra natura e storia un itinerario di arte contemporanea







ARCHITETTURA_ARTE




….tra natura e storia un itinerario di arte contemporanea,
il   MAACK  Museo all’Aperto d'Arte Contemporanea  Kalenarte

E’ carico di un fascino discreto l’arrivare a Casacalenda,(*) nel Molise tra paesi arrampicati e dolci colline, lungo strade minori fuori dai circuiti nazionali, nel silenzio irreale di una terra di confine, con strade sempre poco trafficate in un mondo dove il tempo sembra essersi fermato: una terra dura, segnata dall’emigrazione ma fiera ed ospitale. E questa è occasione unica per scoprire, conoscere un museo che vive quotidianamente tra la gente: il Museo all’Aperto di Arte Contemporanea di  kalenarte. Casacalenda  è città di pietra, austera e sobria nello stesso tempo. I  grigi e i bianchi degli intonaci delle sue case  le danno fascino ed eleganza, mostrando incontaminato il suo antico rapporto con la campagna. Le belle costruzioni in pietra locale e certi dettagli decorativi di buon tono,  denunciano solide e nobili tradizioni culturali. Camminando alla scoperta di risorse artistiche, troviamo  di età romanica  le Fornaci, e poi la Terravecchia con il Palazzo Ducale e la vicina Chiesa di S. Maria Maggiore, la settecentesca Chiesa dell’Addolorata, l’Eremo di Sant’Onofrio (XVI sec.) inserito in uno splendido contesto ambientale con il bosco che fa da sfondo  e poi……gli inserimenti di Arte Contemporanea con il  Museo all’Aperto di Kalenarte.  Un lungo filo dell’arte che snodandosi tra scale, vicoli e spazi con prospettive sempre diverse da scoprire, realizza un continuum di notevole interesse ove in un originale fusione si integrano e si esaltano i luoghi carichi di storia. Quando un luogo si fa saggio, il suo paesaggio è il fondale ispiratore di eventi, è il volto di un territorio, è l’immagine in cui si riconoscono le comunità che lo abitano, è il bene comune da tutelare. L’arte e il verde incontaminato sono insieme un binomio forte per avvicinarsi all’arte contemporanea e scoprire la natura. Casacalenda come laboratorio per questo nostro progetto: un’idea, un’utopia che sotto i nostri occhi si tenta di rileggere. E’ dal 1990 che artisti di varia estrazione e provenienze, giungono a Casacalenda e reinterpretano i luoghi: in un cortile interno vicino al vecchio forno presso la via Terravecchia, (asse stradale principale del centro storico), due lunghissime sbarre di ferro passanti per una finestra in asse alla porta di accesso del cortile si incrociano in un elemento a forma di  parallelepipedo irregolare in acciaio inox. Costituiscono “Efesto” (1992), Dio del fuoco, primo fabbro di Nagasawa, straordinario celebratore e  rievocatore di miti. L’opera di Hidethoschi Nagasawa, si presenta ai nostri occhi in una linearità severa, tenacemente costruita, attratta dal respiro dell’assenza che secondo la filosofia orientale, si mescola incessantemente. L’arte si rapporta col costruito con una parte della città abbandonata in un luogo da ridefinire. E camminando sempre entro  il centro storico in Terravecchia non è difficile imbattersi nel “selciato” (2004) di Michele Peri. Nel commentare la sua opera Peri stesso dice: “…sul selciato sono passati gli uomini e le stelle, le stelle hanno lasciato il tempo invisibile delle notti; gli uomini hanno segnato l’itinerario del sangue con denti d’oro, segmenti…”  O ancora giungere nel vico Luna e scoprire il concettualismo esasperato di Alfredo Romano. L’artista siciliano di Siracusa ha usato fari alogeni allo iodio per far filtrare da una feritoia delle antiche mura la luce di “Crepuscolare-feritoie” (1992). E poi all’altezza di piazza Nardacchione vedere in aderenza alla bella chesa settecentesca dell’Addolorata il rosone in filo di ferro aggrovigliati e ricoperti in vetroresina, il “senza nome” (1996)di Ivan Tranquilli.
Carlo Lorenzetti invece, abbandona il centro storico, cerca un luogo diverso: potremmo dire un non luogo. Uno spazio non definito dove lasciare il suo segno. Quale spazio migliore, se non quello che appare come spazio limite?  All’occhio dell’artista l’immagine del paese che finisce, la campagna che inizia tra case poste a caso, un serbatoio d’acqua ed altri elementi sparsi senza un’ordine preciso.  Sulla collina della montagnola trova il posto ideale per il suo “arcobaleno” (1993/1997). Un altro segno, un grande segno in acciaio corten per una spazialità più aperta e sicuramente meno definita, un modo per sottolineare l’orizzonte profondo che da Casacalenda guarda l’Adriatico con le Tremiti in prima fila ed oltre verso le coste Albanesi. Lungo questa direttrice visuale in Contrada Coste, a pochi chilometri dal centro abitato, si trova l’imponente “Poeta” (1997) di Costas Varotsos, un gigante di pietra che abita il bosco. La costruzione, data anche la sua dimensione è riconosciuta come opera collettiva. Essa ha provocato una partecipazione concreta e straordinaria degli abitanti di Casacalenda e più di una dimensione collettiva si è realizzata una vera e propria appropriazione sociale  della scultura. Come nelle grandi imprese della collettività il “monumento” in questo caso è diventato patrimonio comune, capace di fondere espressione individuale e sentimento collettivo. Tutto inizia da una vera e propria appropriazione da parte di Varotsos del sentire il territorio, del farlo suo, del camminare in lungo e in largo per intercettare l’energia giusta, quella vitale che trova proprio  nel bosco.  E’ particolarmente interessante quanto veniva scritto in occasione della realizzazione del Poeta  da Federico Pommier: “ Il poeta, o si potrebbe dire anche l'artista, lo scrittore, il musicista, il giornalista, il cittadino consapevole, in una parola l'intellettuale nella forma più diffusa e "gramsciana" del termine, è colui che crea "visioni" per la comunità. E di niente ci sarebbe più bisogno oggi in Molise che di spirito visionario, di coraggio culturale, di parole e segni ispirati che siano in grado di spazzare via quella mistura di  tradizione e conformismo che immobilizza o fa scappare le migliori risorse della regione….C'è una grande scultura in Molise… un gigante di pietra che si alza  nel verde ed è opera non solo della creatività dell'artista, ma anche della comunità che lo ha accolto e sostenuto e della volontà politica di realizzarlo. Un piccolo esempio di come il poeta, la piazza e il potere possano costruire insieme un percorso vitale per questa terra…..”
Nel corso dei secoli, l’arte è sempre stata protagonista del processo di edificazione dei luoghi. Le architetture, le piazze, le vie sono pensate, progettate e realizzate come estensione del proprio essere e del proprio esserci. Ogni momento storico si autorappresenta  con apporti, contributi, e modi che rivelano un pensiero sociale, spaziale ed artistico riconoscibile. Il museo all’aperto di Casacalenda  evidenzia sempre i due elementi di integrazione ed estraneità al luogo, contraddittori ed opposti che si fondono in maniera armonica ed obiettivo riuscito è quello di dare all’arte la continuità espressiva, amalgamando antico e nuovo. Nei luoghi sono sempre leggibili la vita, il pensiero, l'immaginazione di chi l'abita oltre che essere specchio del momento storico in cui l’opera è stata realizzata.
Rientrati nel centro abitato risalito il corso Vittorio Emanuele e raggiunto l’attuale centro del paese in aderenza al corso Roma,  troviamo  “germinazioni” del (1996) lo scheletro in ferro nero di Claudio Palmieri, trasfigurato da infiorescenze ceramiche azzurre, o proseguendo più avanti all’altezza del parco pubblico, Fabrizio Fabbri artista di Perugia ha realizzato “meridiana”, (1992) , con dodici blocchi di legno  disposti a circolo intorno a un enorme masso, dipinto di blu ed inclinato in direzione del campanile.
Gli artisti invitati, hanno vissuto il territorio ne hanno respirato l’aria e in quell’arco di tempo lcon l’aiuto degli artigian,i dei cittadini, dei giovani hanno realizzato le opere che  tutt’ora vivono in una sorta di sinergia con il luogo. ll nuovo andava ad innestarsi nella storia, tra i vicoli carichi di tradizioni e cultura, creando una nuova qualità per gli spazi urbaniRisulta evidente come il progetto che ha portato alla realizzazione del Museo all’aperto di Kalenarte evidenzia sempre il suo programma sulla base di relazioni dialettiche con l'ambiente e si è prosto  come fine quello di determinare l’elaborazione di un linguaggio non in contrasto con quello dell’ambiente in cui si inserisce, ma che in qualche maniera lo assecondi e lo reinventi.
E’ questo il Museo all’aperto di Casacalenda, nato quando i parchi di scultura contemporanea  non erano ancora un fenomeno così diffuso. Oggi, le opere dei molti  artisti presenti, sono a testimoniare un’iniziativa che poco per volta ha trasformato il paese e il suo territorio acquistando nel tempo una sua specificità che lo rende per certi versi unico. Paese e territorio che nel riaffermare il bisogno del proprio futuro vogliono rileggere la propria storia che altro non è che la storia della comunità. La storia di tutti i giorni, fatta di piccole e grandi cose: la storia del microcosmo quotidiano: la terra, l'acqua, il sole, la luna, il cielo, la storia che ci racconta il vivere quotidiano fatto di lavoro, di svago; la storia raccontata dai simboli, dai segni. I segni e simboli della civiltà contadina, di ieri e di oggi; le voci e i racconti delle migrazione di ieri e di oggi con i suoi drammi, i dolori, le lacerazioni, le speranze. Sono questi i momenti significativi che lungo dei percorsi ideali potrebbero essere ancora raccontati, coinvolgendo l’intera comunità a scrivere la propria storia, sulle pietre sulle mura di questi percorsi. Sono da a considerarsi parte dell’itinerario del Museo all’aperto, “Aurora” (1988 )di Antonio Fiacco e il monumento ai caduti di Franco Libertucci (1970-1983 ) o meglio…il non monumento di Libertucci (***). “…Una volta stabilito che una scultura non deve necessariamente essere un monumento o una statua, senza che questo ne limiti il valore espressivo, è possibile considerarla e costituirla come un oggetto. E là dove la statua avrebbe avuto, o ricercato, un riferimento antropomorfico, nell'oggetto invece il riferimento può essere fatto con altre cose le quali, comunque, non sono meno umane in quanto partecipano della nostra vita quotidiana, sia pure la più umile e la meno sofisticata ….”  Nello Ponente
Ultimo intervento, su cui soffermarsi è la nostra “Scacchiera”, lavoro minimale del 1992 che è parte integrante di una progettazione complessiva dello spazio adiacente il Palazzo Comunale. La scacchiera è segno dalle diverse valenze: ludico per i ragazzi del luogo desiderosi di usarlo, ma anche segno carico di simbologie. Mai nessun gioco è stato e sarà oggetto di tanta attenzione da parte dell'arte in tutte le sue forme, ed in particolare della letteratura, come gli scacchi. Quello degli scacchi, infatti, è un tema caro alla letteratura tanto antica quanto moderna come dimostra il fatto che autori di ogni tempo e luogo, hanno scritto e continuano a scrivere opere il cui tema centrale ruota intorno all'antico gioco di origine indiana, conosciuto in Persia e diffuso in Europa dagli Arabi tra il IX e il X secolo d.C.; quell'universo manicheo retto da rigide regole dove lo scontro tra il bianco e il nero incarna la metafora dell'eterna lotta tra il bene e il male, l'opposizione tra principi originari e contrari, simbolo dell'eterna contesa…
Il nostro giro, giunto a conclusione all’interno di questo museo diffuso, ci ha posto di fronte a situazioni diverse: ambiente  arte, architettura, spazi da recuperare luoghi da raccontare. Monumenti che non sono monumenti, sculture che non hanno la valenza d’essere guardati come sculture nel senso tradizionale della parola, mentre i temi sempre validi, sono quelli del recupero di spazi pubblici inseriti nei tessuti edilizi ed oltre. Significativo allora è capire come si risolvono i rapporti tra arte e architettura, cosa gli artisti intendono per scultura, quale l’approccio con l’architettura, la città, lo spazio urbano.  Diceva Mauro Staccioli in un’intervista fattagli qualche anno fà “….mi pongo ormai da venticinque anni il problema di una scultura, ma è proprio una scultura ?! - in grado di agire nel luogo e per il luogo... I miei punti di riferimento sono, da sempre: l'architettura, con i suoi profili, i suoi spazi e le sue morfologie, e i luoghi urbani o naturali, quali i parchi, i boschi, i fiumi e i laghi. Ho da sempre lavorato tentando di costruire un segno plastico, di produrre una forma di interazione tra il mio lavoro ed il suo spazio.”  
L’architettura, l’arte sono sempre state protagoniste del processo di edificazione della città, segno visibile della civiltà di chi la costruisce. E tutte le arti hanno sempre dato figura, forma e significato all'ambiente della vita. Il trasformare i luoghi in scrittura, testo, messaggio; questo lasciare segni di umanità e di intelligenza si manifesta, senza interruzioni significative, per secoli. Non si può andare via da Casacalenda senza aver visitato la Galleria Civica d’Arte Contemporanea Franco Libertucci presso il Palazzo Municipale.  La Galleria Civica Franco Libertucci, dice il Prof. Lorenzo Canova docente dell’Università del Molise,  è “…un ulteriore cardine di continuità all’interno di questa lunga vicenda che ha saputo unire artisti di valore nazionale e internazionale, nel tentativo, di riscoprire il significato di un’arte che possa essere ancora un elemento basilare della storia e dell’esistenza di una comunità che vuole dare un senso più profondo alla sua memoria e al suo futuro…”
Lasciamo alle nostre spalle i segni della contemporaneità e in chiusura vogliamo fare  alcune considerazioni: il “progetto Kalenarte” è l’utopia di ieri,  il Museo all’aperto rappresenta l’oggi. Due modi per concretizzare il problema e  porre inevitabilmente delle domande. Il dilemma è sempre lo stesso, cosa fare? cosa perseguire? Ibernarsi in una storia museale e poter divenire nel tempo una tappa negli itinerari del turismo d’Arte che si vanno sempre più affermando in Italia e in Europa?. O vivere una situazione più dinamica una sorta di work in progress, un laboratorio per poter ben rappresentare un progetto culturale, ricco di potenzialità, che guarda all'Europa ed al Mediterraneo come crocevia storico di idee e di cultura?. Il tema è aperto.

Massimo Palumbo
2008________________________
(*)Casacalenda a m.641 sul livello del mare, con circa 2500 abitanti si protende nella valle del Cigno da un colle panoramico, lungo la SS. 87 Sannitica che in questo tratto è tortuosa e panoramica. È la Romana kalene, citata dallo storico greco Polibio, cruciale nodo militare nell’inverno del 217 a.c., quando il Cartaginese Annibale aveva gli accampamenti  a Gerione,(**) a pochi passi sull’opposta riva del Cigno ed erano i giorni in cui Annibale si preparava allo scontro risolutivo con Roma. Nel medioevo Casacalenda, è luogo di  commerci  per tutte le genti del circondario e in età moderna, a fine 700, ribelle all’oppressione Ducale, scrive una coraggiosa pagina di storia durante la breve Repubblica Partenopea. Vivace culturalmente, ha colto sempre e  rielaborato  i segnali del progresso, ovunque provenissero. La qualità dell’ambiente saggiamente conservato anche grazie a congiunture storico sociali, che hanno giocato alla lunga a favore di questi luoghi, si manifesta facilmente a chi l’attraversa. Un ambiente pulito, fatto di colli ondulati e poco accidentati, di boschi che proteggono oltre 100 specie di uccelli e molte varietà di farfalle,  (da visitare  l’Oasi Lipu), e di oliveti che si inerpicano fino a 600m.

(**) Gerione…..analisti e storici, sia greci che romani, (Polibio, Livio…) raccontano che qui Annibale si acquartierò nell'inverno del 217 A. C. ed ebbe un duro scontro con l'esercito romano guidato da Minucio Rufo. Rimasero sul campo 5000 romani e 6000 cartaginesi. Da Livio apprendiamo che Annibale, occupata e incendiata la città, ne aveva lasciato poche case per adibirle a granai. E Gerione rispondeva alla strategia del momento, infatti Annibale era informato sulle provviste di grano lì contenute e custodite in grandi fosse scavate in zone asciutte. Certamente Gerione, dopo questo tragico episodio, venne ricostruita. Il terremoto del 1456 la devastò e disperse gli abitanti superstiti nei vicini Castelli di Montorio nei Frentani, Casacalenda, Provvidenti, Morrone del Sannio e Ripabottoni. Il Masciotta scrive che nel 1523 il territorio, ormai desolato, per diverse compravendite, arrivò alla famiglia Di Sangro. Con l'eversione della feudalità (1806), l'ex feudo Di Sangro fu smembrato e destinato ai diversi Comuni confinanti. E' auspicabile che le tante attese storiche, le mille leggende popolari fiorite intorno a questo sito trovino risposte certe da studiosi contemporanei e da seri scavi archeologici.
 
(***). Libertucci Franco,  figura complessa ed enigmatica, della storia dell’arte del secolo scorso, Nasce a Casacalenda nel 1932, dopo la maturità classica si trasferisce nella Capitale. Il suo sogno, la scultura. Lavora presso lo studio di Mazzacurati a Roma dove fu notato da Henry Moore che lo volle nel suo atelier e lo ospitò per un anno a Londra. Erano gli anni sessanta quando raggiunse… il successo. E così con una mostra dopo l’altra, dalla Biennale di Venezia, al Palazzo delle  Esposizioni a Roma. Famoso non tanto in Molise quanto a Roma e negli ambienti aristocratici inglesi e giapponesi.

(****). Photo by Guerino Trevisonno